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Italia: banche in crisi? per ora no

di Giovanni Digiacomopubblicato:

Forti vendite sui titoli del credito hanno scosso i listini, ma gli ultimi dati dell’ABI confermano una situazione ancora solida. Ci sono anche prospettive di rendimento, ma - come sempre - c’è anche il rischio

I dati dell’Associazione bancaria italiana, l’ABI, pubblicati oggi gettano un po’ di acqua sul fuoco sul travagliato mondo del credito italiano in questa fase. Per fare un riassunto delle puntate precedenti a chi si fosse perso il crollo dei mercati azionari degli ultimi giorni e il balzo dei rendimenti del BTP, si potrebbe sintetizzare che anche le banche sono andate giù. E un bel po’, nonostante dall’inizio di questa fase di inflazione e rialzo dei tassi tutti abbiano gridato ai quattro venti: occhio che c’è valore!

Perché sei tassi salgono - si sa - salgono anche i margini di interesse del credito e, dopo anni di languori nei margini di intermediazione rimpolpati soltanto dalle commissioni, un po’ di banca vera (tempo+denaro= interesse) ci vorrebbe pure.

Quanto hanno perso in Borsa le banche?

Ma ovviamente non è così lineare. Soltanto lo scorso 30 maggio l’indice Ftse Italia Banche valeva più di 8.900 punti, oggi ne vale poco più di 7.530, il che significa una perdita di circa il 15% in due settimane. Eppure gli analisti ripetono: con gli interessi in crescita le banche fattureranno di più, molto di più. Un aumento complessivo dei tassi al 2% potrebbe accrescere in media il margine di interesse delle banche europee del 18% rispetto ai livelli del 2021, stima un recente indagine di S&P Global su un pool di 85 banche europee. Non solo, ma banche britanniche e italiane dovrebbero avvantaggiarsene particolarmente, con una media ponderata dei rialzi del margine d’interesse intorno al 25%

Ma allora perché il credito italiano affonda così rapidamente?

Una giustificazione molto finanziaria è nel classico ruolo di cinghia di trasmissione del sentiment dei mercati che il comparto bancario svolge quasi sempre. Se le vendite prevalgono sui mercati azionari, come sta avvenendo a fronte di un’inflazione ancora fuori controllo e di politiche monetarie in accelerazione restrittiva, le banche recapitano per prime il messaggio ai listini. Vanno giù insomma.

C’è poi la questione ormai ultradecennale di spread e rendimenti. Se le banche sono gonfie di titoli di Stato il cui prezzo precipita, inevitabilmente i loro bilanci si appesantiscono.

C’è infine la questione crescita e deteriorati: praticamente tutti registrano un rallentamento della crescita a causa della coppia fatale inflazione e colli di bottiglia su materiali ed energia. Questo significa più aziende in crisi, magari con oneri finanziari in crescita, e quindi più ritardi e mancati pagamenti, prestiti bancari in deterioramento insomma, quindi un altro attacco al bilancio delle banche.

Ma è davvero così?

Oggi sono usciti i dati dell’ABI che fanno il punto mensile sulla situazione del credito in Italia. A maggio i prestiti a famiglie e imprese crescono del 2,8% sul dato del maggio 2021: è un dato positivo, comunque la si prenda. In particolare crescono del 3,9% i prestiti alle famiglie e dell’1,8% i prestiti alle imprese. In media il tasso sui prestiti resta molto basso: 2,17% sul totale contro un 6,18% registrato a fine 2007. Restano bassi i tassi per le nuove operazioni di finanziamento delle imprese (1,13% in calo) e per l’acquisto di case (1,93%, in leggera crescita su aprile).

Ma come sono fatti questi crediti: sono affidabili?

Le sofferenze nette delle banche, ossia le esposizioni che non rientrano e probabilmente non rientreranno al netto di svalutazioni e accantonamenti già approntati dalle stesse banche, sono ad appena 16,7 miliardi di euro e segnano anche un forte calo di 1,2 miliardi rispetto al mese di aprile. Il record del novembre 2015 era di 88,8 miliardi di euro. Complessivamente nel sistema bancario italiano queste sofferenze sono pari ad appena lo 0,95% degli impieghi totali, erano al 4,89% nel 2015.

Cresce anche la raccolta da clientela: +3,9%, ni un anno i depositi sono cresciuti di 87 miliardi di euro (+4,9% a/a). Per avere un quadro generale si deve considerare che gli impieghi totali a settore privato e Pubblica Amministrazione hanno raggiunto gli 1,74 trilioni di euro a fine maggio 2022 (+2,1%).

La questione dei titoli di Stato

Andiamo quindi proprio al lupus in fabula, ossia i titoli di Stato italiani in pancia alle banche. Su questo bisogna fare almeno un paio di semplici premesse. Una banca può mettere un titolo di Stato in conto trading, e in questo caso una svalutazione va subito in conto economico, o registrarlo come immobilizzazione finanziaria, e in questo caso una svalutazione del titolo influenza “solo” il patrimonio di vigilanza secondo le regole di Basilea 3.

Andiamo ai numeri: 422 miliardi di euro a fine aprile. Ecco quanto pesano i titoli di Stato italiani nel portafoglio di tutte le banche italiane. Più o meno siamo lì da un bel po’, nel 2020 erano 418 miliardi e in genere è un su e giù limitato.
Come detto, in determinate circostanze un deprezzamento di un titolo di Stato si traduce in una svalutazione che pesa direttamente sul conto economico di una banca. Se i tassi salgono (e la BCE lo ha promesso), i rendimenti crescono e i prezzi scendono, quindi chi ha comprato prima deve svalutare.
Se poi c’è un’inflazione rampante e gli investitori chiedono al mercato un premio collegato, allora i prezzi dei titoli di Stato scendono ancora di più.

Sta già succedendo da un po’, basta vedere il superamento del 4% del rendimento del BTP decennale arrivato ieri. Se prendiamo il titolo BTP decennale di riferimento per lo spread, ossia quello con cedola al 2,5% con scadenza al primo dicembre 2032 (ISIN IT0005494239), il prezzo è passato da 96,1 euro a fine maggio (il nominale è 100 euro) a 86,51 oggi. Insomma, al netto delle cedole, il prezzo può portare una svalutazione importante.

Il patrimonio delle banche potrà affrontare questo impatto? Approssimandolo con la voce capitale e riserve, che la stessa Banca d’Italia comunica, si vede che ammonta a 337 miliardi di euro circa a fine aprile, in calo dai 347 miliardi del 2020. È meno dei 418 miliardi di euro di titoli di Stato, ma ovviamente non accadrà mai che questi debbano essere svalutati integralmente e inoltre basterebbe portarli a scadenza per incassare tutto il nominale nel frattempo rimpolpato dalle cedole.

Il rischio sul conto economico anno per anno è comunque aumentato, d’altronde è la controparte del rendimento per definizione. Come detto gli impieghi delle banche sono cresciuti a 1,74 trilioni, quindi i titoli di Stato sono meno di un quarto, inoltre il livello di deteriorati è basso e in calo e le banche italiane hanno nella stragrande maggioranza dei casi (MPS è un caso a parte), un patrimonio di vigilanza e dei ratio ampiamente capienti e appositamente rimpolpati per gli inverni del credito.

Se così non fosse probabilmente i banchieri di mezzo mondo farebbero un falò satellitare della marea di documentazione richiesta negli anni davanti al consesso di Basilea.

Non è la crisi del debito sovrano

Il riflesso degli operatori e degli analisti è condizionato dall’esperienza. L’ultima volta che i rendimenti sono saliti in maniera importante portando anche a diversi sfaceli è stato con la crisi del debito sovrano. Ma oggi la situazione è completamente diversa per molti motivi. Intanto le banche sono enormemente più solide e preparate a eventuali scenari di crisi (non è peregrino ricordare che nonostante tutto siamo ancora in ripresa), poi le condizioni erano assai diverse allora.

L’inflazione di oggi è una pericolosa novità e viene da cose molto palpabili come le materie prime e le catene di approvvigionamento globale. Non è una questione di sfiducia globale nel mondo della finanza, al massimo è una preoccupazione per i livelli di debito nazionale che sono oggi più alti di allora (ma l’Italia, va sempre ricordato, è sempre stata solvibile e ha un debito pubblico/privato/Pil tra i migliori d’Europa).

La crisi non viene dai terminali, ma dai terminal. Le ricette dovranno essere diverse, né va dimenticato che l’inflazione ha anche aspetti positivi, purché resti sotto controllo. Il vero problema sarà proprio trovare strumenti per curare rincari di natura esogena, anche se valute apprezzate da politiche restrittive avranno un qualche effetto nel tempo. C’è poi da considerare che il mondo bancario italiano di oggi è molto più concentrato, resiliente e in parte differenziato, rispetto a qualche anno fa. Anche questo avrà il suo peso.

I presupposti per un cauto ottimismo ci sono insomma.

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