Flossbach von Storch - Fed e BCE: perché i tassi d'interesse resteranno probabilmente invariati
pubblicato:La guerra in Iran ha fatto impennare i prezzi dell'energia. Il dilemma delle banche centrali: agire o no?
A cura di Julian Marx, Research Analyst di Flossbach von Storch
Molti di noi ricordano ancora bene quanto possa essere insidiosa l'inflazione. Sebbene i rialzi dei tassi d'interesse si siano rivelati uno strumento efficace, è probabile che le prossime riunioni di fine aprile di BCE e Fed non portino grandi cambiamenti, nonostante le recenti tensioni sul prezzo del petrolio. Per quanto riguarda la Fed, i mercati danno per scontato che i tassi restino invariati tra il 3,5 e il 3,75%. Allo stesso modo, per l'area euro, le probabilità di un aumento del tasso sui depositi oltre l'attuale 2% sono considerate minime. Viene quindi da chiedersi se i recenti rincari energetici siano, in realtà, meno preoccupanti di quanto sembrino.
Record storici e nuovi picchi inflattivi
I prezzi dell'energia sono aumentati vertiginosamente a marzo 2026, crescendo del 7% su base mensile nell'area euro: il secondo incremento più elevato dal 1999, superato solo dal marzo 2022 (+12,2%). Il picco, legato al blocco dello Stretto di Hormuz, è stato ancora più marcato negli Stati Uniti, dove i prezzi dell'energia sono saliti dell'11,9% e i prezzi della benzina sono balzati del 21,2% in un solo mese, registrando il più grande aumento dall'inizio delle rilevazioni nel 1967.
Lo spettro dell'inflazione e le stime della BCE
Dati aumenti di prezzo così marcati, non sorprende affatto che la prospettiva di ulteriori rialzi dei tassi stia suscitando un interesse crescente nel dibattito pubblico. Le proiezioni di marzo della BCE illustrano quanto possa essere profondo l'impatto a medio termine sull'inflazione complessiva. Nel più severo dei tre scenari pubblicati, la BCE ha ipotizzato che le esportazioni di petrolio e gas dal Golfo Persico possano diminuire del 60% rispetto ai livelli pre-crisi, normalizzandosi solo gradualmente a partire dal 2027. In tal caso, secondo le stime della banca centrale, l'inflazione nell'area euro potrebbe temporaneamente superare il 6%. In questo scenario, la BCE dovrebbe affrontare effetti di secondo impatto (second round effects), rendendo probabilmente inevitabili rialzi dei tassi di interesse.
Eurozona tra shock dell'offerta e domanda debole
A circa due mesi dai primi attacchi aerei di Israele e Stati Uniti contro l'Iran, l'entità e la durata dello shock energetico rimangono incerte. Come osservato da Christine Lagarde, il quadro attuale non basta a giustificare nuovi rialzi dei tassi da parte della BCE, poiché sono in gioco due forze contrapposte. Da un lato, il rincaro dell'energia rischia di innescare effetti inflattivi di secondo impatto, con le imprese pronte rivedere al rialzo i prezzi e le famiglie sempre più sensibili all'inflazione. Dall'altro, l'aumento dei prezzi e il calo della fiducia pesano sui consumi in un'Eurozona già debole, dove la crescita stimata è ormai scivolata sotto l'1%.Dato questo clima di incertezza, riguardo la durata dello shock e la velocità di trasmissione dei prezzi, per il momento è opportuno attendere dati più chiari prima di modificare la politica monetaria.
Meno pressione a intervenire negli Usa
La Fed sembra affrontare l'attuale dinamica dei prezzi con maggiore serenità rispetto alla sua controparte europea. Dopotutto, dato il livello significativamente più alto dei tassi negli Usa, i banchieri centrali statunitensi non avvertono l'urgenza di considerare nuovi rialzi. Il Governatore Christopher Waller ha recentemente descritto la posizione della Fed quasi come quella di un osservatore neutrale, sottolineando la necessità di acquisire ulteriori dati prima di giustificare qualsiasi variazione dei tassi, in un senso o nell'altro.Dal punto di vista dell'inflazione, vale la pena notare che gli Stati Uniti hanno appena assorbito lo shock transitorio causato dai dazi introdotti lo scorso anno. A tal proposito, Waller ha rassicurato i mercati evidenziando come, prima delle recenti tensioni in Iran, l'inflazione al netto degli effetti doganali fosse rimasta prossima all'obiettivo del 2%, segno che le aspettative di lungo periodo sono rimaste ancorate. Tuttavia, dopo il balzo dell'inflazione al consumo al 3,3% registrato a marzo, l'attenzione degli analisti si sposta ora sulla natura del rincaro dei prodotti energetici, per capire se anche quest'ultima fiammata si rivelerà temporanea.
Piena occupazione, il secondo obiettivo della FED
Waller sta inoltre valutando in che misura i rinnovati aumenti dei prezzi possano pesare sulla domanda complessiva, limitando così gli effetti inflattivi di secondo impatto e mettendo potenzialmente a rischio il secondo obiettivo della Fed: la piena occupazione. Su questo fronte, ha espresso preoccupazione per il sondaggio sui consumatori dell'Università del Michigan, che a inizio aprile ha registrato il sentiment dei consumatori statunitensi al livello più basso dal 1952.
Sebbene in passato questa rilevazione non abbia sempre rispecchiato fedelmente la spesa reale, persiste il timore che l'ultimo shock possa spingere le famiglie oltre il punto di rottura, inducendole a tagliare drasticamente i consumi con inevitabili ripercussioni su un mercato del lavoro finora solido. L'interpretazione di quest'ultimo è ulteriormente complicata dal cambiamento strutturale nella crescita degli occupati: se pochi anni fa un incremento mensile tra 50.000 e 150.000 unità era segno di buona salute, oggi, secondo Waller, non è quasi più necessaria alcuna crescita per mantenere stabile il tasso di disoccupazione. Questa evoluzione riflette l'invecchiamento demografico e il crollo dell'immigrazione netta, passata dai 2,3 milioni del 2024 ai circa 400.000 del 2025, con proiezioni che ipotizzano addirittura una migrazione netta zero per il 2026.
Hormuz: la variabile decisiva
Che si tratti dell'area euro o degli Stati Uniti, l'incertezza economica rimane elevata. Per i banchieri centrali, l'attesa dei dati continua a definire la condotta quotidiana della politica monetaria. A seconda di quanto velocemente verrà risolto il blocco dello Stretto di Hormuz, è ipotizzabile un'ampia gamma di scenari per l'evoluzione dei prezzi energetici. Esiste inoltre una notevole incertezza riguardo alla misura in cui i prezzi energetici più elevati saranno trasferiti a valle qualora dovessero rimanere a livelli elevati per un periodo prolungato. Solo quando emergeranno risposte più chiare a questi interrogativi è probabile che le prospettive sul futuro percorso della politica monetaria diventeranno meno incerte.