La guerra in Iran cambia la politica monetaria della BCE
pubblicato:Lagarde avverte: più dura il conflitto, maggiori saranno i rischi per inflazione e crescita

La decisione della BCE di aumentare di 25 punti base i tassi era attesa
Per mesi gli investitori hanno discusso di possibili tagli dei tassi, rallentamento economico e sostegno monetario. Oggi lo scenario è completamente cambiato.
La decisione della BCE di aumentare di 25 punti base il tasso sui depositi al 2,25%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40% e quello sui prestiti marginali al 2,65%, certifica come la guerra in Medio Oriente abbia modificato profondamente le priorità delle banche centrali.
La presidente della BCE Christine Lagarde non ha lasciato spazio a interpretazioni: "Più dura la guerra, più aumentano i rischi legati a un incremento dell'inflazione e a un peggioramento della crescita".
Secondo Francoforte, l'aumento dei prezzi energetici provocato dal conflitto rischia infatti di trasformarsi da fenomeno temporaneo a problema strutturale, trasferendosi progressivamente ai prezzi di beni, servizi e salari.
Le nuove stime della BCE mostrano un'inflazione più persistente
Le nuove proiezioni dell'Eurosistema riflettono chiaramente questo cambiamento di scenario.
L'inflazione complessiva viene ora prevista:
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al 3,0% nel 2026
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al 2,3% nel 2027
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al 2,0% nel 2028
Anche l'inflazione core, cioè quella al netto di energia e alimentari, resta ostinatamente elevata:
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2,5% nel 2026
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2,5% nel 2027
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2,2% nel 2028
Rispetto alle stime di marzo, la revisione è stata determinata soprattutto dall'impennata dei prezzi dell'energia conseguente alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran.
La BCE ritiene infatti che il rincaro di petrolio e gas possa gradualmente propagarsi a tutta l'economia attraverso i costi di trasporto, la produzione industriale, i servizi e i prezzi alimentari.
Il rischio peggiore: inflazione alta e crescita debole
La vera preoccupazione di Francoforte non riguarda soltanto l'inflazione.
La BCE sottolinea infatti che la guerra rischia di produrre contemporaneamente inflazione più elevata e crescita economica più debole, uno scenario particolarmente difficile da gestire per qualsiasi banca centrale.
Le prospettive vengono definite "particolarmente incerte", con:
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rischi al rialzo per l'inflazione
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rischi al ribasso per la crescita economica
Le conseguenze finali dipenderanno dall'intensità e dalla durata dello shock energetico e soprattutto dalla capacità del rincaro del petrolio di produrre i cosiddetti effetti di secondo livello, cioè aumenti generalizzati di prezzi e salari.
Non è più solo la BCE: il fronte delle banche centrali restrittive si allarga
La novità più importante è che la BCE non rappresenta un caso isolato.
L'Australia ha già portato i tassi al 4,35%, il livello più alto tra i Paesi sviluppati del G10. La Norvegia ha sorpreso i mercati con un rialzo anticipato al 4,25%. La Danimarca ha seguito immediatamente Francoforte aumentando il costo del denaro all'1,85%.
Negli Stati Uniti la Federal Reserve dovrebbe mantenere i tassi invariati nella prossima riunione, ma il mercato ha ormai abbandonato lo scenario dei tagli e ha iniziato a valutare persino la possibilità di nuovi rialzi nel 2026.
Anche la Bank of England e la Bank of Japan stanno monitorando attentamente l'evoluzione della situazione energetica e dell'inflazione.
In pratica, la chiusura dello Stretto di Hormuz e il conseguente shock sul petrolio stanno provocando un fenomeno che ricorda quanto accaduto nel 2022: le banche centrali temono che l'inflazione possa nuovamente radicarsi nell'economia proprio quando sembrava ormai sotto controllo.
Il petrolio sarà il giudice delle prossime decisioni
Per il momento diverse fonti vicine al Consiglio direttivo della BCE indicano che una pausa nella riunione del 22 luglio rappresenta lo scenario più probabile.
Ma la stessa BCE sottolinea che non esiste alcun percorso prestabilito.
Secondo alcune indiscrezioni, un Brent stabilmente sopra i 100 dollari al barile oppure una nuova accelerazione dell'inflazione core potrebbero spingere Francoforte verso ulteriori rialzi già dopo l'estate.
Lagarde ha ribadito che il Consiglio direttivo continuerà ad adottare un approccio "data dependent", prendendo decisioni riunione per riunione.
Per i mercati cambia completamente la narrativa
Fino a pochi mesi fa il tema dominante era quando sarebbero arrivati i primi tagli dei tassi.
Oggi la domanda è diventata un'altra: quanto a lungo le banche centrali saranno costrette a mantenere una politica monetaria restrittiva?
La combinazione tra guerra in Medio Oriente, petrolio elevato, inflazione in risalita e mercato del lavoro ancora solido sta infatti modificando radicalmente le aspettative degli investitori.
Il rischio principale non è più una recessione imminente, ma che i tassi restino elevati molto più a lungo del previsto, con effetti potenzialmente significativi sulle valutazioni azionarie, sui mercati obbligazionari e sulla crescita economica globale nei prossimi anni.
L'euro si stia indebolendo nonostante il rialzo dei tassi BCE
Dal grafico emerge un elemento tecnico importante: l'Euro/Dollaro ha violato al ribasso il canale crescente disegnato dai minimi di aprile e si sta avvicinando pericolosamente al supporto strategico di area 1,1500, coincidente con il ritracciamento del 78,6% del rialzo partito dai minimi di marzo.
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Dal punto di vista fondamentale il rafforzamento del dollaro riflette diversi fattori:
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la BCE ha alzato i tassi ma ha lasciato intendere che a luglio potrebbe fermarsi;
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la Fed, pur non avendo ancora alzato i tassi, viene percepita come potenzialmente più aggressiva nel medio termine;
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il mercato teme che la guerra in Medio Oriente mantenga elevati i prezzi dell'energia, penalizzando maggiormente l'Europa rispetto agli Stati Uniti;
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nei momenti di incertezza geopolitica il dollaro continua a svolgere il ruolo di valuta rifugio.
Per questo motivo il mercato sta guardando più alla traiettoria futura dei tassi che al rialzo appena deciso dalla BCE.
Dal punto di vista tecnico, la situazione diventerebbe molto interessante sotto 1,1500.
La violazione confermata di quel livello completerebbe infatti il deterioramento del quadro grafico visto nelle ultime settimane e potrebbe aprire la strada a un ritorno verso:
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1,1400, minimo di marzo;
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successivamente 1,12-1,13, area dove transita il 100% del ritracciamento del movimento aprile-maggio.
In altre parole, il fatto che l'euro si stia indebolendo nonostante il rialzo dei tassi BCE suggerisce che il mercato consideri la stretta di Francoforte già incorporata nei prezzi e stia iniziando a scontare uno scenario nel quale la crescita europea rallenta più rapidamente dell'economia americana e i tassi USA resteranno elevati più a lungo.
È uno dei classici segnali che indicano come, almeno per ora, il mercato stia premiando il dollaro non tanto per quello che la Fed ha fatto, ma per quello che potrebbe essere costretta a fare nei prossimi mesi se inflazione e petrolio continueranno a salire.