FTSE MIB future perde l’1,61%: petrolio e rendimenti spingono i prezzi sotto la media a 50 giorni

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
10 min

La violazione di area 52.400 deteriora il quadro di breve: decisiva la tenuta dei supporti tra 51.150 e 51.040 punti

FTSE MIB future perde l’1,61%: petrolio e rendimenti spingono i prezzi sotto la media a 50 giorni

Seduta fortemente negativa ieri per il FTSE MIB Index Future

Seduta fortemente negativa per il FTSE MIB Index Future settembre 2026, che martedì ha terminato le contrattazioni a 51.845 punti, in calo dell’1,61%.

I prezzi hanno oscillato tra un massimo di 52.755 e un minimo di 51.750 punti, disegnando un intervallo giornaliero particolarmente ampio di 1.005 punti. La chiusura è avvenuta ad appena 95 punti dal minimo della giornata: un elemento che conferma come la pressione in vendita sia rimasta elevata fino al termine degli scambi.

Il future ha inizialmente tentato di mantenersi nella parte centrale della recente area di consolidamento, ma il progressivo peggioramento del quadro internazionale ha favorito un’accelerazione ribassista.

L’aumento del petrolio, la risalita dei rendimenti obbligazionari e il conseguente irrigidimento delle aspettative sulle politiche monetarie hanno ridotto la propensione al rischio.

Il future rompe la media mobile a 50 giorni

Dal punto di vista tecnico, il segnale più significativo è rappresentato dalla discesa sotto la media mobile esponenziale a 50 giorni, attualmente in transito intorno a 52.410 punti.

FTSE MIB future perde l’1,61%: petrolio e rendimenti spingono i prezzi sotto la media a 50 giorni

Questa media aveva sostenuto più volte i prezzi nelle ultime settimane, accompagnando la fase laterale sviluppatasi dopo i massimi di agosto. La sua violazione modifica quindi il quadro di breve periodo e aumenta il rischio che la correzione possa proseguire.

Il movimento è particolarmente rilevante perché la rottura si è verificata attraverso una candela giornaliera ampia, caratterizzata da una chiusura vicina ai minimi.

Non si tratta dunque di una semplice escursione marginale sotto il supporto, ma di un arretramento deciso che necessita di un rapido recupero per non trasformarsi in un segnale ribassista più strutturato.

La media mobile a 50 giorni, precedentemente supporto, diventa ora la prima resistenza dinamica. Un eventuale rimbalzo dovrà quindi confrontarsi con la fascia compresa tra 52.400 e 52.500 punti.

Primo supporto sul minimo a 51.750

Il primo livello da monitorare è rappresentato dal minimo di martedì a 51.750 punti. La sua tenuta potrebbe favorire una reazione tecnica dopo la forte flessione, ma il semplice rimbalzo dai minimi non sarebbe sufficiente per migliorare il quadro.

Una discesa sotto 51.750 confermerebbe infatti la prosecuzione del movimento correttivo e aprirebbe spazi verso la più importante area di sostegno compresa tra 51.150 e 51.040 punti.

A 51.150 punti si trova un supporto orizzontale già testato durante le correzioni precedenti. Poco più in basso, in area 51.040, transita la media mobile esponenziale a 100 giorni.

La convergenza tra il livello statico e quello dinamico rende la fascia 51.150-51.040 particolarmente importante.

Una reazione da quest’area permetterebbe di preservare la struttura rialzista di medio periodo, interpretando il ribasso di martedì come una correzione all’interno di un trend ancora positivo.

Una chiusura giornaliera sotto 51.040 punti, invece, determinerebbe un deterioramento più marcato del quadro tecnico.

Sotto 51.000 aumenta il rischio di una correzione più profonda

La soglia dei 51.000 punti assume anche un’importanza psicologica. La sua perdita potrebbe favorire un’accelerazione delle vendite verso 50.600 punti, area che in passato ha svolto la funzione di supporto e di resistenza.

Sotto 50.600, il mercato potrebbe dirigersi verso la soglia rotonda dei 50.000 punti. Un test di quest’area rappresenterebbe una correzione più ampia rispetto alla fase laterale osservata durante l’estate, ma non comprometterebbe ancora definitivamente la tendenza primaria.

Un ulteriore supporto di medio periodo è individuabile intorno a 48.470 punti, dove transita la media mobile esponenziale a 200 giorni. Questo livello rimane ancora distante e diventerebbe rilevante soltanto in presenza di un peggioramento molto più significativo del contesto macroeconomico e finanziario.

Nel breve termine, la sequenza dei supporti è quindi rappresentata da:

  • 51.750 punti, minimo della seduta;

  • 51.150-51.040 punti, supporto orizzontale e media a 100 giorni;

  • 50.600 punti, precedente area tecnica rilevante;

  • 50.000 punti, soglia psicologica;

  • 48.470 punti, media mobile esponenziale a 200 giorni.

Cosa serve per annullare il segnale negativo

Il primo segnale di stabilizzazione arriverebbe con un ritorno sopra 52.000 punti, ma per attenuare realmente la pressione ribassista il future dovrebbe recuperare la media mobile esponenziale a 50 giorni, passante in area 52.410.

La fascia compresa tra 52.410 e 52.755 punti rappresenta quindi la prima vera zona di resistenza. Il limite superiore coincide con il massimo registrato martedì.

Il recupero di 52.755 punti permetterebbe ai prezzi di riportarsi anche in prossimità della media mobile esponenziale a 10 giorni, attualmente collocata intorno a 52.710 punti. Una chiusura stabile sopra questa fascia cancellerebbe buona parte del segnale negativo lasciato dalla seduta.

Il successivo ostacolo è individuabile a 53.350 punti, livello corrispondente ai massimi registrati il 19 giugno e successivamente superato durante il rally di agosto.

Più in alto, la resistenza dinamica indicata dal SuperTrend si colloca intorno a 53.950-53.960 punti. Soltanto il ritorno sopra questo livello permetterebbe di ripristinare un’impostazione chiaramente rialzista.

In questo scenario, i successivi obiettivi sarebbero individuabili a 54.750 e successivamente a 55.600 punti.

Petrolio e tensioni nello Stretto di Hormuz

Il forte arretramento di Piazza Affari si inserisce in una seduta negativa per l’intero mercato europeo.

Le Borse sono state penalizzate soprattutto dal nuovo aumento del petrolio e dalla pressione sui mercati obbligazionari.

Il WTI con scadenza ottobre sale del 2,74% a 88,11 dollari al barile, mentre il Brent torna sopra i 92 dollari.

Le quotazioni reagiscono all’aumento delle tensioni nello Stretto di Hormuz, dopo che due superpetroliere sono state colpite da proiettili di origine non identificata mentre attraversavano l’area.

A rendere il quadro ancora più delicato sono le indiscrezioni secondo cui Washington starebbe valutando ulteriori azioni limitate contro l’Iran per contrastare gli attacchi alla navigazione.

Lo Stretto di Hormuz rappresenta un passaggio strategico per il commercio mondiale di petrolio.

Anche senza un’interruzione effettiva delle forniture, il rischio di un’escalation determina un aumento del premio geopolitico incorporato nelle quotazioni del greggio.

Un superamento stabile di 90 dollari per il WTI potrebbe accentuare i timori inflazionistici e aumentare ulteriormente la pressione sui rendimenti obbligazionari e sui mercati azionari.

L’energia riaccende il rischio inflazione

La risalita del petrolio interviene in un momento particolarmente delicato. Le banche centrali stanno cercando di riportare stabilmente l’inflazione verso il 2%, ma l’aumento dell’energia rischia di rallentare il processo.

Il rincaro del greggio si trasferisce sui costi di trasporto, sulla produzione industriale e sui prezzi finali dei beni.

Se il movimento dovesse proseguire, potrebbe determinare un nuovo aumento dell’inflazione generale e influenzare anche le aspettative di famiglie e imprese.

La possibilità di uno shock energetico rende più difficile il compito delle banche centrali. Un aumento dei prezzi accompagnato da un rallentamento della crescita costringerebbe infatti le autorità monetarie a scegliere tra il contenimento dell’inflazione e il sostegno dell’attività economica.

Per Piazza Affari il tema è particolarmente importante.

Il listino presenta un peso elevato dei titoli finanziari e risente quindi in modo significativo delle oscillazioni dei mercati obbligazionari e del cambiamento delle aspettative sui tassi.

Rendimenti obbligazionari in forte aumento

La pressione si è manifestata soprattutto sul mercato dei titoli di Stato. Il rendimento del Gilt britannico a dieci anni è salito fino al 5,22%, mentre quello del Bund decennale tedesco si è portato intorno al 3,35%.

Il rialzo dei rendimenti produce diversi effetti negativi sulle azioni.

Aumenta il costo del finanziamento per imprese e famiglie, riduce il valore attuale degli utili futuri e rende i titoli obbligazionari relativamente più convenienti rispetto alle azioni.

L’aumento dei tassi privi di rischio può quindi favorire il trasferimento di capitale dall’azionario all’obbligazionario, soprattutto dopo una fase di forte rivalutazione degli indici.

Anche il comparto bancario, che in una prima fase può beneficiare di tassi più elevati, rischia di subire le conseguenze negative di un rialzo eccessivo dei rendimenti. Aumentano infatti il costo della raccolta, il rischio di credito e le possibili minusvalenze sui portafogli obbligazionari.

La Federal Reserve torna a preoccupare i mercati

Gli investitori incorporano oltre 35 punti base di nuovi rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve nel corso del 2026.

Il cambiamento delle aspettative è stato favorito dalle indicazioni restrittive emerse dall’intervento del presidente della Fed Kevin Warsh a Jackson Hole.

Il messaggio è che la banca centrale potrebbe avere ancora del lavoro da fare se non fosse sufficientemente convinta del ritorno dell’inflazione verso il 2%.

L’aumento del petrolio rende questo scenario ancora più credibile. Se le pressioni energetiche dovessero riflettersi sull’inflazione complessiva e sulle aspettative, la Fed potrebbe essere costretta a mantenere una posizione restrittiva più a lungo o a intervenire con ulteriori aumenti del costo del denaro.

Per i mercati europei, l’orientamento della Federal Reserve è importante perché influenza i rendimenti globali, il dollaro e le decisioni delle altre banche centrali.

Una Fed più aggressiva riduce gli spazi per politiche monetarie espansive anche nel resto del mondo.

Inflazione dell’Eurozona al 3,30%

Sul fronte macroeconomico, l’inflazione dell’Eurozona accelera al 3,30% annuo ad agosto, dal 2,90% di luglio, in linea con le attese.

Il dato generale si allontana nuovamente dall’obiettivo della Banca centrale europea, confermando che il percorso di disinflazione rimane irregolare.

L’inflazione core offre invece un’indicazione leggermente più favorevole, scendendo al 2,40% dal 2,50%.

La moderazione della componente sottostante suggerisce che le pressioni interne sui prezzi stanno gradualmente diminuendo.

La divergenza tra inflazione generale e core evidenzia però l’importanza della componente energetica.

Se il petrolio dovesse mantenersi sui livelli attuali o salire ulteriormente, anche il rallentamento dell’inflazione di fondo potrebbe non essere sufficiente a rassicurare la BCE.

Il tasso di disoccupazione dell’area si attesta intanto al 6,40% a luglio, leggermente sopra il 6,30% previsto.

Il dato segnala un marginale indebolimento del mercato del lavoro, ma rimane compatibile con condizioni occupazionali complessivamente solide.

Negli Stati Uniti l’ISM rallenta

Indicazioni contrastanti arrivano dal settore manifatturiero statunitense.

L’indice ISM manifatturiero scende ad agosto a 54,60 punti, dai 55,60 di luglio, risultando inferiore ai 55,20 punti attesi dagli analisti.

La lettura rimane sopra quota 50 e segnala quindi un’espansione dell’attività, ma il rallentamento coinvolge diverse componenti.

Diminuiscono infatti i nuovi ordini, la produzione, l’occupazione e gli ordini arretrati.

Il dato potrebbe essere letto come un primo segnale di raffreddamento della crescita.

Tuttavia, la sua capacità di ridurre le aspettative sui tassi viene limitata dal contemporaneo aumento del petrolio e dalle persistenti pressioni inflazionistiche.

Il PMI manifatturiero S&P Global è stato invece rivisto al rialzo a 53,90 punti, rispetto alla stima preliminare di 53,20, confermando l’espansione del settore.

La divergenza tra i due indicatori suggerisce che il comparto manifatturiero continua a crescere, ma con segnali meno uniformi rispetto ai mesi precedenti.

Il rischio stagflazione torna sullo sfondo

La combinazione tra petrolio in rialzo, inflazione elevata e rallentamento di alcuni indicatori di attività riporta sullo sfondo il rischio di uno scenario stagflazionistico.

Non si tratta ancora di una condizione conclamata, perché sia l’Eurozona sia gli Stati Uniti continuano a mostrare aree di espansione e mercati del lavoro relativamente solidi.

Il mercato teme però che un eventuale shock energetico possa comprimere la crescita e, contemporaneamente, impedire alle banche centrali di ridurre i tassi.

È proprio questa combinazione a risultare particolarmente negativa per le azioni.

Un rallentamento dell’economia penalizza gli utili societari, mentre un’inflazione elevata mantiene alto il costo del capitale.

Il rischio aumenterebbe se il WTI superasse stabilmente i 90-95 dollari e i rendimenti obbligazionari proseguissero la loro corsa.

Un rientro delle tensioni geopolitiche e una correzione dell’energia contribuirebbero invece a ridurre la pressione.

Quadro di medio periodo ancora positivo

Nonostante il forte ribasso di martedì, la struttura di medio-lungo periodo del FTSE MIB future non è ancora compromessa.

Le quotazioni rimangono sopra la media mobile esponenziale a 100 giorni, collocata in area 51.040, e ben al di sopra della media a 200 giorni, passante intorno a 48.470 punti. Entrambe le medie mantengono inoltre un’inclinazione positiva.

La seduta ha però prodotto un deterioramento evidente del quadro di breve. La perdita della media a 50 giorni e la chiusura vicina ai minimi aumentano la probabilità di un test della fascia 51.150-51.040.

La reazione del mercato su quest’area sarà decisiva. Una tenuta seguita dal recupero di 52.400 punti permetterebbe di considerare la flessione come una correzione fisiologica.

Una rottura confermata di 51.000, invece, aprirebbe una fase ribassista più ampia, con primi obiettivi a 50.600 e 50.000 punti.

Il quadro può quindi essere riassunto in due scenari. Sopra 52.755 punti tornerebbe possibile un recupero verso 53.350 e 53.950. Sotto 51.750, invece, aumenterebbe il rischio di una discesa verso la decisiva fascia 51.150-51.040 punti.

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