Eni accelera in Venezuela: maxi piano su Junin 5, ma sul grafico compare un hanging man
pubblicato:Il gruppo punta a una produzione complessiva superiore a un milione di barili al giorno, includendo i volumi di Pdvsa

Eni e Chevron rafforzano la loro presenza in Venezuela
Eni e Chevron rafforzano la loro presenza in Venezuela, partecipando a Caracas alla firma di nuovi accordi energetici destinati a rilanciare la produzione petrolifera del Paese.
L’iniziativa si inserisce nel piano sostenuto dall’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump per ricostruire un’industria petrolifera penalizzata da anni di sottoinvestimenti, sanzioni e instabilità politica.
Secondo quanto riportato dalla televisione pubblica venezuelana, l’amministratore delegato di Eni si trova a Caracas insieme ai vertici di Chevron per la sottoscrizione degli accordi.
Il progetto italiano ruota soprattutto intorno al gigantesco giacimento Junin 5, nella fascia dell’Orinoco.
L’operazione potrebbe rafforzare sensibilmente il profilo produttivo di Eni, ma comporta anche rilevanti rischi politici, regolamentari, finanziari e operativi.
In Borsa, intanto, il titolo incontra una resistenza tecnica importante: il recupero partito dai minimi di fine agosto ha raggiunto il 61,8% di ritracciamento del ribasso iniziato dal massimo del 21 agosto.
Proprio in corrispondenza di questo livello è comparsa una candela potenzialmente assimilabile a un hanging man.
Eni punta sul gigantesco giacimento Junin 5
Eni dovrebbe annunciare un accordo con la compagnia statale Petróleos de Venezuela, Pdvsa, per sviluppare Junin 5, uno dei maggiori giacimenti della fascia petrolifera dell’Orinoco.
Il gruppo italiano e Pdvsa detengono una partecipazione nel progetto dal 2010. In base al nuovo accordo, Eni dovrebbe diventare operatore esclusivo dell’area, assumendo la responsabilità della gestione tecnica, finanziaria e commerciale.
Il passaggio a operatore rappresenterebbe un’evoluzione importante. Eni non si limiterebbe a partecipare economicamente al progetto, ma avrebbe un ruolo diretto nelle decisioni sugli investimenti, sulla produzione, sulle tecnologie estrattive e sulla commercializzazione del greggio.
Un portavoce della società ha confermato che sarà annunciato un accordo sul Venezuela, senza fornire ulteriori dettagli.
Obiettivo di oltre un milione di barili al giorno
Secondo le indiscrezioni, Eni punta ad aumentare la produzione legata alle proprie attività venezuelane portandola complessivamente oltre un milione di barili al giorno.
La cifra deve però essere interpretata correttamente: comprende anche i volumi prodotti da Pdvsa e non rappresenta quindi la produzione netta direttamente attribuibile a Eni.
Junin 5 dovrebbe contribuire in misura rilevante al raggiungimento dell’obiettivo, arrivando a produrre circa 400.000 barili al giorno entro la fine del decennio.
Il piano richiederebbe investimenti nell’ordine di 1,5 miliardi di dollari all’anno. Si tratta di un impegno finanziario significativo, ma giustificato dalle dimensioni del giacimento, che conterrebbe circa 35 miliardi di barili di petrolio certificati.
Anche una percentuale relativamente contenuta di recupero delle risorse potrebbe quindi sostenere una produzione molto elevata per un periodo prolungato.
Un’opportunità strategica per Eni
L’accordo permetterebbe a Eni di rafforzare la propria posizione in uno dei Paesi con le maggiori riserve petrolifere al mondo.
L’aumento della produzione venezuelana offrirebbe al gruppo diversi vantaggi: una maggiore diversificazione geografica, l’accesso a una risorsa di dimensioni eccezionali e la possibilità di beneficiare della normalizzazione dei rapporti tra Washington e Caracas.
L’attribuzione del ruolo di operatore esclusivo conferirebbe inoltre a Eni un controllo industriale superiore rispetto a quello previsto da una semplice partecipazione di minoranza.
Il progetto potrebbe rafforzare le riserve e le prospettive produttive di lungo periodo del gruppo, compensando il naturale declino di alcuni giacimenti maturi.
La redditività dipenderà tuttavia dal costo necessario per estrarre e trattare il greggio pesante della fascia dell’Orinoco, dalle condizioni fiscali e dalla stabilità degli accordi.
Le difficoltà del petrolio dell’Orinoco
Le enormi riserve venezuelane non si traducono automaticamente in una produzione semplice o a basso costo.
Il greggio della fascia dell’Orinoco è generalmente molto pesante e richiede tecnologie specifiche per l’estrazione, il trattamento e il trasporto.
Per essere commercializzato deve spesso essere miscelato con greggi più leggeri oppure sottoposto a processi di upgrading.
Lo sviluppo di Junin 5 richiederà quindi investimenti non soltanto nei pozzi, ma anche negli impianti, nelle condotte, nelle infrastrutture elettriche e nella capacità di esportazione.
Le condizioni delle infrastrutture venezuelane, deterioratesi durante anni di scarsa manutenzione e investimenti insufficienti, rappresentano una delle principali incognite.
L’esperienza tecnica e operativa di Eni può contribuire al rilancio del progetto, ma i tempi e i costi effettivi potrebbero risultare superiori alle stime iniziali.
Chevron investirà oltre 7 miliardi di dollari
Parallelamente, Chevron ha annunciato investimenti superiori a 7 miliardi di dollari attraverso le sue joint venture in Venezuela.
L’obiettivo è raddoppiare la produzione nel Paese, portandola a circa 600.000 barili al giorno nei prossimi cinque anni.
Nell’ambito dei nuovi accordi, la joint venture Petroindependencia dovrebbe ampliare il proprio perimetro includendo due aree adiacenti nella regione di Carabobo, anch’essa situata nella fascia dell’Orinoco.
La presenza contemporanea di Chevron ed Eni segnala che il piano venezuelano sta entrando in una fase più operativa.
I due gruppi possiedono già esperienza e attività nel Paese e possono quindi accelerare lo sviluppo più facilmente rispetto a società che dovrebbero rientrare dopo una lunga assenza.
Il piano statunitense da 100 miliardi di dollari
Il rilancio dell’industria venezuelana è uno degli obiettivi dell’amministrazione Trump dopo la cattura e la rimozione dell’ex presidente Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti nel gennaio scorso.
Trump ha promosso un piano da circa 100 miliardi di dollari, invitando le grandi compagnie petrolifere statunitensi a investire nel Paese e ad aumentare rapidamente la produzione.
Per Washington, la ricostruzione del settore presenta una duplice valenza.
Da una parte permetterebbe di riportare sul mercato internazionale volumi rilevanti di greggio; dall’altra rafforzerebbe l’accesso degli Stati Uniti alle riserve venezuelane.
Una maggiore offerta potrebbe contribuire a contenere i prezzi del petrolio nel medio periodo, anche se per ottenere un aumento consistente della produzione saranno necessari anni di investimenti.
L’accordo senza precedenti con NABEP
Il piano statunitense comprende anche un’intesa destinata a sollevare numerosi interrogativi tra le grandi compagnie petrolifere.
Secondo un documento informativo diffuso dalla Casa Bianca, la società privata North American Blue Energy Partners, NABEP, dovrebbe ottenere una concessione della durata di 100 anni su 17 giacimenti venezuelani, contenenti circa 65 miliardi di barili di riserve.
Il governo degli Stati Uniti acquisirebbe una partecipazione del 35% nella società madre, riceverebbe una quota garantita pari al 20% della produzione e deterrebbe un diritto di prelazione sull’acquisto di tutta la produzione rimanente.
La struttura darebbe a Washington un accesso diretto e di lunghissimo periodo a una quota significativa delle riserve petrolifere venezuelane.
Proprio la dimensione dell’accordo e il coinvolgimento azionario del governo statunitense stanno però suscitando perplessità tra gli altri operatori.
Il ruolo controverso di Alejandro Betancourt
NABEP è controllata dall’imprenditore venezuelano Alejandro Betancourt, in passato oggetto di indagini da parte delle autorità statunitensi ed europee per precedenti rapporti con il governo venezuelano.
Betancourt non è mai stato incriminato e ha respinto le accuse rivoltegli.
Secondo alcune fonti, le grandi compagnie petrolifere impegnate a negoziare il rinnovo dei propri contratti vorrebbero evitare di essere associate direttamente all’imprenditore.
NABEP produce attualmente circa 170.000 barili al giorno, ma punta nel breve periodo a superare un milione di barili quotidiani.
La società sostiene che l’accordo permetterà di liberare il potenziale delle risorse venezuelane a beneficio sia degli Stati Uniti sia della popolazione locale.
Le major chiedono però maggiore chiarezza su governance, trasparenza, condizioni contrattuali e distribuzione delle attività.
Washington rischia di diventare concorrente delle major
La partecipazione del governo statunitense in NABEP apre un problema potenzialmente significativo: le compagnie americane potrebbero trovarsi a competere con lo stesso governo che sta cercando di convincerle a investire.
NABEP avrebbe infatti a disposizione un portafoglio di giacimenti estremamente ampio e condizioni di accesso alle risorse difficilmente replicabili.
Il coinvolgimento diretto di Washington potrebbe conferirle inoltre un vantaggio politico e negoziale.
Questa struttura rischia di scoraggiare alcuni investimenti privati, rallentando proprio il piano con cui Trump punta ad aumentare rapidamente la produzione e le esportazioni venezuelane.
La possibilità che il governo statunitense diventi contemporaneamente regolatore, partner industriale e concorrente rappresenta quindi uno degli aspetti più delicati del progetto.
ExxonMobil e ConocoPhillips restano prudenti
Le principali resistenze arrivano da ExxonMobil e ConocoPhillips, che hanno lasciato il Venezuela nel 2007 dopo la nazionalizzazione delle loro attività da parte del governo di Hugo Chávez.
Entrambe continuano a chiedere garanzie sulla certezza giuridica, sulla stabilità politica e sul rispetto dei contratti prima di valutare un ritorno.
Trump ha dichiarato che ExxonMobil sarebbe tra le società destinate a insediarsi nuovamente in Venezuela, senza tuttavia fornire dettagli.
Exxon ha evitato di commentare la dichiarazione. ConocoPhillips ha invece ribadito che ogni decisione dipenderà da diversi fattori, tra i quali la stabilità politica e il rispetto dello Stato di diritto.
Le perplessità delle due società mostrano come la disponibilità di immense riserve non sia sufficiente a garantire nuovi investimenti. Le compagnie richiedono un quadro contrattuale stabile e garanzie sulla possibilità di rimpatriare capitali e profitti.
Eni può beneficiare del vantaggio competitivo accumulato
Rispetto alle major che hanno abbandonato il Paese nel 2007, Eni parte da una posizione differente.
Il gruppo italiano ha mantenuto rapporti industriali con Pdvsa e possiede già una partecipazione in Junin 5 dal 2010.
Questa continuità può tradursi in un vantaggio competitivo. Eni conosce il contesto operativo, dispone di relazioni consolidate e può sviluppare gli investimenti a partire da una struttura già esistente.
Il ruolo di operatore esclusivo aumenterebbe però anche la responsabilità del gruppo. Eventuali ritardi, extracosti o problemi produttivi ricadrebbero in misura più diretta su Eni.
L’opportunità è quindi rilevante, ma deve essere bilanciata con il rischio Paese e con l’elevato fabbisogno finanziario del progetto.
Sul grafico compare un hanging man
Sul grafico giornaliero di Eni, il recupero partito dal minimo di 22,625 euro ha riportato il titolo fino in prossimità di 23,82 euro.
![]()
La candela in formazione presenta un corpo ristretto nella parte superiore e una lunga ombra inferiore.
La configurazione può essere classificata come un possibile hanging man, figura che compare generalmente dopo un rialzo e segnala un primo indebolimento della pressione in acquisto.
Durante la seduta i venditori sono riusciti a spingere nettamente i prezzi verso il basso, anche se i compratori hanno successivamente recuperato buona parte della flessione.
Il ritorno nella parte alta del range mostra capacità di reazione, ma la lunga ombra inferiore rivela che il mercato ha iniziato a incontrare una maggiore pressione in vendita.
Poiché la seduta non è ancora conclusa, la forma della candela rimane provvisoria. Inoltre, l’hanging man necessita sempre di una conferma nella giornata successiva, preferibilmente attraverso una chiusura sotto il suo minimo.
Il 61,8% di Fibonacci frena il recupero
Il possibile hanging man si sta formando in corrispondenza di una resistenza tecnica significativa.
Il ribasso dal massimo del 21 agosto a 24,646 euro fino al minimo di 22,625 euro ha lasciato diversi livelli di ritracciamento i il titolo sta incontrando proprio il 61,8% in area 23,87 euro, uno dei livelli più osservati nell’analisi tecnica.
La contemporanea presenza della resistenza di Fibonacci e del possibile hanging man aumenta l’importanza del segnale.
Per il momento, tuttavia, si tratta soltanto di un avvertimento e non ancora di una conferma di inversione.
I livelli tecnici da monitorare
Per proseguire il recupero, Eni dovrebbe superare con decisione 23,87-24 euro. Una chiusura sopra questa fascia invaliderebbe il potenziale segnale di debolezza e aprirebbe spazi verso 24,21 euro, corrispondente al 78,6% di ritracciamento.
Il superamento di 24,21 permetterebbe quindi di tornare verso il massimo del 21 agosto a 24,646 euro. Oltre questo livello, il titolo potrebbe attaccare la resistenza psicologica e grafica dei 25 euro.
Sul lato opposto, una discesa sotto 23,63 euro, livello del 50%, rappresenterebbe un primo segnale di indebolimento. La rottura di 23,40 euro aumenterebbe il rischio di un ritorno verso 23,10 euro.
In prossimità di 22,95-23 euro transita anche la media mobile esponenziale a 50 giorni, che ha già sostenuto il titolo durante l’ultima correzione.
La perdita della media e del minimo a 22,625 euro cancellerebbe la struttura di recupero, aprendo la strada verso supporti inferiori.
Fondamentali positivi, ma attenzione alla conferma tecnica
L’accordo venezuelano può rappresentare un importante fattore strategico per Eni. L’accesso a Junin 5, le dimensioni delle riserve e il possibile aumento della produzione rafforzano le prospettive di lungo periodo.
Il titolo ha però già recuperato una parte significativa del recente ribasso e si trova ora su una resistenza tecnica rilevante. La comparsa di un potenziale hanging man in area 23,87 euro suggerisce quindi prudenza.
Il segnale ribassista sarebbe confermato soltanto da una successiva chiusura sotto il minimo della candela. Al contrario, una rottura di 23,87-24 euro trasformerebbe l’attuale esitazione in una semplice pausa e consentirebbe al recupero di estendersi verso 24,21 e 24,65 euro.
La partita tecnica si gioca dunque intorno a 23,87 euro, mentre sul piano fondamentale il mercato dovrà valutare la quota produttiva effettivamente attribuibile a Eni, l’entità degli investimenti, le condizioni economiche dell’accordo con Pdvsa e le garanzie giuridiche offerte dal nuovo assetto venezuelano.
Sul canale Telegram Econotrade Insights troverai gli aggiornamenti sull'andamento dei mercati, segnali operativi e commenti esclusivi per gestire i prossimi movimenti, richiedi la tua prova gratuita scrivendo a info@ftaonline.com