La strage di Castel D'Azzano, dall'inizio: dall'esplosione del casolare al processo contro i fratelli Ramponi
pubblicato:Tre carabinieri morti, 27 feriti. La Corte d'Assise di Verona apre il processo contro i fratelli Ramponi, accusati di strage e omicidio plurimo premeditato in concorso

Una ferita profonda, un dramma iniziato nel silenzio di un isolamento ostinato e sfociato in una tragedia. L'inferno si è scatenato nelle prime ore del mattino del 14 ottobre 2025 in un casolare di campagna a Castel d'Azzano, alle porte di Verona. Quella che doveva essere un'operazione di perquisizione e controllo, inserita all'interno di una complessa procedura di esecuzione giudiziaria, si è trasformata in un'esplosione devastante che ha travolto gli operatori delle forze dell'ordine e dei soccorsi giunti sul posto. La struttura, saturata di gas e predisposta come una vera e propria trappola incendiaria, è crollata all'improvviso seppellendo tre carabinieri e ferendo ben ventisette persone tra militari dell'Arma, agenti di Polizia di Stato e Vigili del fuoco. Oggi, 26 ottobre 2026, si apre un nuovo ed essenziale capitolo con l'inizio del processo a carico dei tre fratelli Ramponi che vivevano in quella struttura.
L'antefatto della tragedia
Per comprendere le radici della strage di Castel d'Azzano occorre riavvolgere il nastro fino al gennaio del 2012. È in quell'anno che la vita della famiglia Ramponi cambia per sempre. Il padre dei tre fratelli rimane coinvolto in un drammatico incidente stradale, uno scontro frontale a causa del quale perde la vita un camionista, Davide Meldo. L'evento traumatico segna l'inizio di un declino inarrestabile: travolti dal dolore e dal peso morale dell' accaduto, i genitori morirono poco tempo dopo per il dispiacere. Da quel momento in poi, i tre figli — Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi — si ritrovano soli a gestire un'eredità fatta di contenziosi e richieste di risarcimento danni.
Negli anni successivi la situazione finanziaria dei tre allevatori precipita drasticamente. Nel 2014 viene stipulato un mutuo che diventa il centro di un contenzioso giudiziario durato oltre un decennio. I fratelli Ramponi contestano ripetutamente la validità di quel finanziamento, arrivando a denunciare la falsificazione delle proprie firme e dichiarandosi vittime di un complotto sistematico ordito ai loro danni. Tutte le istanze presentate dinanzi all'autorità giudiziaria vengono tuttavia disattese e rigettate, portando all'inevitabile pignoramento e alla perdita dei terreni agricoli circostanti.
Con l'andare del tempo, il rifiuto della realtà porta i tre fratelli a ritirarsi completamente dalla vita sociale. Chiusi nel casolare di Castel d'Azzano, i Ramponi vivono in uno stato di profondo degrado e isolamento: senza utenze attive, senza energia elettrica né acqua corrente, tirano avanti unicamente grazie all'allevamento di circa quaranta bovini. Per supplire alla mancanza di luce installano lampade a batteria e posizionano telecamere di sorveglianza lungo il perimetro per monitorare ogni spostamento all'esterno.
Tutti i tentativi di conciliazione condotti dalle autorità locali cadono nel vuoto. Il sindaco e l'amministrazione comunale propongono a più riprese soluzioni alternative, mettendo a disposizione un'altra abitazione dotata di tutti i servizi essenziali e idonea a ospitare anche il bestiame. I tre fratelli rifiutano categoricamente ogni aiuto, barricandosi dietro un'ostilità sempre più aggressiva verso creditori e ufficiali giudiziari. Ai vicini e a chiunque si avvicini urlano apertamente la propria minaccia: piuttosto che subire lo sfratto, avrebbero fatto saltare in aria la casa. Nel 2024, durante un tentativo di accesso, l'ufficiale giudiziario rileva la presenza di bombole di gas e bottiglie incendiarie posizionate sul tetto, sospendendo la procedura e richiedendo l'intervento di reparti specializzati.
La strage di Castel d'Azzano
Il 14 ottobre 2025, quindi, scatta l'operazione disposta dal Tribunale di Verona. Non si tratta di un'esecuzione immediata dello sfratto, bensì di un accesso di perquisizione preventivo mirato a verificare la presenza di materiali esplosivi e dispositivi pericolosi, viste le reiterate minacce degli occupanti. All'alba si presenta sul posto un contingente di circa trenta operatori altamente qualificati: le Aliquote di Primo Intervento (A.P.I.) del Nucleo Operativo e Radiomobile di Padova, le Squadre Operative di Supporto (S.O.S.) del 4º Battaglione Carabinieri "Veneto" e del 2º Battaglione Carabinieri "Liguria", affiancate dalle Unità Operative di Primo Intervento (U.O.P.I.) della Polizia di Stato e dalle squadre dei Vigili del fuoco.
Pochi minuti dopo l'avvio delle manovre per forzare l'ingresso della struttura, il casolare viene squarciato da un'imponente deflagrazione. L'immobile, saturato di gas tramite numerose bombole lasciate aperte all'interno e armato con bottiglie incendiarie (molotov), crolla su se stesso trasformandosi in una trappola mortale.
Il bilancio delle vittime è drammatico. Sotto le macerie perdono la vita tre servitori dello Stato appartenenti all'Arma dei Carabinieri: il sottotenente Marco Piffari, 56 anni, comandante della Squadra Operativa di Supporto (SOS) del 4º Battaglione Carabinieri "Veneto"; il maresciallo Valerio Daprà, 56 anni, operatore dell'Aliquota di Primo Intervento (API) del Nucleo Operativo e Radiomobile di Padova e l'appuntato scelto Davide Bernardello, 36 anni, anch'egli in forza all'API di Padova. La notizia viene presto ribattuta dagli uffici stampa delle forze dell'ordine (qui il comunicato della Polizia di Stato, qui la nota dei Vigili del fuoco).
I rilievi medico-legali condotti dai periti indicheranno che i tre militari sono deceduti per lo schiacciamento provocato dal crollo dei solai dell'edificio. Accanto al tributo di vite umane si conta un tragico bilancio di ben 27 feriti tra gli appartenenti alle forze dell'ordine e ai Vigili del fuoco. Tra i feriti più gravi figurano diversi militari dell'Arma, tra cui il vicebrigadiere Giuseppe Benso, il carabiniere scelto Andrea Carestiato, il carabiniere scelto Andrea Tanassi e il carabiniere Domenico Gabriele Martella, tutti in servizio nella SOS del 4º Battaglione "Veneto", oltre ai colleghi del 2º Battaglione "Liguria" e delle unità API di Padova.
Nelle ore immediatamente successive all'esplosione scattano i fermi. Dino Ramponi viene bloccato nelle vicinanze, Franco Ramponi viene rintracciato dopo ore di perlustrazione nelle campagne circostanti grazie all'impiego di droni ed elicotteri, mentre Maria Luisa Ramponi, rimasta gravemente ustionata all'interno dell'abitazione al momento dello scoppio, viene ricoverata d'urgenza in terapia intensiva all'ospedale di Borgo Trento a Verona.
La vicenda giudiziaria
L'inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica di Verona, guidata dal procuratore Raffaele Tito, ha delineato sin dai primi istanti un quadro accusatorio di estrema gravità. Ai tre fratelli Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi sono stati contestati i reati di strage (previsto dall'articolo 422 del codice penale) e di omicidio plurimo premeditato in concorso. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, avvalorata dalle testimonianze dei carabinieri sopravvissuti e dalle immagini registrate dalle bodycam in dotazione alle squadre d'assalto, l'evento non è stato un tragico incidente ma una vera e propria rappresaglia premeditata. Le indagini indicano che a innescare materialmente la deflagrazione, mediante la saturazione dell'aria con il gas delle bombole e l'uso di un dispositivo d'innesco, sarebbe stata Maria Luisa Ramponi, l'unica presente all'interno del casolare al momento dell'ingresso dei militari.
Durante le udienze di convalida dei fermi svoltesi davanti alla giudice per le indagini preliminari Carola Musio, Franco e Dino Ramponi si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. I loro legali difensori hanno sostenuto che i due uomini non si trovavano nell'abitazione al momento dello scoppio: per Dino è stato indicato che si trovava a lavorare nei campi limitrofi, accorrendo solo dopo aver udito il boato, mentre per Franco la difesa ha rimarcato il fatto che sia stato trovato solo a distanza di ore nelle campagne. Nessuno dei due ha espresso parole di scusa o mostrato segni di pentimento per la morte dei tre carabinieri e per i ferimenti.
La tragedia ha suscitato un profondo cordoglio in tutto il Paese, culminato con la proclamazione del lutto nazionale e con i funerali di Stato celebrati nella basilica di Santa Giustina a Padova alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e delle più alte cariche civili e militari. I tre carabinieri caduti, Marco Piffari, Valerio Daprà e Davide Bernardello, sono stati insigniti della promozione post mortem per il valore ed il sacrificio dimostrati nell'adempimento del dovere.
A distanza di un anno dalla tragedia, la fase istruttoria lascia il posto alle aule di giustizia. Oggi, 26 ottobre 2026, si apre ufficialmente il processo a carico di Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi. Il dibattimento davanti alla Corte d'Assise dovrà accertare definitivamente le singole responsabilità, il grado di concorso nella premeditazione della strage e dare risposta al dolore dei familiari delle vittime e dell'intera comunità colpita da uno degli episodi più drammatici della cronaca recente. Le difese potrebbero mirare a ottenere una perizia psichiatrica per i loro assistiti.