I miliardari della Silicon Valley investono somme enormi nella politica

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
5 min

In Texas cresce una rivolta trasversale: agricoltori, conservatori e progressisti contestano progetti energivori che consumano territorio

I miliardari della Silicon Valley investono somme enormi nella politica

In Texas cresce una rivolta trasversale

In Texas cresce una rivolta trasversale: agricoltori, conservatori e progressisti contestano progetti energivori che consumano territorio senza garantire occupazione duratura.

Le elezioni di metà mandato diranno se il denaro può orientare il consenso oppure se le comunità riescono ancora a imporre le proprie priorità.

La domanda è brutale: in democrazia vince chi raccoglie più voti o chi dispone di più denaro per influenzarli?

Le elezioni americane di metà mandato rappresentano anche un test sul potere politico dei grandi imprenditori tecnologici.

Non perché i voti possano essere letteralmente acquistati, ma perché disponibilità economiche quasi illimitate consentono di finanziare candidati, campagne pubblicitarie, piattaforme digitali e messaggi personalizzati capaci di condizionare profondamente il dibattito pubblico.

Queste sono le prime elezioni realmente dominate dall’intelligenza artificiale: gli algoritmi vengono utilizzati per analizzare gli elettori, costruire messaggi su misura e produrre contenuti politici, comprese immagini artificiali difficili da distinguere da quelle autentiche.

Il problema, però, non è soltanto digitale.

L’intelligenza artificiale ha bisogno di un’infrastruttura molto concreta: data center giganteschi, centrali elettriche, acqua, territorio e nuove reti energetiche.

Ed è proprio questa dimensione fisica a trasformare un tema apparentemente tecnologico in una questione sociale ed elettorale.

Il potere economico non equivale automaticamente al consenso

Miliardari come Elon Musk possono mettere a disposizione della politica risorse irraggiungibili per qualsiasi cittadino comune.

Possono finanziare campagne, occupare lo spazio mediatico e contribuire a stabilire quali argomenti debbano dominare la discussione.

Ma sarebbe improprio sostenere che possano semplicemente “comprare le elezioni”.

Il denaro può aumentare enormemente la capacità di persuasione, non garantire il risultato. Gli elettori conservano il voto e possono reagire contro chi viene percepito come troppo vicino agli interessi delle grandi aziende.

È proprio questo il punto sottolineato da molti osservatori: se, nonostante gli investimenti dei miliardari tecnologici, gli elettori dovessero respingere il loro modello di sviluppo, la sconfitta avrebbe un valore politico superiore al semplice risultato elettorale.

Dimostrerebbe che il consenso democratico non è interamente disponibile sul mercato.

La rivolta contro i data center parte dal Texas profondo

Il caso più significativo arriva da Cedar Creek, nella contea texana di Bastrop.

Qui una coalizione trasversale di agricoltori, proprietari terrieri e residenti si oppone alla costruzione di un grande data center destinato ad Anthropic e della centrale a gas prevista per alimentarlo.

La capacità progettata dell’impianto energetico sarebbe passata dagli iniziali 710 megawatt a 1.326 megawatt, una potenza sufficiente a soddisfare i consumi di una grande città.

Il complesso sorgerebbe su circa 1.150 ettari di terreno appartenenti a una famiglia di allevatori, ai quali sarebbe stata presentata un’offerta molto superiore al valore stimato della proprietà.

Ed è qui che lo slogan secondo cui “tutto ha un prezzo” incontra il proprio limite. La vendita del terreno riguarda il proprietario; le conseguenze ambientali, energetiche e sociali ricadono sull’intera comunità.

Emissioni, rumore, vibrazioni, consumo di risorse e trasformazione del paesaggio non rimangono confinati entro i limiti catastali del progetto.

Per questo la libertà economica di vendere non può eliminare il diritto dei cittadini a discutere l’impatto dell’insediamento.

Non è una ribellione contro la tecnologia

Gli oppositori al progetto tengono a precisare di non essere contrari all’intelligenza artificiale né allo sviluppo economico.

Contestano piuttosto un modello industriale calato dall’alto, nel quale i benefici vengono promessi in termini generici mentre i costi diventano immediatamente locali.

I data center richiedono investimenti enormi e migliaia di lavoratori durante la costruzione, ma possono generare un numero relativamente contenuto di occupati permanenti una volta entrati in funzione.

La comunità si trova così a sopportare per decenni le conseguenze dell’impianto senza necessariamente ricevere un ritorno occupazionale proporzionato.

La questione non è quindi scegliere tra progresso e arretratezza. È stabilire:

  • •

    chi paga l’energia e le infrastrutture necessarie;

  • •

    quanta occupazione stabile viene realmente creata;

  • •

    quali garanzie vengono offerte sull’impatto ambientale;

  • •

    quanto potere decisionale resta alle comunità;

  • •

    chi incassa i profitti e chi sopporta i costi.

Una protesta che supera la divisione tra destra e sinistra

La mobilitazione di Cedar Creek è politicamente pericolosa per i repubblicani perché coinvolge anche elettori tradizionalmente conservatori.

Agricoltori e residenti che non hanno mai votato per un democratico iniziano a considerare questa possibilità, sentendosi abbandonati da amministratori più attenti agli investitori tecnologici che alle comunità rurali.

Quando un progetto industriale entra nel cortile di casa, le appartenenze ideologiche possono perdere importanza.

La difesa del territorio, della proprietà e della qualità della vita diventa un terreno comune tra destra e sinistra.

Il governatore Greg Abbott ha annunciato alcune sospensioni nelle autorizzazioni, ma resta da capire se si tratti di un vero ripensamento o di una risposta temporanea alla pressione elettorale.

Se gli impianti dotati di centrali autonome potessero aggirare parte delle limitazioni, le misure rischierebbero infatti di risultare insufficienti.

Il vero conflitto è sul modello di sviluppo

La crescita dell’intelligenza artificiale non può essere separata dai suoi costi materiali.

Dietro l’apparente immaterialità di un chatbot ci sono server, chip, centrali elettriche, sistemi di raffreddamento e quantità enormi di capitale.

Le grandi aziende tecnologiche presentano questa trasformazione come inevitabile.

Ma l’innovazione non è una forza naturale: è il risultato di decisioni economiche, politiche e territoriali che possono essere discusse e regolamentate.

La resistenza delle comunità non dimostra che il “popolo” abbia sempre ragione né che ogni data center debba essere bloccato.

Dimostra però che il denaro non dovrebbe attribuire automaticamente il diritto di decidere dove costruire, quali risorse utilizzare e quali conseguenze imporre agli altri.

Le elezioni diranno se questa opposizione resterà locale oppure diventerà un movimento politico più ampio.

Se gli investimenti dei miliardari del tech non riusciranno a neutralizzare il malcontento, il messaggio sarà chiaro: molte cose possono essere comprate, ma il consenso non è garantito.

La vera alternativa non è tra tecnologia e democrazia.

È tra una tecnologia imposta dagli interessi più forti e uno sviluppo sottoposto a regole, compensazioni e decisioni democratiche.

La forza del popolo comincia precisamente da qui: non dal rifiuto del futuro, ma dalla pretesa di partecipare alla sua costruzione.

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Informazioni sull'autore:

Alessandro Magagnoli
Alessandro Magagnoli

Nato nel 1966, mi sono laureato a Londra in economia applicata presso la University of East London nel luglio 1991, per poi conseguire un Master of Science nella stessa disciplina al Queen Mary and Westfield College nell'agosto 1992. La mia passione per l'analisi tecnica è nata nel 1992, e nel maggio 1993 ho ottenuto il diploma in Technical Analysis rilasciato dalla Society of Technical Analysis (STA). Ho insegnato nei dipartimenti di econometria all'Università Bicocca e all'Università Cattolica.