Giappone osservato speciale in vista delle elezioni
pubblicato:In un anno lo yen ha perso il 20% sull'euro e la tornata elettorale con cui la premier Takaichi vuole consolidare il governo parte dalla rinuncia ad importanti obiettivi fiscali: così l'altro ieri per i titoli di stato nipponici è scattato un selloff che ha scosso i mercati globali

Giappone all’attenzione. Il Sole Levante da anni ormai fa la sua strada in autonomia, una traiettoria non priva di fardelli e spesso un po’ trascurata, nonostante il posizionamento strategico di questa economia avanzata e i suoi solidi legami con l’Occidente.
Negli ultimi tempi sono cambiate però molte cose e diverse novità sono in arrivo.
La cronaca finanziaria discute da tempo (giustamente) del balzo del 15% dell’euro sul dollaro dagli inizi del 2025 a oggi, ma molto meno della crescita del 20% dell’euro sullo yen nello stesso periodo.
Giappone, la premier Takaichi prova a raccogliere l'eredità della Abeconomics
Il Giappone non ha mai avuto un reale governo di sinistra nella sua storia dal 1955 a oggi ed è stato sostanzialmente guidato da Partito Liberal Democratico da allora con le sole due eccezioni dei trienni 1993-1996 e 2009-2012. Gli scandali del 1993 (chiamarli la tangentopoli giapponese sarebbe forse azzardato) hanno accompagnato lo scoppio di una bolla azionaria e immobiliare che per decenni ha condizionato il successivo sviluppo economico del Paese.
Per questa fase si è parlato di “Decennio perduto” (o anche ventennio perduto). Soltanto negli ultimi 10 o venti anni i governi di Jun'ichirō Koizumi e quindi del povero Shinzo Abe, morto dopo un attentato nel 2022 (altra novità per il Sol Levante), profonde riforme e interventi di stimolo hanno provato a cambiare il quadro economico del Paese.
L’Abeconomics, come è stata chiamata, ha provato a rivitalizzare un’economia soffocata da decenni di deflazione e depressione economica accompagnati da un elevato indebitamento pubblico e una voluta depressione dello yen finalizzata al sostegno della competitività dei prodotti giapponesi nei mercati internazionali. Adesso la prima premier donna della storia del Paese Sanae Takaichi prova a raccogliere questa eredità e questa sfida in una fase di popolarità, cercando di consolidare il sostegno politico del Paese, dopo avere ottenuto la guida del Partito Liberal Democratico lo scorso ottobre.
In altre parole indice, quasi a sorpresa, la terza tornata elettorale nazionale in meno di 16 mesi. La campagna per la nomina di 465 deputati della camera bassa giapponese comincerà il prossimo 27 gennaio, tra 5 giorni, in vista del voto l’8 febbraio.
Giappone, l'eterna sfida del debito e dell'export
È un momento chiave. La Lady di ferro nipponica – lei stessa ha ammesso di ispirarsi alla figura di Margaret Thatcher – intende rilanciare in una fase difficile l’economia del Paese rafforzando la spesa pubblica, con una sorta di revival dell’Abeconomics, e già a dicembre il suo consiglio dei ministri ha approvato un budget record per la difesa da 9 trilioni di yen, circa 48,5 miliardi di euro. D’altronde il Giappone non è nella Nato, ma deve affrontare un contesto geopolitico rovente, tra le minacce periodiche della Corea del Nord e le pressioni della Cina.
Deve inoltre difendere la presenza importante nell’economia degli Stati Uniti e l’’alleanza indistruttibile’ con Washington dal Trump 2.0. Il Giappone è di gran lunga il primo detentore mondile di titoli di Stato USA, ben 1,2 trilioni di dollari allo scorso novembre, una leva strutturale per l'export del Sol Levante nel mondo e una riserva importantissima anche di capitale geopolitico.
Nel 2025 il Sol Levante ha registrato però il quinto deficit commerciale di seguito: 2,65 trilioni di yen pari a circa 14,3 miliardi di euro. Un effetto anche dei dazi del 15% imposti da The Donald (ma inizialmente temuti al 25%), ma riequilibrato in buona parte con esportazioni nel Regno Unito e in Africa (+3,1% il saldo totale dell’export nel 2025) e con importazioni in crescita di meno di un punto percentuale (solide quelle dall’Europa). Un deficit commerciale da 14,3 miliardi di euro può sembrare tanto, ma in realtà ha segnato un successo con un taglio del 53% rispetto all'anno precedente. Oltretutto le dimensioni sono limitate se si confrontano con un Pil da 4 trilioni di euro circa nel 2025 (stime) con una crescita attesa sullo 0,9%.
Il vero problema è un altro: il Giappone è il Paese più indebitato del mondo, il 229,6% del Pil a ottobre, ossia – a spanne – poco meno di 9,2 trilioni di euro.
Giappone, il selloff dei titoli di Stato che ha scosso i listini globali
Nei giorni scorsi si è parlato tanto del “Sell America Trade” nel pieno dei contrasti sulla Groenlandia (e probabilmente questo ha influito anche sui toni più concilianti di Trump), ma martedì 20 gennaio, mentre i mercati azionari crollavano e si vendevano a mani basse anche i titoli di Stato, gli osservatori dell’area hanno parlato anche di selloff dei titoli giapponesi e c’è chi pensa che la tempesta sia nata da lì, dalla volata del rendimento del decennale giapponese al 2,30% (il massimo dal 1999) e soprattutto dal record del 4% per i titoli a 40 anni, un livello mai visto dalla loro creazione nel 2007.
In quelle ore convulse la parte lunga della curva cresce a doppia cifra su tutte le scadenze, di 13,5 punti base i 20 anni (ben 70 punti base notava The Japan Times dall’insediamento di Takaichi) mentre i 30 e i 40 anni crescevano di quasi 60 punti base.
Un po’ freddamente si potrebbe dire un convulso riprezzamento del rischio nipponico, ma per altri è stato il la a vendite in parallelo sui Treasury USA e sui titoli europei, BTP compreso.
Dopo anni di tassi d’interesse bassissimi grazie alla politica monetaria ultra-accomodante della Banca del Giappone (spintasi fino a tassi negativi) il rendimento chiesto ai titoli giapponesi con scadenza a 30 anni ancora oggi è al 3,67%, più del titolo tedesco corrispondente (anche se meno dei record di ieri al 3,895%). Cosa è successo? Un mercato popolato di venditori, con pochi acquirenti, un mercato mensile cash per quasi il 65% in mani straniere dopo decenni di solido controllo del debito da parte degli investitori domestici, una vendita record da 822,4 miliardi di yen di bond con scadenza originale decennale a dicembre da parte di assicuratori locali, un record secondo Bloomberg. Soprattutto la prima ministra Sanae Takaichi ha avviato la campagna elettorale con la promessa di una sospensione di una tassa sugli alimentari dell’8%, una misura molto gradita da un popolo giapponese angosciato dal caro-vita (non a caso era nata dai rivali politici), ma che potrebbe dare un brutto colpo alle già precari finanze nipponiche, qualcosa come 5 trilioni di yen di entrate annuali (poco meno di 27 miliardi di euro).
In pratica il consiglio economico del governo aveva annunciato l’intenzione di rinunciare al raggiungimento del surplus primario di bilancio nell’esercizio fiscale al 2026. Rinuncia anche agli obiettivi fiscali nel settore sanitario e conferma della politica di spesa pubblica aggressiva voluta da Takaichi.
L’esercizio fiscale pubblico al 30 marzo 2026 è previsto ora in deficit di circa 7 trilioni di yen (circa 37,7 miliardi di euro), ossia l’1,0% del Pil. Adesso le stime per l’esercizio fiscale che comincia da aprile di un deficit primario di 0,8 trilioni di yen, in miglioramento ma decisamente sotto la stima iniziale di un surplus da 3,6 trilioni.
Un po' ottimisticamente UBS in una nota odierna ipotizza che con una maggiore chiarezza sul fronte fiscale, il governo dovrebbe riuscire a ridurre i rendimenti sul debito pubblico, riconquistando la fiducia dei mercati. La Banca del Giappone ha inoltre i suoi strumenti di intervento e non ha paura di usarli, mentre l'esecutivo potrebbe lavorare sul fronte delle emissioni previste quest'anno. Secondo la banca svizzera il percorso di consolidamento fiscale nel lungo periodo rimane insomma in piedi, nonostante gli annunci di spesa della premier.
Di certo per Tokyo le sfide nel 2026 non mancheranno .
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