TFR e fondi pensione, la riforma parte il 1° luglio
pubblicato:Dal prossimo mese il silenzio-assenso porta alla previdenza complementare, a meno che il lavoratore non scelga diversamente. Cresce anche la deducibilità dei contributi e la soglia immediatamente liquidabile. Ecco il quadro

Dal prossimo 1° luglio 2026 scatta la novità più eclatante della riforma del TFR promossa dall’ultima legge di Bilancio: quella del silenzio-assenso sul conferimento del TFR dei neoassunti del settore private a fondi di previdenza complementare.
Cosa significa?
TFR, come funziona il nuovo meccanismo
Significa che le aziende dovranno consegnare ai neoassunti un modulo da compilare per decidere dove dirigere i versamenti periodici del Trattamento di Fine Rapporto (il TFR appunto), se in un fondo di categoria, in un altro fondo di previdenza complementare, in un PIP (un Piano Individuale Pensionistico) o se lasciarlo in azienda.
Dal primo luglio, se il lavoratore non fornirà una indicazione esplicita entro 60 giorni, il suo TFR sarà automaticamente destinato a un fondo di previdenza complementare e non lasciato in azienda come è avvenuto finora.
Dopo i 60 giorni la scelta non sarà più revocabile e non si potrà più ritornare alla destinazione del TFR all’azienda.
Al contrario chi lascia in azienda il TFR potrà aderire alla previdenza complementare in un secondo momento.
Il primo risultato è un capovolgimento della prospettiva e un forte impulso al secondo pilastro, quello della previdenza complementare appunto, che spera così di recuperare terreno in un Paese dove non ha mai riscosso particolare successo.
Non mancano naturalmente le proteste delle imprese, che temono di registrare delle criticità nella gestione della liquidità.
La Ragioneria dello Stato ha stimato in circa 100 mila le nuove adesioni automatiche con il nuovo quadro normativo che scatterà dal 1° luglio.
Fra l’altro le nuove norme impongono il versamento degli accantonamenti per il TFR dei dipendenti privati anche ai datori di lavoro che raggiungono o superano il numero di 50 addetti negli anni successivi a quello di inizio dell’attività. Non si tratta di cifre secondarie. L’ultimo rapporto COVIP relativo al 2024 ha calcolato un numero di nuove adesioni alla previdenza complementare in Italia oscillante tra le 600 mila e le 800 mila unità all’anno dal 2016 all’ultima rilevazione. C’erano 11,16 milioni di posizioni alla fine del 2024.
Ma per il lavoratore la novità del silenzio-assenso ribaltato sulla previdenza complementare come scelta prevalente e non più sul TFR in azienda, come accaduto finora, non è l’unica, anzi.
TFR e previdenza complementare, sale a € 5.300 la soglia di deducibilità
La stessa Legge di Bilancio 2026 ha alzato la soglia massima di deducibilità dei contributi previdenziali da 5.164,57 euro a 5.300 euro. Qui occorre fare un passo indietro.
Il TUIR (il Testo Unico delle Imposte sui Redditi) prevede che i contributi fatti dal lavoratore e dal datore di lavoro alla previdenza complementare siano deducibili, ma entro un importo massimo, che appunto quest’anno sale a 5.300 euro l’anno. In molti casi il trattamento fiscale della previdenza complementare può dimostrarsi vantaggioso rispetto alla tassazione del TFR ordinario lasciato in azienda che segue l'Irpef e parte quindi in genere da un'aliquota minima del 23%
TFR, cresce la percentuale del capitale liquidabile a fine rapporto
Un’altra novità importante per i cittadini riguarda la percentuale di capitale immediatamente liquidabile al lavoratore al termine del rapporto di lavoro.
Finora c’era il vincolo del 50% massimo del capitale che il lavoratore poteva direttamente ottenere al momento del pensionamento: questa soglia sale adesso al 60% del totale. Un’eccezione che permette di ottenere l’intero capitale al momento del pensionamento sorge per gli importi più bassi.
Con la riforma cambiano vengono anche introdotte diverse modalità di erogazione delle prestazioni (dalla rendita vitalizia tradizionale a rendite temporanee, a prestazioni frazionate ad altre combinazioni ancora).
Resta in generale l’assunto che le forme della previdenza complementare siano pensate per integrare le pensioni dei lavoratori in questa fase di crisi demografica e soprattutto nella prospettiva di rischio per i giovani che tra contratti discontinui e versamenti esigui rischiano di avere una previdenza principale troppo esigua in futuro.