Wall Street sotto pressione: segnali tecnici di correzione e tensioni geopolitiche aumentano il rischio
pubblicato:Dalla Fed al Medio Oriente: l’escalation USA-Iran si intreccia con grafici fragili e alza la volatilità sui mercati

I mercati azionari statunitensi stanno attraversando una fase delicata, in cui i segnali tecnici di breve periodo iniziano a incrociarsi con un contesto geopolitico in rapido deterioramento.
S&P 500 e Dow Jones, dopo settimane di rialzi ordinati e massimi crescenti, mostrano ora i primi segnali di perdita di momentum, proprio mentre aumenta la tensione tra Stati Uniti e Iran.
Candela hanging man sul grafico dello S&P 500
Sul grafico giornaliero dell’S&P 500 (cfd), la comparsa della candela hanging man il 12 gennaio aveva già rappresentato un primo campanello d’allarme: una figura che, se compare dopo un trend rialzista esteso, segnala spesso un indebolimento della pressione degli acquirenti.
La seduta successiva ha fornito un elemento di conferma importante: i prezzi sono scesi sotto la base dell’hanging man, violando contemporaneamente sia la media mobile esponenziale a 20 giorni sia la trend line rialzista che sale dal minimo di novembre.
Questo insieme di segnali aumenta il rischio che il movimento in atto non sia una semplice pausa tecnica, ma l’inizio di una correzione più strutturata del rialzo partito a novembre.
Una chiusura sotto area 6.900 renderebbe credibile uno scenario di estensione correttiva verso 6.700–6.720, livelli che rappresentano il primo obiettivo tecnico naturale di ritracciamento. Al contrario, un rapido recupero sopra 6.930 alleggerirebbe la pressione ribassista, riportando il mercato in una fase di consolidamento controllato.
Il quadro del Dow Jones appare ancora più delicato
Il quadro del Dow Jones appare se possibile ancora più delicato. Anche qui è comparsa una candela hanging man il 12 gennaio, all’interno di una struttura che può essere letta come un potenziale doppio massimo in formazione dai primi giorni dell’anno.
Il livello chiave è area 48.800 punti, dove transita la media mobile esponenziale a 20 giorni: una rottura decisa di questo supporto completerebbe la figura di doppio massimo, aprendo spazio a un movimento correttivo verso 47.750 e successivamente 47.500.
Solo un ritorno stabile sopra 49.300 allontanerebbe in modo convincente questo rischio tecnico.
Il contesto macro-finanziario è carico di incertezze
Questi segnali arrivano in un momento in cui il contesto macro-finanziario è già carico di incertezze.
Sullo sfondo, la tensione geopolitica tra Stati Uniti e Iran sta rapidamente salendo di livello. L’evacuazione preventiva di personale statunitense dalla base di Al Udeid in Qatar, uno dei principali hub militari USA nella regione, è un segnale che il rischio percepito è aumentato.
Le dichiarazioni di Trump, che parla apertamente di “aiuto in arrivo” per i manifestanti iraniani e invita gli americani a lasciare il Paese, rafforzano l’idea che l’opzione militare non sia più solo teorica.
Dal punto di vista dei mercati, questo tipo di escalation tende a produrre due effetti simultanei: da un lato un aumento della volatilità e prese di beneficio sugli indici azionari dopo rally prolungati; dall’altro una rotazione verso asset difensivi e una maggiore attenzione al rischio sistemico.
Non è un caso che, mentre Wall Street mostra segnali di affaticamento, aumentino i flussi su oro e che il petrolio reagisca con forza alle notizie di possibili interruzioni dell’offerta.
Il confronto sempre più acceso tra Donald Trump e Jerome Powell diventa un ulteriore fattore di rischio
Il confronto sempre più acceso tra Donald Trump e Jerome Powell sta diventando un fattore di rischio autonomo per i mercati finanziari.
Al di là dei singoli dati macro o delle tensioni geopolitiche, è lo scontro istituzionale tra la Casa Bianca e la Federal Reserve a introdurre un nuovo elemento di incertezza, capace di incidere sulle aspettative degli investitori e sulla percezione di stabilità del sistema.
Da un lato, Trump continua a esercitare pressioni esplicite sulla Fed affinché tagli i tassi di interesse, accusando Powell di frenare la crescita economica e di non sostenere a sufficienza l’economia americana in una fase delicata.
Dall’altro, Powell ribadisce l’indipendenza della banca centrale e la necessità di basare le decisioni di politica monetaria esclusivamente sui dati, senza cedere a condizionamenti politici.
Questo braccio di ferro non è solo retorico: le ipotesi di indagini, minacce di rimozione e critiche pubbliche minano la credibilità dell’istituzione che, per definizione, dovrebbe rappresentare un’ancora di stabilità.
I mercati reagiscono con nervosismo perché l’indipendenza della Fed è uno dei pilastri su cui si fonda la fiducia nel dollaro, nei Treasury e, più in generale, nell’architettura finanziaria globale.
Ogni segnale che lasci intendere una possibile ingerenza politica nella gestione dei tassi o del bilancio della banca centrale aumenta il premio per il rischio richiesto dagli investitori.
Questo si traduce in maggiore volatilità sull’azionario, movimenti irregolari sui rendimenti obbligazionari e pressioni sul cambio.
In una fase in cui l’inflazione appare sotto controllo ma non completamente domata e il ciclo economico mostra segnali di raffreddamento ordinato, la Fed dovrebbe poter comunicare in modo chiaro e credibile il proprio percorso.
Lo scontro con Trump, invece, rende più complesso questo compito, alimentando dubbi sulle prossime mosse di politica monetaria e sulla loro reale autonomia.
Non a caso, nelle ultime sedute, i mercati hanno mostrato una maggiore sensibilità alle dichiarazioni provenienti da Washington, spesso più delle stesse pubblicazioni macroeconomiche.
In questo contesto, il confronto Trump–Powell agisce come amplificatore delle tensioni già presenti: tecniche, geopolitiche e macro.
Anche in assenza di decisioni concrete, il solo rischio di una Fed percepita come meno indipendente è sufficiente a generare fasi di avversione al rischio.
Per gli investitori, significa muoversi in un ambiente più instabile, in cui la gestione del rischio diventa centrale e in cui ogni segnale istituzionale può innescare reazioni rapide e talvolta sproporzionate dei mercati.
S&P 500 e Dow Jones hanno perso alcuni supporti chiave di breve periodo
In sintesi, la fase attuale non è ancora un’inversione conclamata, ma rappresenta un punto di snodo importante.
Tecnicamente, S&P 500 e Dow Jones hanno perso alcuni supporti chiave di breve periodo; macro e geopolitica forniscono un contesto che rende questi segnali più credibili rispetto a una semplice correzione fisiologica.
Finché i livelli critici (6.900 per S&P 500 e 48.800 per Dow Jones) resteranno sotto pressione, il rischio di una correzione più ampia rimane sul tavolo.
Al contrario, recuperi rapidi sopra le resistenze indicate riporterebbero lo scenario in una logica di consolidamento, non di inversione.
È uno di quei momenti in cui il mercato “ascolta” contemporaneamente i grafici e la geopolitica.
E quando entrambi iniziano a parlare la stessa lingua, conviene prestare molta attenzione.
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