Euro sotto pressione e Nasdaq in caduta

di FTA Online News pubblicato:
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La seduta di venerdì potrebbe rappresentare uno spartiacque importante per i mercati finanziari. Non tanto per il calo registrato dagli indici azionari, quanto per il messaggio che arriva contemporaneamente da obbligazioni, valute e aspettative sui tassi.

Il segnale più evidente è arrivato dal mercato valutario, con l'euro/dollaro precipitato sotto quota 1,1550, rompendo al ribasso il canale discendente che aveva accompagnato il recupero iniziato ad aprile e che fino a poche ora fa poteva ancora essere letto come una bandiera di continuazione (un flag) del rialzo precedente, quindi solo una pausa correttiva dell'uptrend e non una sua possibile inversione.

Una discesa di questa intensità non è mai casuale.

Dietro il movimento si nasconde infatti un brusco riposizionamento delle aspettative degli investitori sulla politica monetaria americana.

Il dato sui nuovi occupati di maggio ha mostrato infatti la creazione di 172.000 posti di lavoro, contro attese ferme intorno a 80.000 unità. Un numero che conferma come l'economia statunitense continui a crescere a un ritmo incompatibile con l'idea di una Fed pronta a ridurre il costo del denaro.

La conseguenza è stata immediata.

I rendimenti dei Treasury sono balzati verso l'alto, con il decennale oltre il 4,50% e il biennale vicino al 4,15%, mentre le probabilità di un nuovo rialzo dei tassi entro fine anno sono schizzate dal 50% a quasi il 70%.

In altre parole, il mercato sta tornando a considerare possibile uno scenario che fino a poche settimane fa sembrava archiviato: una Federal Reserve costretta a tornare restrittiva per impedire una nuova accelerazione dell'inflazione.

A prima vista potrebbe sembrare un controsenso.

Se l'economia cresce, le aziende dovrebbero guadagnare di più e le borse dovrebbero salire.

Il Presidente Trump infatti ha subito commentato: "With a great Jobs Report, like just announced, stocks should go up, not down" e poi ha aggiunto: "Growth does not mean inflation!".

In realtà il problema è che il mercato non sta più ragionando sulla crescita economica ma sul costo del denaro.

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