Wall Street resiste a petrolio e inflazione, ma chiude la settimana in calo
pubblicato:L’inflazione core superiore alle attese e il Treasury decennale vicino al 5% rendono molto probabile un rialzo dei tassi nella prossima riunione della Federal Reserve

Wall Street conclude in rialzo la seduta di venerdì 11 settembre
Wall Street conclude in rialzo la seduta di venerdì 11 settembre, recuperando una parte delle perdite accumulate durante una settimana dominata dal rincaro del petrolio, dalla risalita dell’inflazione e dal forte aumento dei rendimenti obbligazionari.
Lo S&P 500 ha guadagnato venerdì lo 0,86% a 7.656,98 punti, interrompendo una serie di quattro sedute negative.
Il Nasdaq Composite è salito dello 0,96% a 26.333,04 punti, mentre il Dow Jones Industrial Average ha recuperato lo 0,98% a 52.573,29.
Il rimbalzo finale non è stato però sufficiente a riportare in positivo il bilancio settimanale:
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S&P 500: −0,8%;
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Nasdaq Composite: −0,7%;
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Dow Jones: −1,6%;
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Russell 2000: −2,4%.
La maggiore debolezza del Russell 2000 segnala che l’aumento dei rendimenti e del costo del capitale continua a penalizzare soprattutto le aziende di dimensioni più contenute e maggiormente dipendenti dal credito.
Quattro sedute negative prima del recupero
Lo S&P 500 aveva accumulato una flessione vicina al 2% nelle prime quattro sedute della settimana, la peggiore sequenza da giugno.
Le vendite sono state alimentate dalla contemporanea crescita del petrolio e dei rendimenti dei Treasury.
Il mercato ha progressivamente aumentato le probabilità di una nuova stretta della Federal Reserve, riducendo l’esposizione ai settori maggiormente sensibili ai tassi.
Tecnologia, consumi discrezionali e società a minore capitalizzazione hanno risentito in misura particolare dell’aumento del tasso utilizzato per attualizzare gli utili futuri.
Giovedì lo S&P 500 aveva perso lo 0,58%, il Nasdaq lo 0,65% e il Dow Jones lo 0,60%. Il rendimento del Treasury decennale si era portato sui massimi degli ultimi tre anni, mentre quello trentennale aveva raggiunto livelli che non si osservavano da oltre 19 anni.
Venerdì la discesa del petrolio dai massimi ha offerto al mercato l’occasione per recuperare, nonostante i dati sull’inflazione abbiano ulteriormente rafforzato l’ipotesi di un rialzo dei tassi.
Inflazione al 3,4%, ma il dato mensile core sorprende
Ad agosto l’indice dei prezzi al consumo statunitense è aumentato dello 0,4% rispetto a luglio, dopo il modesto +0,1% del mese precedente. Su base annua, l’inflazione generale è rimasta ferma al 3,4%.
Il dato complessivo è risultato sostanzialmente in linea con le attese, ma la composizione ha evidenziato alcune pressioni non trascurabili. L’indice core, depurato da energia e alimentari, è aumentato dello 0,3% su base mensile, superando il +0,2% previsto. Su base annua, l’inflazione core è comunque scesa dal 2,5% al 2,4%.
Il quadro è quindi ambiguo. La tendenza annuale continua a mostrare un rallentamento, ma la dinamica mensile indica che le pressioni sui prezzi non sono ancora completamente sotto controllo.
La benzina è aumentata del 3,9% nel mese e del 27,4% rispetto all’anno precedente, contribuendo per oltre un terzo alla crescita complessiva dell’indice. Anche i costi abitativi hanno accelerato dello 0,3%, dopo il +0,1% di luglio.
Il petrolio resta il principale rischio
Il Brent ha raggiunto durante la settimana un massimo di 109,97 dollari al barile, sostenuto dalle tensioni nel Golfo e dalle difficoltà che interessano le rotte attraverso lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso.
Venerdì le quotazioni hanno corretto fino a circa 104,50 dollari, permettendo ai mercati azionari di recuperare. Nonostante la flessione finale, il Brent ha chiuso la settimana con un rialzo superiore all’8%, mentre il petrolio americano è rimasto intorno ai 100 dollari.
La discesa dell’ultima seduta ha ridotto la pressione immediata sulle azioni, ma non modifica il problema di fondo.
Se il greggio dovesse stabilizzarsi sopra 100 dollari, l’effetto sui carburanti, sulla logistica e sui costi di produzione potrebbe rendere molto più difficile il ritorno dell’inflazione verso il 2%.
Il mercato teme soprattutto gli effetti di secondo livello.
Un periodo prolungato di energia costosa potrebbe trasferirsi ai servizi, ai salari e alle aspettative di famiglie e imprese, costringendo la Fed a mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo.
Rialzo Fed ormai quasi interamente prezzato
Dopo la pubblicazione dell’inflazione, la probabilità implicita di un aumento di 25 punti base nella riunione del 15-16 settembre è salita fino all’87-90%, dal 69-72% precedente al dato e dal 50% di una settimana prima.
La sorpresa positiva dell’occupazione, con 162.000 nuovi posti di lavoro creati ad agosto, aveva già rafforzato lo schieramento favorevole alla stretta. I dati sui prezzi hanno reso ancora più difficile giustificare una pausa.
Se la Fed aumentasse il costo del denaro di 25 punti base, il tasso sui Fed funds salirebbe verso 4,00-4,25%. La decisione appare ormai ampiamente incorporata nei prezzi; per questo motivo, la reazione dei mercati dipenderà soprattutto dalle indicazioni sulle riunioni successive.
Gli investitori cercheranno di capire se l’intervento di settembre sarà isolato oppure l’inizio di una nuova sequenza. Un segnale favorevole ad altre strette tra ottobre e dicembre potrebbe esercitare ulteriore pressione sulle obbligazioni e sulle valutazioni azionarie.
Treasury decennale vicino al 5%
Il rendimento del Treasury a 10 anni ha sfiorato il 5%, raggiungendo un massimo intraday intorno al 4,99%. Si tratta di un livello importante sia dal punto di vista tecnico sia per le conseguenze sul sistema finanziario.
La risalita della parte breve della curva riflette soprattutto le aspettative sulla Federal Reserve. Quella delle scadenze più lunghe incorpora invece fattori più strutturali:
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inflazione persistente;
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deficit federale elevato;
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debito pubblico vicino ai 40.000 miliardi di dollari;
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crescente offerta di Treasury;
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riduzione della domanda da parte di alcuni investitori istituzionali;
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aumento del premio richiesto per detenere titoli a lunga scadenza.
Un rendimento decennale vicino al 5% aumenta il costo dei mutui e dei finanziamenti alle imprese, rendendo contemporaneamente le obbligazioni più competitive rispetto alle azioni.
Il rischio per Wall Street è che i rendimenti superino la soglia oltre la quale la crescita degli utili non riesce più a compensare la compressione dei multipli.
Perché le azioni sono salite nonostante l’inflazione
La reazione positiva di venerdì può sembrare contraddittoria.
L’inflazione core mensile è risultata superiore alle attese e la probabilità di un rialzo della Fed è aumentata, ma gli indici hanno comunque recuperato.
Il primo motivo è rappresentato dalla discesa del petrolio. Dopo il forte incremento delle sedute precedenti, il calo del greggio ha ridotto il timore di un’accelerazione incontrollata dell’inflazione energetica.
Il secondo è legato al posizionamento. Dopo quattro giornate consecutive di vendite, molti operatori avevano già ridotto l’esposizione e costruito coperture. Il venir meno di nuove notizie negative ha favorito ricoperture e acquisti tattici.
Infine, una parte significativa del rischio monetario risulta ormai incorporata nei prezzi.
Se la Fed dovesse procedere con il rialzo atteso, senza prospettare una lunga sequenza di interventi, la reazione potrebbe essere meno negativa di quanto suggerisca il semplice aumento dei tassi.
L’intelligenza artificiale continua a sostenere il mercato
Il tema dell’intelligenza artificiale ha fornito ancora una volta un sostegno importante. I risultati e le prospettive di Oracle hanno rafforzato le aspettative di una crescita persistente degli investimenti in data center, server, sistemi di raffreddamento e infrastrutture di rete.
Venerdì Dell Technologies e Hewlett Packard Enterprise hanno guadagnato oltre l’11%, mentre HP e Super Micro Computer hanno registrato rialzi significativi.
La reazione dimostra che il mercato continua a premiare le società considerate beneficiarie della costruzione dell’infrastruttura fisica necessaria per l’AI. La spesa prevista da Oracle per data center e capacità computazionale è stata interpretata come una conferma della solidità della domanda.
Il settore rimane però volatile. Giovedì Nvidia aveva perso circa il 2,3% e Micron Technology il 4,7%, penalizzate dall’aumento dei rendimenti e dalle prese di profitto.
La crescita strutturale del comparto non elimina quindi la sensibilità delle valutazioni ai tassi d’interesse.
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Apple sostiene il Dow Jones
Apple ha fornito un contributo positivo dopo la presentazione dei nuovi prodotti. Giovedì il titolo era salito del 3,6%, sostenuto dalle aspettative sulla nuova generazione di iPhone e sui servizi collegati all’intelligenza artificiale.
Il rialzo ha aiutato il Dow Jones a contenere le perdite, ma non è stato sufficiente a evitare una flessione settimanale dell’1,6%.
L’andamento del listino industriale mostra che la pressione non si è concentrata esclusivamente sulla tecnologia. Anche finanziari, industriali e società maggiormente sensibili al ciclo economico hanno risentito dell’aumento del costo del capitale.
Le small cap restano l’anello debole
Il Russell 2000 ha ceduto il 2,4% nella settimana, registrando una performance nettamente peggiore rispetto agli indici delle società a maggiore capitalizzazione.
Le small cap sono generalmente più dipendenti dal finanziamento bancario, presentano margini inferiori e una quota maggiore di debito a tasso variabile. Un aumento dei tassi produce quindi effetti più rapidi sui risultati economici.
La debolezza del Russell rappresenta un segnale da non sottovalutare.
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Un mercato rialzista solido dovrebbe essere accompagnato da un ampliamento della partecipazione, mentre la concentrazione degli acquisti su un numero ristretto di grandi società rende il movimento più vulnerabile.
Per migliorare il quadro complessivo sarebbe necessario osservare una stabilizzazione dei rendimenti e un ritorno degli acquisti anche sulle aziende di minori dimensioni.
S&P 500: recupero importante, ma non ancora risolutivo
Lo S&P 500 ha chiuso a 7.656,98 punti, recuperando gran parte della flessione di giovedì. Il primo riferimento tecnico è rappresentato dall’area compresa tra 7.700 e 7.720 punti, corrispondente ai livelli precedenti all’accelerazione ribassista.
Il superamento di questa fascia permetterebbe un ritorno verso 7.800 punti e successivamente verso i massimi storici di agosto.
Sul lato opposto, il primo sostegno si colloca nell’area 7.580-7.600 punti, testata durante la settimana. Una chiusura sotto questa fascia renderebbe probabile una correzione verso 7.500 e successivamente 7.400 punti.
Il rialzo di venerdì interrompe la sequenza negativa, ma non è ancora sufficiente per confermare la conclusione della fase correttiva. Sarà la reazione alla Fed a chiarire se il mercato dispone della forza necessaria per tornare sui massimi.
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Nasdaq ancora forte, ma sensibile ai tassi
Il Nasdaq Composite ha chiuso a 26.333 punti, dopo avere difeso la fascia dei 26.000. Il recupero sopra 26.500-26.600 punti migliorerebbe la struttura di breve periodo e consentirebbe un nuovo tentativo verso i massimi.
Una discesa sotto 26.000 rappresenterebbe invece un segnale di debolezza, con possibili obiettivi correttivi verso 25.500 e 25.000 punti.
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Il settore tecnologico continua a beneficiare della crescita degli investimenti nell’AI, ma rimane particolarmente esposto all’andamento dei rendimenti reali. Se il Treasury decennale superasse stabilmente il 5%, il mercato potrebbe iniziare a richiedere valutazioni più contenute anche alle società con le migliori prospettive di crescita.
La prossima settimana: tutta l’attenzione sulla Fed
L’appuntamento centrale sarà la riunione della Federal Reserve del 15-16 settembre. Il mercato considera ormai altamente probabile un rialzo di 25 punti base, ma l’esito non è ancora completamente scontato.
Gli investitori seguiranno soprattutto:
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il comunicato finale;
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le nuove proiezioni economiche;
- •
il grafico dei tassi attesi dai membri del FOMC;
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le indicazioni sull’inflazione;
- •
la valutazione del mercato del lavoro;
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la conferenza stampa del presidente Kevin Warsh.
Una stretta accompagnata da toni moderati potrebbe essere assorbita senza particolari conseguenze. Un’indicazione favorevole a ulteriori aumenti ravvicinati metterebbe invece sotto pressione sia i Treasury sia le azioni.
Il vero nodo rimane il rapporto tra petrolio e inflazione. Se il greggio dovesse tornare verso 110 dollari, la Fed avrebbe meno spazio per interrompere il ciclo restrittivo. Una discesa stabile sotto 100 dollari offrirebbe invece un primo sollievo.
Wall Street resta resiliente, ma il margine si restringe
Il bilancio della settimana è negativo, ma non mostra ancora una vera resa del mercato azionario. Gli indici hanno assorbito un petrolio sopra 100 dollari, un Treasury decennale vicino al 5% e una probabilità quasi certa di rialzo della Fed senza sviluppare una correzione particolarmente profonda.
La resilienza è sostenuta dagli utili, dalla spesa per l’intelligenza artificiale e dalla convinzione che l’economia americana possa sopportare tassi più elevati.
Il margine di sicurezza, tuttavia, si sta restringendo. Rendimenti persistentemente superiori al 5%, energia costosa e nuove strette monetarie potrebbero infine costringere il mercato a ridimensionare le valutazioni.
Per ora Wall Street resiste, ma la riunione della Fed rappresenterà un test decisivo: non conterà soltanto il probabile rialzo di settembre, bensì il numero di ulteriori interventi che la banca centrale lascerà intravedere.
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