Midterm di fuoco: Donald Trump si gioca il controllo di Washington

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
14 min

Martedì 3 novembre gli americani rinnovano tutta la Camera, 35 seggi del Senato e 36 governatori. I democratici sono favoriti per conquistare almeno un ramo del Congresso, ma il Senato resta aperto

Midterm di fuoco: Donald Trump si gioca il controllo di Washington

Le elezioni statunitensi di metà mandato del 3 novembre si sono trasformate in un referendum sulla seconda presidenza di Donald Trump.

Si rinnoveranno tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti, 35 dei cento seggi del Senato e i governatori di 36 Stati. Sono inoltre previste migliaia di consultazioni per parlamenti statali, cariche locali e referendum.

In condizioni normali, il partito del presidente tende a perdere consensi alle elezioni di metà mandato.

Questa volta la situazione per i repubblicani è aggravata dall’impopolarità di Trump, dall’aumento del costo della vita, dalla guerra con l’Iran e dalle contestazioni contro data center, politiche migratorie e tagli alla spesa sociale.

L’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos attribuisce a Trump un gradimento del 32%. Tra gli elettori registrati, i democratici guidano il voto generico per il Congresso con il 47% contro il 36%; includendo l’orientamento degli indecisi, il vantaggio si restringe al 50% contro il 41%. Tra coloro che dichiarano probabile la partecipazione, i democratici conducono per 53% a 44%.

Il dato più pesante per la Casa Bianca riguarda il costo della vita: il 73% degli intervistati ritiene che stia andando nella direzione sbagliata.

Anche l’entusiasmo appare sbilanciato, con il 46% degli elettori democratici che si dichiara molto motivato a partecipare contro il 30% dei repubblicani.

Trump diventerebbe davvero un’anatra zoppa?

Una sconfitta repubblicana indebolirebbe fortemente il presidente, ma sarebbe eccessivo sostenere che Trump diventerebbe incapace di incidere sulla politica americana.

Il presidente conserverebbe:

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    il potere di veto;

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    il controllo dell’amministrazione federale;

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    ampi poteri esecutivi;

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    una significativa autonomia sui dazi;

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    il controllo della politica estera;

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    la capacità di emanare ordini esecutivi;

  • •

    la guida politica del Partito repubblicano.

Una Camera democratica potrebbe però bloccare nuove leggi, controllare le commissioni parlamentari, convocare funzionari dell’amministrazione, chiedere documenti e aprire inchieste.

Una sconfitta ampia avrebbe anche un effetto politico: metterebbe in discussione la capacità di Trump di mobilitare gli elettori e ridurrebbe il suo peso nella scelta del candidato repubblicano alle presidenziali del 2028.

Trump è già, tecnicamente, un presidente al secondo e ultimo mandato. Una perdita del Congresso accelererebbe quindi la trasformazione in un’“anatra zoppa”, ma non cancellerebbe i suoi poteri.

La Camera è il terreno più favorevole ai democratici

Alla Camera i repubblicani partono da una maggioranza estremamente ridotta. Ai democratici basterebbe un guadagno netto di pochi seggi per raggiungere la soglia dei 218 deputati necessaria a controllare l’assemblea.

Il voto nazionale favorisce chiaramente il Partito democratico, ma non si traduce automaticamente in una maggioranza proporzionale. I deputati vengono eletti in collegi uninominali, molti dei quali sono stati disegnati in modo da favorire uno dei due partiti.

Una parte significativa dei voti democratici è inoltre concentrata nelle grandi città e nelle zone costiere, dove il partito può vincere con margini enormi senza ottenere seggi aggiuntivi.

Nonostante questi limiti, i democratici restano nettamente favoriti per conquistare la Camera. Il vero dubbio riguarda l’ampiezza della maggioranza.

Una vittoria limitata a cinque o dieci seggi renderebbe la nuova leadership vulnerabile alle divisioni interne.

Un margine superiore a venti seggi permetterebbe invece ai democratici di gestire più facilmente le defezioni e aumenterebbe il loro potere negoziale sul bilancio federale e sul tetto del debito.

Il Senato è molto più difficile da conquistare

Al Senato i repubblicani partono da 53 seggi contro 47. Per arrivare a una maggioranza effettiva, i democratici devono ottenere almeno quattro seggi netti senza perderne nessuno.

Un risultato di 50 a 50 non sarebbe sufficiente: il vicepresidente J.D. Vance potrebbe esprimere il voto decisivo e mantenere il controllo della Camera alta nelle mani repubblicane.

Il Senato assegna due rappresentanti a ogni Stato, indipendentemente dalla popolazione.

La California, con quasi quaranta milioni di abitanti, ha lo stesso numero di senatori del Wyoming, che ne conta meno di seicentomila.

Questo meccanismo favorisce gli Stati rurali e generalmente più conservatori.

Per questo i democratici possono vincere il voto popolare nazionale con un margine ampio e, contemporaneamente, non riuscire a conquistare la maggioranza del Senato.

Le competizioni decisive si concentrano in Texas, Maine, Ohio, Michigan, North Carolina, Iowa, Alaska e Kansas.

Texas: Talarico può interrompere un’egemonia storica

La gara più simbolica è quella per il Senato in Texas, dove il democratico James Talarico affronta il repubblicano Ken Paxton, procuratore generale dello Stato e stretto alleato di Trump.

Diversi sondaggi recenti assegnano a Talarico un vantaggio compreso tra due e sei punti. Una media delle rilevazioni degli ultimi dieci giorni lo colloca intorno al 48,9%, contro il 45,6% di Paxton.

Il sondaggio CNN attribuisce al democratico un vantaggio di sei punti, 49% contro 43%, mentre Texas Southern University/YouGov riduce la distanza a due punti.

Talarico sembra beneficiare di un forte sostegno tra giovani e indipendenti. Paxton conserva invece un netto vantaggio tra gli elettori rurali, gli anziani e i bianchi senza laurea.

Il risultato dipenderà in larga misura dall’affluenza. In un’elezione presidenziale il Texas resta nettamente repubblicano; in una midterm caratterizzata da maggiore entusiasmo democratico e disaffezione conservatrice, il vantaggio strutturale potrebbe ridursi sensibilmente.

Una vittoria di Talarico avrebbe un significato nazionale: dimostrerebbe che anche una storica roccaforte repubblicana può diventare contendibile quando il candidato democratico combina proposte economiche progressiste, linguaggio religioso e attenzione ai valori tradizionali.

Anche Greg Abbott non può più considerarsi al sicuro

Il governatore Greg Abbott puntava a ottenere senza grandi difficoltà il quarto mandato e a consolidare il proprio ruolo nella successione post-Trump.

La candidata democratica Gina Hinojosa ha però ridotto sensibilmente le distanze, trasformando una competizione inizialmente scontata in una gara aperta.

Le rilevazioni più recenti attribuiscono ancora ad Abbott un vantaggio medio di circa tre punti. Il 30 ottobre Kreate Strategies indicava il governatore avanti 49% a 47%, mentre Data for Progress restringeva la distanza a un solo punto, 48% contro 47%. Altri istituti attribuiscono al repubblicano un margine più ampio.

Il sondaggio Marist tra gli elettori probabili collocava Abbott al 49% e Hinojosa al 45%, con un margine di errore del 4,9%. Tra gli elettori registrati, invece, la distanza scendeva a un solo punto.

Abbott resta favorito, ma non è più inattaccabile. Una vittoria di Hinojosa la renderebbe la prima donna latina e messicano-americana alla guida dello Stato.

A pesare sul governatore sono soprattutto:

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    l’impopolarità della guerra con l’Iran;

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    l’aumento del prezzo della benzina;

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    le proteste contro i data center;

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    il costo dell’elettricità;

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    il deterioramento delle finanze familiari;

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    l’indebolimento di Trump tra indipendenti e parte dell’elettorato ispanico.

Abbott conserva una macchina elettorale meglio finanziata e una maggiore capacità di acquistare spazi pubblicitari nelle ultime ore.

La gara resta però abbastanza equilibrata da costringere i repubblicani a investire risorse in uno Stato che fino a pochi mesi fa consideravano sicuro.

Le altre battaglie decisive per il Senato

Maine

La repubblicana moderata Susan Collins affronta il democratico Troy Jackson, ex taglialegna e sindacalista.

Gli ultimi sondaggi attribuiscono a Jackson un vantaggio compreso tra due e quattro punti. La gara resta aperta perché Collins ha spesso dimostrato di ottenere più consensi rispetto al Partito repubblicano nazionale.

Ohio

Il democratico Sherrod Brown, sconfitto nel 2024, tenta di tornare al Senato contro il repubblicano Jon Husted, nominato al posto di Vance.

Brown punta sul proprio profilo populista in materia economica, sulla tutela del lavoro industriale e sulla critica ai costi prodotti dalle politiche commerciali e dalla guerra.

Michigan

Il democratico progressista Abdul El-Sayed affronta il repubblicano Mike Rogers per il seggio lasciato libero da Gary Peters.

Le ultime rilevazioni assegnano a El-Sayed un vantaggio compreso tra due e sette punti. Una sua vittoria rafforzerebbe l’ala progressista del partito, anche se le tensioni successive alle primarie con la moderata Haley Stevens potrebbero influire sulla mobilitazione finale.

North Carolina

L’ex governatore democratico Roy Cooper sfida il repubblicano Michael Whatley. Alcuni sondaggi attribuiscono a Cooper un vantaggio significativo, rendendo lo Stato uno dei possibili guadagni decisivi per i democratici.

Iowa e Kansas

Entrambe le competizioni vengono considerate estremamente equilibrate. In Iowa la repubblicana Ashley Hinson conserva un leggero vantaggio in alcune rilevazioni, mentre altre mostrano il democratico Josh Turek marginalmente avanti.

Anche il Kansas, normalmente repubblicano, è diventato contendibile. Sono Stati nei quali uno scarto di poche migliaia di voti potrebbe decidere il controllo del Senato.

Alaska

La democratica Mary Peltola affronta il senatore repubblicano Dan Sullivan. La competizione è complicata dalla presenza sulla scheda di un altro candidato con lo stesso cognome, Daniel J. Sullivan, e dalle accuse — negate dagli interessati — su un possibile tentativo di sottrarre voti al senatore uscente. Oltre 51 milioni di americani hanno già votato prima dell’ultimo fine settimana di campagna.

Il costo della vita è il vero avversario di Trump

La guerra con l’Iran, i dazi e l’aumento dell’energia hanno allontanato la campagna elettorale dai temi sui quali Trump avrebbe preferito combattere.

Il presidente continua a puntare su immigrazione, sicurezza e deportazioni. Per molti elettori, tuttavia, la questione dominante rimane il costo della vita.

L’aumento del petrolio ha spinto verso l’alto:

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    benzina;

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    trasporti;

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    alimentari;

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    bollette;

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    costi di produzione;

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    aspettative d’inflazione.

Il Brent è arrivato in prossimità dei 118 dollari al barile, mentre l’inflazione statunitense è tornata al 3,7%.

I salari nominali non riescono più a compensare integralmente il rialzo dei prezzi, comprimendo il reddito reale delle famiglie.

Secondo Reuters/Ipsos, il 73% degli elettori ritiene che il costo della vita stia peggiorando, mentre i democratici hanno ottenuto un piccolo vantaggio anche sulla gestione dell’economia, tradizionalmente uno dei punti di forza repubblicani.

Trump aveva promesso prezzi più bassi, inflazione sotto controllo e nessuna nuova guerra. Il voto del 3 novembre misurerà soprattutto il giudizio degli americani sulla distanza tra quelle promesse e la realtà quotidiana.

Anche l’intelligenza artificiale è diventata un tema elettorale

La costruzione dei data center non è più soltanto una storia finanziaria. In molti Stati è diventata una questione politica locale.

Le comunità contestano:

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    il consumo di elettricità;

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    l’utilizzo di acqua;

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    l’aumento delle bollette;

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    gli incentivi fiscali concessi alle grandi società;

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    il numero limitato di occupati permanenti;

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    l’impatto sulle reti e sul territorio.

I democratici chiedono sempre più spesso che siano le società tecnologiche a sostenere i costi aggiuntivi necessari per potenziare le infrastrutture energetiche.

Una vittoria democratica, soprattutto alla Camera, potrebbe tradursi in audizioni, inchieste e nuove proposte sui criteri autorizzativi dei data center. Non significherebbe necessariamente fermare gli investimenti nell’AI, ma potrebbe aumentarne tempi e costi.

Per Wall Street il tema è particolarmente delicato. I dubbi sulla redditività degli investimenti nell’intelligenza artificiale hanno già contribuito alla correzione del Nasdaq e alle vendite su Alphabet, Meta, Amazon, Intel, ServiceNow e CoreWeave.

I possibili scenari politici

Democratici alla Camera, repubblicani al Senato

È lo scenario attualmente considerato più probabile.

I democratici potrebbero:

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    controllare le commissioni della Camera;

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    aprire inchieste sull’amministrazione;

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    chiedere documenti e testimonianze;

  • •

    bloccare nuove leggi repubblicane;

  • •

    condizionare bilancio e tetto del debito.

Trump manterrebbe il potere di veto e un’ampia capacità di agire attraverso ordini esecutivi. Il Senato repubblicano continuerebbe inoltre ad approvare le sue nomine.

Il rischio principale per i mercati sarebbe una nuova stagione di scontri sul bilancio, shutdown e tetto del debito.

Democratici alla Camera e Senato diviso 50 a 50

Il vicepresidente Vance conserverebbe il voto decisivo, permettendo ai repubblicani di mantenere formalmente il controllo.

Pochi senatori moderati potrebbero però diventare decisivi su bilancio, politica estera e nomine. Lo scenario aumenterebbe l’imprevedibilità politica senza consegnare ai democratici un vero controllo legislativo.

Democratici in entrambe le Camere

La conseguenza più rilevante riguarderebbe nomine giudiziarie, incarichi governativi e ambasciatori. Il Senato potrebbe bloccare gran parte dei candidati scelti da Trump.

L’approvazione di grandi riforme resterebbe comunque difficile a causa dell’ostruzionismo e del veto presidenziale. I democratici potrebbero approvare provvedimenti su sanità, costo della vita, data center e poteri di guerra, ma Trump potrebbe impedirne l’entrata in vigore.

Un eventuale impeachment richiederebbe la maggioranza semplice alla Camera, ma la rimozione del presidente necessiterebbe dei due terzi del Senato: una soglia irraggiungibile senza il sostegno di numerosi repubblicani.

Repubblicani ancora al controllo di Camera e Senato

Sarebbe una vittoria politica molto importante per Trump. Il presidente la presenterebbe come una nuova approvazione popolare della propria agenda.

Il controllo unificato ridurrebbe il rischio di paralisi legislativa e permetterebbe alla Casa Bianca di proseguire più facilmente con nomine, politica fiscale, immigrazione e deregolamentazione.

Potrebbe però aumentare il rischio di ulteriori dazi, di un atteggiamento più aggressivo verso l’Iran e di una maggiore espansione fiscale, con conseguenze potenzialmente negative per inflazione e rendimenti obbligazionari.

Che cosa significa il voto per i mercati

Il risultato non produrrà necessariamente una reazione lineare. Molto dipenderà dalla composizione del Congresso e dall’entità della vittoria.

Una Camera democratica potrebbe essere interpretata positivamente se il mercato ritenesse più difficile approvare nuove misure inflazionistiche, ma negativamente se aumentasse il rischio di scontri sul debito pubblico.

Un successo repubblicano potrebbe sostenere banche, difesa ed energia grazie alle aspettative di deregolamentazione e maggiore spesa, ma potrebbe alimentare i timori su deficit, dazi, Iran e inflazione.

I settori più esposti sono:

  • •

    tecnologia e data center, per il rischio di maggiori vincoli;

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    energia, sensibile alle decisioni sull’Iran;

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    difesa, legata alla politica estera e alla spesa federale;

  • •

    sanità, per Medicaid e Obamacare;

  • •

    banche, per regolamentazione e fiscalità;

  • •

    Treasury e dollaro, per deficit e tetto del debito.

La prima reazione potrebbe essere determinata soprattutto dal grado di chiarezza del risultato. Un esito netto ridurrebbe l’incertezza; una Camera decisa da pochi collegi ancora in conteggio potrebbe prolungare la volatilità.

Quando arriveranno i risultati

I primi seggi chiuderanno quando in Italia sarà già la notte tra martedì 3 e mercoledì 4 novembre.

Le indicazioni iniziali arriveranno dagli Stati della costa orientale. Texas, Ohio, North Carolina, Maine e Michigan offriranno progressivamente una lettura più chiara del voto.

Il controllo della Camera potrebbe però rimanere incerto per diversi giorni. In California le schede postali spedite entro il giorno delle elezioni possono arrivare e venire conteggiate successivamente.

Bisognerà inoltre distinguere tra:

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    risultati parziali;

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    proiezioni delle televisioni;

  • •

    conteggi ufficiali;

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    eventuali riconteggi;

  • •

    ricorsi giudiziari.

La fiducia nel processo rimane relativamente elevata: il 76% degli elettori intervistati si dichiara convinto che le schede saranno conteggiate correttamente. Restano però tensioni sulla gestione dei registri elettorali, delle schede postali e degli interventi federali nei singoli Stati.

Il verdetto su Trump, ma anche sul futuro dei democratici

Le midterm non saranno soltanto un referendum sul presidente. Diranno anche quale Partito democratico può competere nell’America post-Trump.

I moderati sostengono che per vincere negli Stati contesi sia necessario conquistare indipendenti e repubblicani delusi. I progressisti puntano invece su sanità pubblica, salari, tassazione dei grandi patrimoni e limiti al potere delle multinazionali.

Le candidature di Talarico in Texas, El-Sayed in Michigan e Jackson nel Maine saranno osservate come test nazionali.

Una loro vittoria dimostrerebbe che proposte economiche più progressiste possono ottenere consensi anche fuori dalle tradizionali roccaforti democratiche.

Una loro sconfitta rafforzerebbe invece chi ritiene indispensabile un ritorno al centro.

Una notte decisiva, ma non definitiva

Il 3 novembre Trump non perderà automaticamente il potere se i repubblicani verranno sconfitti. Continuerà a controllare la Casa Bianca e conserverà strumenti molto ampi.

Potrebbe però perdere la capacità di far approvare nuove leggi con i soli voti del proprio partito, trovarsi sottoposto a continue inchieste parlamentari e vedere indebolita la propria autorità politica.

Il segnale più sorprendente arriva dal Texas. Se i repubblicani devono difendere contemporaneamente il seggio al Senato e il governatore in uno Stato che consideravano una roccaforte, significa che la crisi di consenso è profonda.

La Camera appare alla portata dei democratici. Il Senato si deciderà probabilmente in una manciata di Stati e con margini minimi.

Il fattore determinante non sarà soltanto chi preferiscono gli americani, ma chi deciderà effettivamente di andare a votare.

Per Trump è il primo grande giudizio elettorale sul secondo mandato.

Per i democratici è l’occasione di dimostrare di essere qualcosa di più di un fronte anti-Trump.

Per i mercati è un nuovo passaggio ad alta volatilità, mentre intelligenza artificiale, petrolio, inflazione e guerra con l’Iran hanno già reso estremamente fragile l’equilibrio di Wall Street.

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Informazioni sull'autore:

Alessandro Magagnoli
Alessandro Magagnoli

Nato nel 1966, mi sono laureato a Londra in economia applicata presso la University of East London nel luglio 1991, per poi conseguire un Master of Science nella stessa disciplina al Queen Mary and Westfield College nell'agosto 1992. La mia passione per l'analisi tecnica è nata nel 1992, e nel maggio 1993 ho ottenuto il diploma in Technical Analysis rilasciato dalla Society of Technical Analysis (STA). Ho insegnato nei dipartimenti di econometria all'Università Bicocca e all'Università Cattolica.