Dl bollette: Unimpresa, risparmi fino a 4 miliardi, 30-50 euro anno per famiglia
pubblicato:Vale tra i 3,5 e i 4 miliardi di euro, circa lo 0,2% del pil italiano, il possibile risparmio complessivo del decreto bollette che il governo si appresta a portare in Consiglio dei ministri. È questa la stima dell'impatto derivante dallo spostamento degli oneri sul gas – inclusa la componente Ets – dal costo di produzione dell'elettricità alle bollette finali, con l'obiettivo di ridurre il prezzo all'ingrosso dell'energia. Lo calcola il Centro studi di Unimpresa. Per le famiglie il beneficio sarebbe contenuto ma diffuso: su un consumo medio annuo di circa 2.700 chilowattora, la riduzione del prezzo dell'elettricità stimata tra 12 e 18 euro per megawattora si tradurrebbe in un risparmio compreso tra 30 e 50 euro l'anno per nucleo. Considerando circa 26 milioni di utenze domestiche, l'impatto complessivo oscillerebbe tra 800 milioni e 1,3 miliardi di euro. Più significativo l'effetto per le imprese, soprattutto per le piccole e medie realtà manifatturiere. Un'azienda con consumi pari a 100 megawattora annui potrebbe risparmiare tra 1.200 e 1.800 euro; per 500 megawattora il beneficio salirebbe tra 6.000 e 9.000 euro, fino a 12.000-18.000 euro ogni 1.000 megawattora consumati. Su scala nazionale, il vantaggio per il sistema produttivo è stimato tra 2 e 2,7 miliardi di euro. Il meccanismo interviene sul sistema marginalista europeo, in base al quale il prezzo dell'elettricità è determinato dalla fonte più costosa necessaria a coprire la domanda. In Italia, per circa il 70% del tempo, è il gas a fissare il prezzo. Rimuovendo circa 7 euro al megawattora di oneri di trasporto e 25-30 euro legati all'Ets dal costo del metano per le centrali termoelettriche, si abbassa il prezzo della fonte marginale e quindi dell'intera produzione elettrica, comprese le rinnovabili. Gli stessi oneri verrebbero poi redistribuiti nelle bollette, ma con un effetto netto stimato positivo per consumatori e imprese. Resta il nodo europeo: la parte relativa all'Ets è subordinata all'autorizzazione preventiva della Commissione Ue, che potrebbe valutare la misura come potenziale distorsione del mercato. Se confermata, l'operazione avrebbe un impatto pari a circa lo 0,2% del Pil e contribuirebbe a ridurre la pressione energetica su famiglie e sistema produttivo in una fase di crescita ancora debole. «Questa misura può rappresentare un intervento intelligente perché agisce alla radice del problema, cioè sul meccanismo di formazione del prezzo dell'energia, e non si limita a distribuire sussidi temporanei. Un risparmio complessivo tra 3,5 e 4 miliardi significa alleggerire concretamente il carico su famiglie e imprese. Per le pmi, che già scontano un differenziale energetico rispetto ad altri Paesi europei, anche poche migliaia di euro in meno all'anno possono tradursi in maggiore competitività, investimenti e occupazione. È positivo che il governo scelga di intervenire sui costi strutturali: ora serve un confronto costruttivo con Bruxelles per garantire certezza normativa e stabilità al sistema produttivo» commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, il possibile risparmio per le famiglie in arrivo col cosiddetto decreto bollette, se la misura sui consumi di energia allo studio del governo dovesse ottenere il via libera della Commissione europea, sarebbe concreto, ma non clamoroso. Su un consumo medio annuo di circa 2.700 chilowattora, una riduzione del prezzo all'ingrosso dell'elettricità nell'ordine di 12–18 euro per megawattora si tradurrebbe in un beneficio stimabile tra 30 e 50 euro l'anno per nucleo domestico. Non si tratta di una svolta strutturale nei bilanci familiari, ma di un alleggerimento tangibile, soprattutto in una fase in cui l'energia continua a rappresentare una componente sensibile della spesa corrente. Moltiplicato per circa 26 milioni di utenze domestiche, l'effetto aggregato si collocherebbe tra 800 milioni e 1,3 miliardi di euro: una cifra che, pur distribuita in modo diffuso, contribuisce a contenere la pressione sui consumi.
L'impatto per le imprese sarebbe più rilevante in termini relativi. Una piccola o media azienda con un consumo annuo di 100 megawattora potrebbe risparmiare tra 1.200 e 1.800 euro; per un'impresa da 500 megawattora il beneficio salirebbe tra 6.000 e 9.000 euro; per realtà più energivore si arriverebbe a 12.000–18.000 euro ogni mille megawattora consumati. In settori dove l'energia incide per il 10–20% dei costi operativi, anche una riduzione percentualmente limitata del prezzo dell'elettricità può tradursi in un miglioramento sensibile dei margini o in maggiore competitività sui mercati esteri. Su scala nazionale, il beneficio complessivo per il sistema produttivo potrebbe attestarsi tra 2 e 2,7 miliardi di euro, cioè la parte più consistente dei 3,5–4 miliardi complessivi stimati dal ministero.
Il meccanismo alla base dell'intervento è meno intuitivo di quanto sembri. Oggi il prezzo dell'elettricità in Italia, come nel resto dell'Unione europea, viene determinato con il sistema marginalista: ogni ora il prezzo è fissato dalla fonte più costosa necessaria a soddisfare la domanda. Nel nostro Paese, per circa il 70% del tempo, questa fonte è il gas. Ciò significa che il costo del metano – comprensivo degli oneri di trasporto e della componente ETS legata alle emissioni di CO? – finisce per determinare il prezzo di tutta l'energia scambiata sul mercato, inclusa quella prodotta da fonti rinnovabili che hanno costi marginali inferiori. La proposta interviene proprio su questo punto: togliere dagli impianti termoelettrici a gas una parte dei costi – circa 7 euro al megawattora per il trasporto e 25–30 euro per la componente ETS – riduce il costo della fonte marginale e, quindi, abbassa il prezzo di equilibrio dell'intero mercato elettrico. Gli stessi oneri verrebbero poi redistribuiti nelle bollette finali. Apparentemente è uno spostamento contabile; in realtà sfrutta l'effetto moltiplicatore implicito nel sistema marginalista. Riducendo il prezzo della fonte che "fa mercato", si genera una diminuzione più ampia del prezzo medio dell'energia rispetto all'aumento della componente trasferita in bolletta. Il beneficio netto nasce da questa asimmetria: il costo marginale scende su tutta l'energia prodotta, mentre l'onere redistribuito pesa solo sulla componente finale. Se il differenziale tra riduzione del prezzo all'ingrosso e incremento della voce trasferita resta positivo – come stimato nelle simulazioni tecniche – il saldo per famiglie e imprese è favorevole.
Restano tuttavia due variabili cruciali. La prima è l'autorizzazione europea, poiché l'intervento sulla componente ETS potrebbe essere interpretato come una modifica sostanziale del meccanismo di scambio delle emissioni. La seconda è l'andamento del prezzo del gas sui mercati internazionali: un calo delle quotazioni amplificherebbe l'effetto della misura, un aumento lo attenuerebbe. In termini macroeconomici, 3,5–4 miliardi di minori costi energetici equivalgono a circa lo 0,2% del pil. Non risolvono strutturalmente il nodo del differenziale energetico italiano, ma rappresentano un intervento potenzialmente anticiclico, con effetti positivi su inflazione, margini industriali e competitività. Per le famiglie si tratterebbe di un sollievo moderato, ma diffuso; per le imprese, soprattutto manifatturiere, di un alleggerimento più significativo in una fase di crescita ancora fragile.