Petrolio in rialzo con lo stallo USA-Iran, l’impatto rischia di essere duro
pubblicato:Washington fredda sulle proposte di Teheran e i prezzi del petrolio greggio continuano a salire. Sarà il rovello delle banche centrali questa settimana. Nervosismo anche in Europa e per l’Italia i rischi sono elevati

Lo stallo delle trattative tra Stati Uniti e Iran ha congelato la situazione sullo Stretto di Hormuz e alimenta ormai da giorni un imperioso rialzo delle quotazioni del petrolio greggio nei mercati internazionali, che rischia di essere il vero elefante nella stanza dei meeting delle banche centrali in calendario questa settimana e la prossima.
Iran-Usa, negoziati sempre più in salita
Il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha gelato le trattative con Teheran quando ha affermato: “Non possiamo tollerare che l’Iran gestisca lo Stretto di Hormuz”. Ha ribadito così una linea rossa di Washington che manda in trincea i team negoziali.
L’Iran ha già dimostrato di poter controllare lo Stretto e vuole capitalizzare il grande vantaggio che gliene deriva, imponendo un nuovo status legale condiviso con l’Oman (l’altra sponda) sull’area e quindi chiedendo un obolo per il passaggio.
Per gli Stati Uniti questo è inaccettabile, ma rischia anche di trasformare le trattative in un’impasse e allontana la prospettiva messa sul tavolo dalla controparte di un prossimo sblocco del traffico del Golfo Persico.
La nuova proposta di Teheran propone un calendario negoziale che passi prima dallo sblocco delle Stretto e da un accordo sul suo status, per poi affrontare, in un secondo momento, la questione del nucleare iraniano riflette proprio i desideri dei pasdaran.
Ma conferma anche che sulla rinuncia definitiva al programma nucleare dell’Iran che Washington esige non c’è accordo nella Repubblica Islamica. La situazione rischia di cristallizzarsi e i mercati rimontano posizioni nervose sui prezzi energetici che da giorni riprendono una pericolosa ascesa.
Non aiutano neanche le divisioni interne emerse negli ultimi confronti, le fratture nei team negoziali iraniani anche sul ruolo dei maggiori leader delle trattative Mohammad Ghalibaf (speaker del Parlamento iraniano) e Abbas Araghchi (ministro degli Esteri). Ma intanto la Russia di Putin arriva in soccorso.
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Petrolio, lo Stretto resta chiuso e i prezzi salgono ancora
Così lo Stretto di Hormuz rimane chiuso e i future sul petrolio greggio riprendono la via dei rialzo che rischia di far male a molte economie in giro per il mondo.
Così il future sul Brent segna un nuovo rialzo del 2,97% stamane a 111,52 dollari, un balzo quasi del 30% rispetto ai minimi del 17 aprile scorso, quando solo temporaneamente le quotazioni erano scivolate a 86,09 dollari al barile sulla scorta di un ottimismo dimostratosi poi effimero.
La traiettoria del WTI lo porta oggi a 99,63 dollari al barile (+2,99%), dieci giorni fa era tornato a 79,03 dollari e da allora ha recuperato più del 26%. Così i mercati iniziano a indossare l’elmetto a quasi due mesi dallo scoppio delle ostilità.
La Banca del Giappone riduce le stime, rischio di rialzo dei tassi, la premier in una situazione difficile
Il rischio per l’inflazione cresce ogni giorno di più e il tema sarà al centro dei dibattiti sulla politica monetaria delle banche centrali questa settimana.
Lo ha confermato come più non poteva stamane la Banca del Giappone che ha subito messo in chiaro che la crescita delle quotazioni petrolifere impatterà sui profitti delle imprese e sui redditi reali comprimendo la crescita del Sol Levante e verosimilmente aumentando l’inflazione.
Il governatore Kazuo Ueda ha lasciato come previsto i tassi allo 0,75%, ma 3 membri del board su 9 proponevano già di alzare i tassi e quindi le pressioni su questo fronte aumentano. La BOJ ha sforbiciato le stime sul Pil 2026 dal range 0,8/1,0% a una forchetta tra lo 0,4% e lo 0,7% Le stime sull’inflazione core (senza alimentari freschi) sono balzate a un range tra il 2,8% e il 3,0% a fronte di previsioni che a gennaio erano state poste tra l’1,9% e il 2,0%.
E’ previsto un rallentamento dei prezzi nel 2027, fino al ritorno al 2% nel 2028, ma in pratica la pressione per graduali incrementi dei tassi d’interesse per far fronte ai rischi al rialzo dei prezzi cresce notevolmente e rischia di mettere in seria difficoltà i piani di espansione fiscale della premier Sanae Takaichi che non a caso proprio ieri ha smentito nuove manovre ‘per ora’ appellandosi alla flessibilità del budget per la risposta governativa alla crisi iraniana.
Il governo esclude misure che minino la crescita economica ed è già intervenuto fiscalmente per limitare i rincari dei carburanti, ma se la crisi si dovesse prolungare c’è il rischio che risorse appostate non bastino.
Ma non è una questione di Tokyo soltanto. Il rialzo dei rendimenti del debito sovrano è un tema globale: di nuovo oggi lo yield del BTP decennale italiano torna al 3,88% e quello del Bund tedesco è stabilmente sopra il 3% (al 3,06% stamane per l'esattezza), mentre il Treasury decennale USA rischia di diventare un problema sull'attuale rendimento del 4,35%
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Petrolio e Iran, in Europa e in Italia cresce la tensione
Il nervosismo sale anche in Europa e tracima nelle dure parole del cancelliere tedesco Friedrich Merz che denuncia l’umiliazione di Washington e la mancanza totale di strategie USA per la guerra e per i negoziati, mentre Teheran si dimostra molto più forte del previsto e resiste alle pressioni.
Una prospettiva ben diversa da quella di Rubio che comunque parla di un Iran seriamente intenzionato a raggiungere un accordo perché sempre più in ginocchio sul piano economico.
Il presidente francese Emmanuel Macron intanto rilancia l’ipotesi di negoziati con i pasdaran. Ogni tavolo negoziale sembra però vacillare oggi finché resta una profonda distanza tra Washington e Teheran.
Anche in Italia ci si confronta con il budget, visto che il taglio delle accise resterà in forza soltanto fino al prossimo 1° maggio e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha già fatto sapere che la limitazione dei rincari dei carburanti (specialmente del diesel per l’autotrasporto) è la prima priorità del governo.
Bisogna trovare le coperture per evitare che il caro-gasolio si ribalti sullo scaffale del supermercato e questa volta l’esecutivo potrebbe calibrare diversamente i provvedimenti.
L’incertezza dello scenario è la bestia nera, perché se le crisi finisse in poche settimane perderemmo forse qualche decimale di crescita del Pil, ma se continuasse per mesi fino a fine anno si avrebbe un impatto sistemico ben più grave.
Confindustria calcola che con una crisi fino a giugno l’impatto sui costi energetici potrebbe essere di 7 miliardi, ma se durasse tutto fino a fine 2026 allora arriveremmo a 21 miliardi di euro.
L’Istat ha stimato che uno scenario con il Brent a 115,5 dollari al barile il gas a 93,4 €/MWh nel 2026 in media (uno scenario molto severo) l’Italia avrebbe un impatto dello 0,3% del Pil quest’anno e dello 0,5% l’anno prossimo.
Ancora una volta il petrolio rischia di fare davvero male all’economia.