Fed in modalità attesa: tassi sotto osservazione, bilancio stabile e mercati sospesi
pubblicato:Possibili tagli dei tassi da parte della Fed legati al mercato del lavoro: borse sostenute, ma prive di vera spinta direzionale

La direzione che sta prendendo la Federal Reserve è meno spettacolare di quanto il mercato a volte speri, ma proprio per questo più importante per capire l’evoluzione della liquidità e, di riflesso, delle borse.
Per Scott Bessent la Fed non ha fretta di intervenire sul bilancio
Le dichiarazioni del Segretario al Tesoro Scott Bessent aiutano a chiarire il quadro: la Fed non ha alcuna fretta di intervenire in modo aggressivo sul proprio bilancio, anche in presenza di un potenziale nuovo presidente come Kevin Warsh, noto per le sue posizioni critiche sul quantitative easing.
Il messaggio è chiaro: il bilancio della Fed non sarà lo strumento di politica monetaria usato nel breve periodo.
Dopo aver raggiunto il picco di circa 9.000 miliardi di dollari nel 2022 e averlo ridotto gradualmente a 6.600 miliardi a fine 2025 tramite quantitative tightening, la banca centrale sembra orientata a una fase di stabilizzazione.
Il fatto che da dicembre siano ripartiti acquisti “tecnici” di Treasury non va letto come un nuovo QE, ma come un’operazione di gestione della liquidità per garantire il controllo dei tassi a breve in un sistema che si muove verso un regime di riserve ampie.
In questo contesto, una riduzione rapida del bilancio sarebbe controproducente e potenzialmente destabilizzante.
Questo approccio ha implicazioni dirette sulla liquidità globale: non c’è un drenaggio aggressivo, ma nemmeno una nuova inondazione di denaro. È una liquidità “neutrale”, sufficiente a evitare stress finanziari ma non tale da alimentare bolle speculative incontrollate.
Ed è esattamente ciò che si riflette oggi sui mercati: borse vicine ai massimi, ma incapaci di accelerare con decisione.
Il rapporto tra liquidità e borse
Il rapporto tra liquidità e borse è uno dei legami più forti – anche se spesso sottovalutati – nei mercati finanziari.
Quando la liquidità aumenta, cioè quando le banche centrali immettono denaro nel sistema (tassi bassi, acquisti di titoli, condizioni finanziarie accomodanti), il costo del capitale scende e gli investitori sono più propensi a spostarsi verso asset rischiosi come le azioni. In questo contesto, le borse tendono a salire perché diventa più facile finanziare investimenti, sostenere utili futuri e accettare valutazioni più elevate.
Quando invece la liquidità si riduce (tassi alti, quantitative tightening, credito più caro), il meccanismo si inverte: il denaro diventa più prezioso, il rischio viene prezzato di più e le borse faticano. Non serve necessariamente una recessione: spesso basta che la liquidità smetta di crescere perché i mercati entrino in una fase di consolidamento o volatilità.
La fase attuale è intermedia: la liquidità non viene drenata in modo aggressivo, ma neppure espansa. Questo spiega perché le borse restano vicine ai massimi storici senza però riuscire ad accelerare. In sintesi, la liquidità non crea da sola i trend, ma ne determina l’intensità: quando abbonda, i rialzi sono potenti; quando è stabile, i mercati tendono a muoversi lateralmente; quando si contrae, le correzioni diventano più probabili.
Sul fronte dei tassi il dibattito è più aperto
Sul fronte dei tassi, invece, il dibattito è più aperto. Le parole della presidente della Fed di San Francisco, Mary Daly, sono molto indicative.
Pur avendo sostenuto la scelta di mantenere i tassi fermi nel range 3,50%–3,75%, Daly ammette che uno o due tagli potrebbero diventare necessari se la debolezza del mercato del lavoro dovesse emergere con maggiore chiarezza.
Il punto centrale è che l’inflazione, pur restando intorno al 3%, sembra avviata su una traiettoria discendente, soprattutto nella componente dei beni, mentre le vulnerabilità stanno lentamente spostandosi verso l’occupazione.
Si profila uno scenario asimmetrico
Questo crea uno scenario asimmetrico: la Fed non ha urgenza di tagliare, ma allo stesso tempo non può permettersi di restare restrittiva troppo a lungo se il mercato del lavoro dovesse deteriorarsi più rapidamente del previsto.
La prudenza è massima, e questo spiega perché la banca centrale preferisca usare prima lo strumento dei tassi e solo in ultima istanza quello del bilancio.
Per le borse, le implicazioni sono sottili ma decisive. In assenza di un QT aggressivo, il supporto di fondo alla liquidità resta intatto, e questo limita il rischio di crolli improvvisi.
Allo stesso tempo, la mancanza di una politica monetaria apertamente espansiva frena l’euforia e rende i mercati più selettivi.
È il contesto ideale per rotazioni settoriali, fasi di consolidamento e movimenti nervosi vicino ai massimi, piuttosto che per rally verticali.
La stabilità finanziaria viene prima di tutto
Va inoltre considerato il contesto politico. Il presidente Donald Trump spinge per tassi ipotecari più bassi, ma una riduzione significativa del bilancio della Fed andrebbe nella direzione opposta, irrigidendo le condizioni finanziarie.
Anche per questo, un QT accelerato appare poco probabile: la stabilità finanziaria viene prima di tutto, soprattutto in una fase in cui il sistema è fortemente dipendente da abbondanti riserve.
In sintesi
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la Fed si orienta verso una lunga fase di attesa e gestione fine, non di svolte radicali;
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la liquidità resterà sufficiente ma non abbondante, evitando sia shock che eccessi;
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i tassi potrebbero scendere gradualmente, ma solo se il mercato del lavoro darà segnali più chiari di stress;
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le borse continueranno a muoversi in un equilibrio fragile: protette dal lato della liquidità, ma frenate dall’assenza di un vero stimolo monetario.
È uno scenario che favorisce mercati alti ma nervosi, in cui il timing conta meno della selezione e in cui il prossimo grande movimento dipenderà non tanto dalla Fed, quanto da quando e quanto il ciclo economico inizierà davvero a rallentare.
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