Fed, in arrivo il nome del prossimo presidente, Warsh in pole position

di Giovanni Digiacomo pubblicato:
6 min

Trump annuncia la designazione del suo candidato a breve. Ecco come funziona la nomina del massimo incarico della banca centrale Usa, i margini di autonomia della Fed e chi è il favorito per l'incarico. Le sfide sui tassi, sull'economia, sul dollaro

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Tra qualche ora Donald Trump scioglierà uno dei nodi più importanti della finanza globale annunciando la scelta del nuovo presidente della Federal Reserve statunitense, la massima banca centrale del mondo.
Dopo mesi di guerra aperta con Jerome Powell, l’attuale numero uno della Fed che pure era stato nominato dallo stresso Trump nel 2017 (poi riconfermato da Joe Biden nel 2022), si prevede un cambio con la prossima scadenza di fine maggio del mandato quadriennale.

Fed, i candidati e lo scontro degli ultimi mesi

Due sono i nomi in lizza: Kevin Hassett e l’ex membro del board della Fed Kevin Warsh.
I due Kevin sono “molto buoni” [per la guida della Fed] ha dichiarato lo stesso Trump all’inizio di questo mese.

Kevin Hasset, un economista repubblicano pro-immigrazione e difensore del dollaro già docente della Columbia University e attento osservatore di Wall Street, è stato designato già dal novembre 2024 alla direzione dell’NCA il Consiglio economico nazionale della Casa Bianca ed è considerato probabilmente il meno indipendenti tra i maggiori candidati alla guida della Fed – oltre ai due Kevin sono stati fatti di recente anche i nomi di Christopher Waller, già membro attuale del Board of governors della Fed, e Rick Rieder, attuale chief investment officer dell’ufficio obbligazionario di BlackRock.

D’altronde la pretesa di Donald Trump di una Fed che tagli i tassi di interesse, quali che siano i dati macroeconomici Usa, è lampante, anche solo a un rapido sguardo sulla cronaca finanziaria dell’ultimo anno.

In questo lasso di tempo Donald Trump ha cercato di licenziare un altro membro del consiglio dei governatori della Fed, Lisa Cook, ma senza successo: finora una corte del Distretto della Colombia e la Corte Suprema sembrano darle ragione.

Poi il culmine delle tensioni l’11 gennaio quando lo stesso Jerome Powell ha annunciato che il Dipartimento di giustizia aveva notificato la convocazione della Fed di fronte a un gran giurì minacciando un’incriminazione penale sulla testimonianza dello stesso Powell di fronte al Senato USA dello scorso giugno.
Nodo della vicenda i lavori di ristrutturazione degli edifici della Federal Reserve, che per altro si trovano a Washington in Constitution Avenue a pochi isolati dalla Casa Bianca, che sono lievitati a 2,5 miliardi di dollari e dovrebbero essere completati nel 2027. Uno sperpero di denaro secondo Trump, che da molti è stato visto come il mandante indiretto delle nuove indagini penali. Va detto però che, a differenza di altre agenzie federali, la Fed finanzia da sé le proprie attività – ristrutturazioni comprese – con le risorse ottenute dagli interessi sui titoli di Stato detenuti o con oneri imposti alle banche.

Comunque sia, lo stesso Powell, che in passato non aveva reagito agli attacchi di Trump (il tycoon lo aveva chiamato anche “Mr. Too Late” e “Mulo cocciuto”), stavolta aveva reagito denunciando direttamente:

“La minaccia di incriminazioni penali è la conseguenza della decisione della Federal Reserve di stabilire i tassi di interesse sulla nostra valutazione del migliore interesse del pubblico, invece che sulla scia delle preferenze del Presidente.
Questo riguarda la possibilità della Fed di continuare a fissare i tassi sulla base della situazione e delle condizioni economiche invece che dirigere la politica monetaria con la pressione politica o l’intimidazione”.

Insomma Powell aveva denunciato il rischio di una caduta dell’autonomia della Fed che pure ha preoccupato diversi attori economici negli ultimi mesi.

Fed, come funziona la scelta sui tassi, i poteri del presidente, i margini di manovra

Alcuni analisti hanno però sottolineato che la struttura della governance della Fed sembra aver resistito finora alle pressioni della politica, lo stesso Powell d’altronde era stato nominato da Trump. Come funziona?

Il sistema della Federal Reserve è costituito dal board of governors, di cui fanno parte i citati Lisa Cook e Christopher Waller: è un consiglio stabile anch’esso nominato dal Presidente USA e confermato dal Senato i cui membri durano in carica addirittura 14 anni (proprio per garantirne l’autonomia).
Al board si aggiungono i 12 presidenti delle banche federali.

Chi decide i tassi? Li decide il FOMC (Federal Open Market Committee) che è costituito di volta in volta da

  • tutti i membri del board of governors,

  • il presidente della Fed di New York e

  • 4 membri a rotazione tratti dalle presidenze delle altre banche federali.

Ogni membro del FOMC ha diritto a un voto, anche il presidente attuale Jerome Powell, per cui c’è anche chi sostiene che difficilmente una nuova nomina al vertice potrebbe cambiare radicamente la politica monetaria della Fed.

Oltretutto Powell potrebbe rimanere da ex presidente come membro del board of governors fino all’inizio del 2028: sarebbe inusuale (di solito il presidente della Fed lascia dopo il termine del mandato), ma legittimo.

Kevin Warsh, chi è il candidato favorito alla guida della Fed

Ma chi è Kevin Warsh, il candidato che anche il New York Times e il Wall Street Journal danno per favorito?

Classe 1970 di Albany (New York), Kevin Warsh è già stato nel Board of governors della Fed dal 2006 al 2011. Studi a Stanford e ad Harvard, Warsh negli anni novanta ha lavorato negli uffici Fusioni & Acquisizioni di Morgan Stanley, dove è divenuto vicepresidente esecutivo prima di essere chiamato nell’amministrazione di George W. Bush come segretario esecutivo del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca (l’ufficio dove oggi siede il suo antagonista Hassett).

Lavori per il G20 e carriera universitaria completano il curriculum del probabile nuovo numero uno della Fed.

Fed, perché è così importante?

Warsh sembra più gradito ai mercati di Hassett perché è ritenuto più rigido sui tassi d’interesse e potrebbe quindi difendere l’autonomia della Fed che in molti a Wall Street ritengono una garanzia. Conosciuto nel mondo della finanza, Warsh è un sostenitore della riduzione del bilancio della FED, una posizione che è difesa anche dall’attuale Segretario al Tesoro Scott Bessent.

Le scelte più difficili saranno ovviamente sui tassi d’interesse: recentemente riconfermati nel range tra 3,50% e 3,75% secondo diversi osservatori (per esempio Nicola Grass., Senior Portfolio Manager Multi-Asset di SwissCanto – gruppo ZKB), sono nella posizione giusta visto che l’inflazione al 2,7% di dicembre è ancora elevata e i dati dal mondo del lavoro non sono tanto preoccupanti da suggerire dei tagli (la Fed ha il doppio mandato della piena occupazione e del controllo dei prezzi).

Una questione importante, anche se fuori dal mandato ufficiale della Fed, sarà quella dei cambi: con il cambio EUR/USD che con i massimi del 27 gennaio a 1,20806 ha rivisto livelli che non si vedevano da 5 anni, gli asset in dollari, come le azioni di Wall Street, guadagnano appeal, ma sorge la preoccupazione per il segnale che un eccessivo deprezzamento del biglietto verde potrebbe inviare sullo stato di salute dell’economia Usa.

Trump nei giorni scorsi ha chiarito di gradire un dollaro debole che aiuta la competitività dei beni americani a fronte della concorrenza di Paesi come la Cina o il Giappone che promuoverebbero una svalutazione competitiva sleale.

Il problema è che in base alla teoria economica i dazi commerciali imposti alla maggior parte dei partner mondiali dalla Casa Bianca potrebbero avere degli effetti inflazionistici (anche se finora non ci sono stati segnali troppo allarmanti) e questo insieme a una politica monetaria espansiva di taglio dei tassi potrebbe fare riesplodere i prezzi, danneggiando l’economia e i consumi.

Un dilemma che sicuramente il prossimo presidente della Fed dovrà gestire con estrema accortezza.

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