Wall Street apre settembre sotto pressione: petrolio e rendimenti riaccendono i timori sui tassi
pubblicato:Le tensioni nello Stretto di Hormuz spingono WTI e Brent, alimentando nuove pressioni inflazionistiche. Analisi dei grafici mensili dei principali strumenti finanziari

Wall Street comincia settembre in territorio negativo
Wall Street comincia settembre in territorio negativo, penalizzata dal contemporaneo aumento dei rendimenti dei Treasury e dei prezzi del petrolio.
È una combinazione particolarmente sfavorevole per il mercato azionario, perché fa crescere il costo del capitale, riduce il valore attuale degli utili futuri e alimenta il rischio che la Federal Reserve debba mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto.
Il nervosismo arriva inoltre all’inizio di un mese storicamente difficile per le Borse.
Dopo il rialzo degli ultimi mesi e il raggiungimento di nuovi massimi da parte di diversi indici, gli investitori sembrano maggiormente inclini a ridurre il rischio e a proteggere i guadagni accumulati.
A peggiorare il quadro sono le nuove tensioni in Medio Oriente.
L’aumento delle quotazioni energetiche riporta infatti in primo piano il rischio di un nuovo shock inflazionistico proprio mentre le banche centrali stanno cercando di riportare stabilmente la crescita dei prezzi verso i rispettivi obiettivi.
Europa in rosso, il FTSE MIB perde l’1,33%
Le Borse europee terminano la prima seduta di settembre in territorio negativo, penalizzate dalle vendite sul comparto obbligazionario e dall’impennata del petrolio.
A Piazza Affari il FTSE MIB chiude in calo dell’1,33% a 51.915,18 punti, tornando sotto la soglia psicologica dei 52.000 punti. La flessione interrompe la fase di consolidamento osservata nella parte finale di agosto e rende più importante la tenuta dei primi supporti di breve periodo.
Il grafico mensile continua comunque a mostrare una tendenza primaria positiva. L’indice si mantiene ampiamente sopra la media mobile esponenziale a 12 mesi, ancora inclinata verso l’alto e passante poco sotto area 48.000.
La candela di agosto ha però assunto la forma di una sorta di gravestone doji, caratterizzata da un corpo molto contenuto e da una lunga ombra superiore. Questa configurazione segnala che, dopo aver spinto l’indice fino in area 54.000 punti, i compratori non sono riusciti a conservare il controllo del mercato.
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Anche l’ampiezza delle ultime candele mensili si sta progressivamente riducendo. La contrazione della volatilità dopo un rialzo così esteso evidenzia una fase di indecisione che potrebbe anticipare un movimento più ampio.
Sarà quindi importante verificare da quale lato verrà abbandonato il recente intervallo di oscillazione.
La perdita di 51.900-52.000 punti potrebbe favorire una correzione verso 51.000 e successivamente verso 50.000 punti. La tenuta di quest’ultima soglia permetterebbe di considerare l’eventuale arretramento come una pausa fisiologica all’interno del trend rialzista di fondo.
Per riattivare il movimento ascendente sarebbe invece necessario un ritorno sopra 53.000 punti, seguito dal superamento dei massimi di agosto in area 54.000-54.050.
Petrolio in rialzo dopo gli attacchi nello Stretto di Hormuz
Il petrolio rappresenta uno dei principali fattori di pressione sui mercati. Il future WTI con scadenza ottobre sale del 2,74% a 88,11 dollari al barile, mentre il Brent torna sopra i 92 dollari.
Le quotazioni reagiscono alle notizie secondo cui due superpetroliere sarebbero state colpite da proiettili di origine non identificata durante il passaggio nello Stretto di Hormuz, uno dei punti più delicati per il trasporto mondiale di greggio.
Le tensioni sono ulteriormente alimentate dalle indiscrezioni secondo cui Washington starebbe valutando nuove azioni limitate contro l’Iran per contrastare gli attacchi alla navigazione nell’area.
Il mercato teme che un’escalation possa ostacolare il passaggio delle petroliere attraverso lo stretto e ridurre l’offerta disponibile. Anche senza un’interruzione effettiva dei flussi, l’aumento del premio per il rischio geopolitico è sufficiente a sostenere le quotazioni.
Dal punto di vista tecnico, il grafico mensile del WTI evidenzia un tentativo di reazione dopo il forte arretramento dai massimi primaverili. Agosto si è concluso in rialzo, ma la candela è rimasta completamente all’interno dell’ampia candela ribassista di giugno.
Il recupero non ha quindi ancora prodotto un segnale di inversione strutturale. Il superamento di 89-90 dollari migliorerebbe il quadro e potrebbe favorire un’estensione verso 95 dollari. Sopra questa soglia tornerebbe possibile un attacco all’area psicologica dei 100 dollari.
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Al ribasso, una nuova discesa sotto 80 dollari indebolirebbe il tentativo di recupero, riproponendo i supporti compresi tra 74 e 75 dollari.
Il petrolio riaccende le aspettative d’inflazione
L’aumento dell’energia ha conseguenze che vanno oltre il settore petrolifero. Un rincaro persistente del greggio tende infatti a trasferirsi sui costi dei trasporti, della produzione industriale e dei beni di consumo, rallentando il processo di disinflazione.
Il mercato teme quindi che le banche centrali possano essere costrette a mantenere i tassi elevati più a lungo o, nello scenario più avverso, a intervenire con nuovi rialzi.
Questa prospettiva si sta già riflettendo sui mercati obbligazionari. Il rendimento del Gilt britannico a dieci anni sale fino al 5,22%, mentre quello del Bund decennale tedesco si porta intorno al 3,35%.
Anche negli Stati Uniti la pressione sui Treasury rimane elevata. Le vendite sui titoli governativi hanno spinto i rendimenti verso i livelli più alti degli ultimi mesi, riducendo ulteriormente la propensione al rischio.
Quando i rendimenti dei titoli considerati privi di rischio aumentano, le azioni diventano relativamente meno convenienti. Gli investitori possono infatti ottenere rendimenti più elevati sui bond senza assumere il rischio tipico del mercato azionario.
L’effetto è particolarmente penalizzante per i titoli growth e tecnologici, le cui valutazioni dipendono in misura maggiore dagli utili attesi nel lungo periodo. Un tasso di attualizzazione più elevato riduce il valore presente di quei flussi di cassa.
Warsh sposta le aspettative della Federal Reserve
A rafforzare la pressione sui rendimenti ha contribuito il debutto considerato “da falco” del presidente della Federal Reserve Kevin Warsh al simposio di Jackson Hole.
Warsh ha dichiarato che la banca centrale avrebbe ancora del lavoro da fare qualora i responsabili della politica monetaria non fossero sufficientemente convinti che l’inflazione stia tornando stabilmente verso l’obiettivo del 2%. Ha inoltre osservato che i recenti dati sui prezzi non hanno modificato in modo sostanziale la tendenza di fondo.
Le sue parole rappresentano il segnale più esplicito fornito finora sulla possibilità che possano rendersi necessari ulteriori aumenti del costo del denaro, soprattutto considerando che le condizioni finanziarie rimangono relativamente espansive nonostante la stretta già effettuata.
I futures sui Fed funds assegnano adesso una probabilità del 64% a un rialzo dei tassi a settembre, rispetto al 35% indicato prima dell’intervento di Warsh. Nel complesso, il mercato incorpora oltre 35 punti base di nuove strette nel corso del 2026.
Il cambiamento delle aspettative è rilevante perché, fino a poche settimane fa, gli investitori guardavano soprattutto alla possibilità di una lunga pausa della Fed. Il ritorno dell’ipotesi di ulteriori rialzi obbliga ora il mercato a rivedere sia le prospettive sui rendimenti obbligazionari sia le valutazioni azionarie.
Tutta l’attenzione si sposta sui dati
La Federal Reserve ha rinunciato a fornire indicazioni prospettiche rigide. Le future decisioni dipenderanno quindi in misura crescente dall’andamento dei dati su inflazione, occupazione, salari, consumi e attività economica.
In questo contesto, l’attenzione degli investitori si concentra in particolare sul PCE, l’indicatore dei prezzi preferito dalla banca centrale statunitense.
Warsh ha in passato manifestato interesse per misure alternative dell’inflazione, alcune delle quali potrebbero segnalare pressioni inferiori rispetto al PCE. Il discorso di Jackson Hole ha però mostrato che la Fed rimane fermamente impegnata nel raggiungimento dell’obiettivo del 2%.
La banca centrale ha inoltre istituito cinque task force incaricate di riesaminare il proprio quadro operativo e di politica monetaria. Una di queste analizzerà anche la qualità e l’utilizzo dei dati economici impiegati nel processo decisionale.
L’assenza di una traiettoria già definita rende ogni pubblicazione macroeconomica potenzialmente decisiva. Dati superiori alle attese sull’inflazione o particolarmente solidi sul mercato del lavoro potrebbero consolidare l’ipotesi di un rialzo dei tassi. Segnali più deboli, invece, ridurrebbero la pressione sulla Fed.
Rendimenti USA a due anni verso una resistenza importante
Il rendimento del Treasury statunitense a due anni, particolarmente sensibile alle attese sulla politica monetaria, è risalito fino in area 4,34%.
Dal punto di vista tecnico, il movimento avviato dai minimi in area 3,45% rimane ben impostato. I rendimenti si sono riportati sopra la media mobile esponenziale a 12 mesi e stanno avvicinando il ritracciamento del 50%, collocato intorno al 4,36%, del ribasso sviluppatosi dai massimi del 2023.
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La rottura di questa soglia potrebbe aprire la strada verso il 61,8% di ritracciamento, situato in area 4,50-4,52%. Il raggiungimento di tale livello confermerebbe un significativo riprezzamento delle aspettative sui tassi della Federal Reserve.
Per i mercati azionari sarebbe un segnale sfavorevole, soprattutto per i comparti con multipli elevati. Una flessione sotto 4,10% allenterebbe invece la pressione e potrebbe favorire un recupero della propensione al rischio.
Inflazione dell’Eurozona al 3,3%
Anche in Europa il quadro inflazionistico continua a creare difficoltà. Ad agosto l’inflazione dell’Eurozona accelera al 3,30% annuo, dal 2,90% di luglio, in linea con le attese.
Il dato conferma che il ritorno verso l’obiettivo del 2% non procede in modo lineare. La componente core fornisce tuttavia un segnale leggermente più favorevole, scendendo dal 2,50% al 2,40%.
L’accelerazione dell’indice generale, legata anche alla componente energetica, potrebbe indurre la Banca centrale europea a mantenere una posizione prudente. Se il rialzo del petrolio dovesse proseguire, il processo di disinflazione potrebbe subire un nuovo rallentamento.
Sul mercato del lavoro, il tasso di disoccupazione dell’Eurozona si attesta al 6,40% a luglio, leggermente sopra il 6,30% previsto. Il livello rimane comunque compatibile con un mercato del lavoro ancora relativamente solido.
Il manifatturiero europeo cresce, ma Italia e Spagna arretrano
Le indicazioni provenienti dagli indici PMI sono complessivamente positive per l’Eurozona. Il PMI manifatturiero sale a 52,70 punti, dai 51,90 di luglio, confermando l’espansione dell’attività.
La crescita resta tuttavia disomogenea. La Germania registra un PMI a 54,30 punti, mentre la Francia si attesta a 51,10. Italia e Spagna scendono invece sotto la soglia dei 50 punti, rispettivamente a 49,60 e 49,50, segnalando una moderata contrazione dell’attività manifatturiera.
Dalla Germania arrivano anche indicazioni poco confortanti sui consumi. Le vendite al dettaglio di luglio diminuiscono del 2,50% su base annua, a fronte di un incremento dello 0,20% atteso dagli analisti.
Nel Regno Unito il PMI manifatturiero viene rivisto a 51,70 punti, ma il mercato immobiliare continua a mostrare una dinamica contenuta. L’indice Nationwide dei prezzi delle abitazioni cresce dell’1,60% annuo, meno del 2,10% previsto, mentre le approvazioni di mutui si fermano a 56.050 unità.
Euro Stoxx Banks respinto dal 61,8% di Fibonacci
Il comparto bancario europeo rimane uno dei protagonisti della lunga fase rialzista iniziata dai minimi del 2020. L’indice Euro Stoxx Banks si è spinto fino in prossimità del 61,8% di ritracciamento dell’intero ribasso sviluppatosi dal massimo del 2007.
Il livello, collocato intorno a 320-325 punti, si sta però confermando una resistenza significativa. Il primo tentativo di superamento è fallito e l’indice è tornato sotto questa fascia.
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Dopo un progresso tanto esteso, la mancata rottura non determina automaticamente un’inversione ribassista, ma segnala che le valutazioni del settore potrebbero aver già incorporato buona parte dei benefici derivanti dagli elevati margini d’interesse.
Una conferma sopra 325 punti permetterebbe di rilanciare il trend rialzista di lungo periodo. In assenza di questo segnale, non si può escludere una fase di consolidamento verso 300 punti e, successivamente, verso l’area 270-275, corrispondente al ritracciamento del 50%.
Wall Street mostra i primi segnali di stanchezza
Il quadro tecnico degli indici statunitensi rimane positivo nel medio-lungo periodo, ma i grafici mensili mostrano alcuni segnali di perdita di slancio.
Il Russell 2000 ha disegnato in luglio una candela assimilabile a una shooting star, con una lunga ombra superiore in prossimità dei massimi storici. Agosto ha prodotto un tentativo di reazione, ma senza recuperare stabilmente i massimi precedenti.
La configurazione segnala che, sopra quota 3.000 punti, è emersa una forte pressione in vendita. Un ritorno sotto 2.900 potrebbe quindi favorire una correzione verso 2.800-2.750 punti. La media mobile esponenziale a 12 mesi, in transito poco sopra 2.700, rappresenta il principale supporto dinamico di medio periodo.
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Il superamento dei massimi compresi tra 3.050 e 3.070 punti invaliderebbe invece il segnale di debolezza e rilancerebbe il trend rialzista.
Nasdaq ancora dentro la candela di maggio
Anche il Nasdaq Composite mantiene una struttura di fondo positiva, con quotazioni ancora nettamente superiori alla media mobile esponenziale a 12 mesi.
La candela di agosto è rialzista, ma rimane contenuta all’interno dell’ampio intervallo disegnato a maggio. Si tratta quindi di una configurazione di consolidamento, che non ha ancora prodotto un chiaro segnale direzionale.
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Per riattivare il rialzo sarebbe necessario il superamento dei massimi in area 26.850-27.000 punti. Una conferma sopra questa fascia permetterebbe all’indice di riprendere la corsa verso nuovi record.
Al ribasso, la perdita di 25.400 punti potrebbe favorire una discesa verso 24.500-24.000, area nella quale transita anche la media mobile esponenziale a 12 mesi. Finché questa media resterà crescente e fungerà da supporto, eventuali arretramenti potranno essere interpretati come correzioni all’interno della tendenza primaria.
Dow Jones: shooting star mensile ancora provvisoria
Il Dow Jones Industrial Average si mantiene vicino ai massimi storici e ben al di sopra della media mobile esponenziale a 12 mesi, confermando la solidità del trend di lungo periodo.
La prima seduta di settembre sta però producendo una candela mensile con una lunga ombra superiore, potenzialmente assimilabile a una shooting star. Trattandosi soltanto dell’inizio del mese, la configurazione è ancora del tutto provvisoria e dovrà essere valutata soltanto alla chiusura di settembre.
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Il segnale acquisterebbe rilevanza se l’indice proseguisse la discesa e terminasse il mese vicino ai minimi. In questo caso crescerebbe il rischio di una correzione verso 52.000-51.500 punti e successivamente verso l’area psicologica dei 50.000, dove si avvicina la media mobile esponenziale a 12 mesi.
Un ritorno sopra 54.000-54.750 punti cancellerebbe invece le indicazioni negative e confermerebbe la prosecuzione del trend rialzista.
Un settembre dominato da petrolio, inflazione e banche centrali
Il primo messaggio arrivato dai mercati a settembre è quello di una crescente sensibilità al rischio inflazionistico. Il rialzo del petrolio, l’aumento dei rendimenti obbligazionari e il tono più restrittivo della Federal Reserve rappresentano tre fattori strettamente collegati.
La reazione delle Borse dipenderà soprattutto dalla durata dello shock energetico. Se le tensioni nello Stretto di Hormuz dovessero rientrare rapidamente, il petrolio potrebbe restituire parte dei guadagni e ridurre la pressione sui rendimenti. In questo scenario, la flessione azionaria potrebbe trasformarsi in una normale fase di consolidamento.
Un’ulteriore escalation, accompagnata dal superamento di 90 dollari per il WTI e da un rendimento del Treasury a due anni oltre il 4,50%, renderebbe invece il contesto più difficile. Il mercato dovrebbe prezzare contemporaneamente maggiore inflazione, tassi più alti e prospettive di crescita meno favorevoli.
La tendenza primaria dei principali indici resta per ora rialzista, ma i segnali di indecisione comparsi sui grafici mensili suggeriscono prudenza. Dopo il forte rally dei mesi precedenti, settembre si apre dunque con un confronto sempre più serrato tra la solidità degli utili societari e il ritorno del rischio macroeconomico.
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