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Criptofallimenti: FTX rischia la bancarotta

di Giovanni Digiacomopubblicato:

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Il passo indietro di Binance scatena il panico, FTX era stimata 32 miliardi di dollari a inizio anno, ma ora servono almeno 3-4 miliardi e il volenteroso cavaliere bianco si ritira: per le criptovalute sarà un’occasione di consolidamento o l’inizio della fine?

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L’ombra del fallimento si stende su FTX, piattaforma statunitense delle criptovalute fondata e guidata da Sam Bankman-Fried, un giovane fisico del MIT e attiva anche in Italia.

In realtà la definizione di statunitense non è proprio corretta, visto che la società ha sede nel paradiso fiscale caraibico di Antigua e Barbuda, un posto con meno di 100 mila abitanti che appartiene al Commonwealth.

In realtà ad essere ancora più precisi Antigua e Barbuda collabora con l’Unione Europea e non ha impegni pendenti, non è insomma nella lista UE delle giurisdizioni non cooperative.

Però bisogna anche aggiungere che la sua legislazione permette ai gruppi internazionali insediati zero tasse per imprese, redditi, capital gain, holding, immobili e dividendi, che la maggior parte dei siti in materia la descrivono come un genuino paradiso fiscale o meno esplicitamente come un “centro finanziario offshore”.

Beh insomma, è chiaro e non c’è niente di nuovo sotto il cielo.

FTX, dalle stelle alla crisi

Quello che stupisce è la velocità del fenomeno. Soltanto ad agosto la CNBC riportava che, secondo alcuni documenti che aveva visionato, FTX era riuscita a volare da 90 milioni di dollari di ricavi nel 2020 a oltre un miliardo di dollari nel 2021. Potenza degli asset digitali che d’altronde viaggiavano sui record storici, con il Bitcoin giunto a fine anno a oltre i 56 mila dollari, mentre ora ne vale appena 16.400.

Secondo il Wall Street Journal, Bankman-Fried ha rivelato agli investitori di avere bisogno di 8 miliardi di dollari per coprire le richieste di ritiro dei clienti, insomma la corsa allo sportello può essere un fenomeno anche digitale e anche le piattaforme cripto potrebbero subirne le conseguenze.

Il fondatore e CEO del gruppo, classe 1992, auspica che FTX raccolga tra i 3 e i 4 miliardi di dollari in equity e che questo possa permettere un innalzamento del debito che permetterebbe di uscire dalle secche.

E’ una cifra importante, soprattutto adesso che il contesto sembra del tutto cambiato.

Eppure quando il gruppo era sull’onda, appena lo scorso gennaio, era riuscito a ottenere investimenti da SoftBank’s Vision Fund 2 e Tiger Global per 400 milioni di dollari, una cifra che valutava l’intera FTX ben 32 miliardi di dollari.

Allora il gruppo aveva, sempre secondo documenti visionati da WSJ, cassa per quasi 2,5 miliardi di dollari e margini a doppia cifra. Ora però il crollo delle criptovalute si sente, soltanto la scorsa domenica il gruppo avrebbe registrato ritiri per 4 miliardi di dollari.

FTX, il passo indietro di Binance

E soprattutto si sente il passo indietro di Changpeng Zhao, il patron di Binance, una delle maggiori piattaforme di criptovalute del mondo che si era detta disposta a salvare FTX, ma poi ha fatto un passo indietro dopo aver visto i conti.

Binance è teoricamente cinese, ma in pratica risiede alle Cayman, il suo dominus Changpeng Zhao è accreditato di un patrimonio da 16,4 miliardi dal Bloomberg Billionaires Index.

Il suo secco passo indietro ha creato terra bruciata: “A seguito della due diligence e degli ultimi report riguardanti una cattiva gestione dei fondi dei clienti e presunte investigazioni delle autorità Usa, abbiamo deciso di non proseguire con la potenziale acquisizione di FTX.com”.

FTX, un allarme per tutto il mondo cripto

Lo stesso Changpeng Zhao ha però ammesso che l’eventuale crollo di FTX.com è un danno per tutta l’industria delle criptovalute, un altro player come Silvergate lo ha già dimostrato.

Difficile dire come andrà a finire, le criptovalute sono come un’araba fenice, spesso in volo, a volte nella cenere. Di certo nei gruppi e nelle industrie più regolamenti è più difficile un crollo tanto repentino, anche se – bisogna ammetterlo – non impossibile.

Il problema, alla fine, rimane sempre lo stesso: che fine hanno fatto i soldi degli investitori?

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