Banche centrali: previsti tassi fermi, ma non cessano di mordere caro-petrolio e deficit
pubblicato:Vertici monetari alla prova dei rincari energetici, mentre pesano le incognite sulle finanze d'oltralpe e l'avvicendamento ai vertici dell'Eurotower

A volte le assemblee più significative delle banche centrali sono quelle che, senza scelte particolari sullo strumento fondamentale dei tassi d’interesse, lasciano spazio a dichiarazioni programmatiche di policy che finiscono per fornire al mercato indicazioni quasi più preziose di un intervento diretto sul costo del denaro.
Non è chiaro se questa settimana che ospiterà questo fenomeno o meno, ma gli ingredienti ci sono tutto, a partire dal convitato di pietra dei prezzi del petrolio greggio che restano fuori controllo: seppur fuori dai radar teorici delle variabili endogene ‘trattabili’ dalle banche centrali, i prezzi delle materie prime restano e si consolidano come driver dell’inflazione globale imprescindibile in questa fase.
Anzi i second round effect, i temuti effetti di secondo impatto che in sostanza si verificano quando dall’impatto dei prezzi energetici sull’inflazione complessiva si passa a quella sottostante (al netto di energetici e alimentari freschi), rischiano di materializzarsi in maniera sempre più brutale nelle prossime settimane festive chiave per molti settori.
Petrolio, una variabile esogena che preme su tutte le banche centrali
Oggi i prezzi del greggio, a poco più di una settimana dalle prossime elezioni di mid-term negli Stati Uniti, segnano un calo rilevante che incorpora le aperture del regime degli ayatollah a nuove trattative con Washington, ma con un Brent in calo dell’1,46% a 115 dollari al barile e un WTI in flessione dell’1,88% a 101,3 dollari siamo su prezzi storicamente elevati e pericolosi per la tenuta dell’economia globale che, stiamo imparando in questi mesi e in questi anni, è ancora fortemente ancorata all’idrocarburo.
A ottobre la situazione resta instabile, anche se si registrano miglioramenti del quadro su alcuni numeri fondamentali: l’IEA aveva registrato a settembre il recupero di oltre il 75% dei volumi in transito per lo stretto di Hormuz, stamane il Wall Street Journal che rende conto degli ‘spunti politici positivi’ cita l’ultimo conteggio di Kpler di venerdì: 12,65 milioni di barili al giorno, circa il 74% dei volumi pre-conflitto. Purtroppo però - e di questo rendono conto forse le quotazioni del barile – ottobre ha anche visto un record di attacchi: il Washington Institute for Near East Policy ne ha contati 28 nel mese e 113 dall’inizio del conflitto, quindi una grave accelerazione.
Va precisato che in molti Paesi, come l’Italia (a settembre +4,2% la generale non armonizzata, all’1,7% quella di fondo) l’inflazione core è ben lontana dal rischio di un impatto strutturale sui prezzi generali per le famiglie, ma la riaccelerazione recente dei prezzi del greggio unita al consolidamento inevitabile dell’impatto di ormai oltre 7 mesi di conflitto e pressioni sui prezzi energetici sono una spada di Damocle che potrebbe precipitare presto. In qualche quadrante è già successo, basti pensare al 4,9% della Spagna con un core al 3,1%
La backwardation dei future continua a scontare un calo dei prezzi nei prossimi mesi, ma con la prospettiva (sull’ICE) di un rientro sotto i 100 dollari nell’aprile 2027 e sotto i 90 il successivo ottobre, i rischi si fanno sempre più concreti.
Banche centrali, ecco il calendario di una settimana rovente
Questa settimana sarà rovente per alcune delle banche centrali più importanti del mondo:
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mercoledì alle 14:45 italiane ci sarà la Bank of Canada, dovrebbe alzare dal 2,25% al 2,50% i tassi d’interesse sul dollaro canadese
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mercoledì alle 19:00 italiane si pronuncerà la Fed (siamo entrati nel periodo di sfalsamento tra ora legale e solare): dovrebbe mantenere i tassi al 4,00%
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giovedì alle 14:15 la BCE dovrebbe mantenere al 2,50% i tassi d’interesse sui depositi (pari al 2,65% sulle operazioni di rifinanziamento principali)
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venerdì sarà la volta della Banca del Giappone che dovrebbe confermare il tasso d’interesse all’1,25% per gli yen
In definitiva la posizione prevista per le maggiori banche centrali è di nuovo in attesa, dopo i recenti rialzi che comunque lasciano su livelli molto diversi di costo del denaro le maggiori economie mondiali.
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Le previsioni per i prossimi mesi di Fed, BCE e BOJ
I tool che proiettano sui future sui titoli di Stato le probabilità implicite di nuove posizioni dei tassi d’interesse ufficiali suggeriscano che la Fed porti al 4,25% il costo del denaro il 9 dicembre (72,1% per il FedWatch tool); poi da marzo in poi ogni meetig sarebbe buono per un ulteriore rialzo fino al 4,5% (o meglio al range 4,25%-4,50% che ottiene, il 44,7% per il 17 marzo e poi posizioni di vantaggio relativo nei successivi meeting).
Per la BCE il quadro è simile a dicembre c’è un 75,4% di probabilità di un rialzo del tasso sui depositi al 2,75%, quindi dal 18 marzo in poi ipotesi prevalente di un altro rialzo fino al 3,00%
Stesso scenario infine per la BOJ che potrebbe aumentare i tassi all’1,50% a dicembre e poi rialzarli di un altro quarto di punto da marzo in poi.
Tutto da vedere e non sono da escludere scossoni esogeni provenienti dal mondo dell’AI e dal loro ciclo di investimento che concentra essi come non mai i mercati azionari chiave degli Stati Uniti su un numero troppo esiguo di aree dell’economia e dell’industria.
Il caso della Francia (ma attenzione anche agli Stati Uniti)
In Europa esiste però un altro fattore idiosincratico, almeno in apparenza, la Francia.
In realtà il debito pubblico USA supera i 40,44 trilioni di dollari, oltre il 133% del Pil, con un deficit del 5,9% e una crescita del Pil del 2,2% che si traduce in un premio al rischio (rendimento) del 5% dopo recenti allunghi oltre il 5,3%
L’anno scorso c’è stato uno shutdown da record che ha penalizzato l’economia a stelle e strisce nonostante la maggioranza repubblica alla Camera e al Senato: quali incertezze si possono prevedere dunque con le midterm alle porte che proiettano risultati molto meno vantaggiosi per la Casa Bianca?
I mercati sono però narrativa e proiezione, non solo asettica valutazione, così sul sovereign UE la fragile situazione politica ed economica francese pesa molto di più di quanto il budget USA non pesi su Wall Street, anche perché in Europa non abbiamo un safe haven paragonabile al dollaro. Solo il Bund ha recuperato recentemente il valore di bene rifugio, ma si inserisce in un contesto economico e politico assai carico di incertezze anch’esso.
La Francia chiuderà verosimilmente il 2026 con un deficit del 5,4%: secondo Moody’s che ha appena graziato Parigi conservandole l’Aa3 che aveva, il Paese transalpino dovrebbe ridurre questo deficit/Pil al 5,2% alla fine del tormentato processo di budget in corso contro il 5,0% dell’obiettivo attuale del governo; ma, sempre secondo Moody’s, il debito/Pil potrebbe crescere dal 115% a oltre il 120% nel 2027 e secondo il Fondo Monetario Internazionale la crescita del Pil francese potrebbe rallentare allo 0,4% e recuperare un debole +0,7% nel 2027.
In queste ore il ritorno della fiducia (o le ricoperture?) sul sovereign Ue riporta al 4,95% il rendimento chiesto all’OAT decennale: il 5,12% dei massimi recenti però ha lasciato il segno e sicuramente anche la BCE, quando riporterà alla comunità finanziaria il 29 ottobre 2026, sarà interrogata su questo.
Se siamo lontani dalla divergenza dei rendimenti che potrebbe giustificare l’uso inedito del bazooka del TPI, resta caldissimo il timore su temi caldi per la BCE, come l’inflazione, la crescita e il debito dei Paesi membri.
BCE, il rischio di governance
Sicuramente si parlerà anche delle possibili dimissioni anticipate di Christine Lagarde che generano una fattore di incertezza davvero gratuito per questo complesso contesto geopolitico.
Sarebbe opportuno e doveroso fornire un percorso chiaro di successione che è ritenuto un must have nelle imprese private e ancora di più per i policy maker di rango come una banca centrale.
Che sia Klaas Knot o Joachim Nagel o Nadia Calvino conta meno a questo punto della chiarezza sulla stabilità dell’Eurotower anche nei prossimi mesi.
Di certo insomma, i temi caldi per questa settimana delle banche centrali non mancano.