Iran: Unimpresa, con sospensione patto Ue fino a 28 miliardi per Italia in caso di crisi
pubblicato:Una sospensione temporanea dei vincoli europei di bilancio alla luce delle tensioni internazionali legate alla guerra in Iran potrebbe liberare per l'Italia fino a quasi 28 miliardi di euro di spazio fiscale aggiuntivo, qualora Bruxelles autorizzasse un allentamento significativo delle regole del Patto di stabilità. È quanto emerge da un'analisi del Centro studi di Unimpresa che ha elaborato tre possibili scenari sulla base del quadro programmatico di finanza pubblica 2026 e dei precedenti storici europei. Nello scenario più prudente – con deficit autorizzato fino al 3% del Pil rispetto al 2,8% previsto – il margine aggiuntivo per il bilancio pubblico sarebbe pari a circa 4,6 miliardi di euro. In uno scenario intermedio, con un ritorno del deficit al 3,4% del Pil, livello analogo a quello registrato nel 2024, le risorse disponibili salirebbero a circa 13,9 miliardi. Nell'ipotesi più espansiva, compatibile con uno shock energetico e macroeconomico severo e con una deroga ampia da parte dell'Unione europea, il deficit potrebbe essere lasciato salire fino al 4% del Pil, generando uno spazio fiscale complessivo di circa 27,9 miliardi. Si tratterebbe di risorse potenzialmente decisive per finanziare misure straordinarie a sostegno di famiglie e imprese, sterilizzare gli effetti del caro-energia, sostenere la liquidità del sistema produttivo ed evitare politiche fiscali restrittive in una fase di rallentamento economico. Una sospensione del Patto di stabilità, tuttavia, richiederebbe il riconoscimento, da parte delle istituzioni europee, di uno shock economico grave e diffuso sull'intera area Ue, analogamente a quanto avvenuto durante la pandemia. In assenza di una recessione significativa o di un forte deterioramento macroeconomico europeo, appare più probabile il ricorso a forme di flessibilità mirata e temporanea piuttosto che a una sospensione generalizzata delle regole fiscali. «L'Europa ha dimostrato, nel momento più buio della pandemia, di saper mettere da parte le rigidità burocratiche per rispondere con strumenti all'altezza della crisi. Oggi, di fronte a uno shock geopolitico ed energetico che rischia di colpire duramente le nostre imprese e le nostre famiglie, quella stessa Europa è chiamata a dare un segnale analogo di maturità e coesione. Chiediamo con forza che i governi europei aprano un dialogo serio, costruttivo e urgente con la Commissione e con le istituzioni di Bruxelles: non per smantellare le regole di bilancio, ma per adattarle a una realtà straordinaria che le regole ordinarie non possono governare. In presenza di emergenze di questa portata, garantire agli Stati nazionali spazi fiscali aggiuntivi non è un cedimento alla irresponsabilità finanziaria: è una scelta di politica economica razionale, l'unica che consenta alle nostre economie di assorbire l'urto senza sacrificare occupazione, investimenti e competitività. Il rigore è un valore, ma non può essere un dogma quando il contesto cambia così radicalmente» commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, l'eventuale sospensione – totale o parziale – dei vincoli europei di bilancio alla luce delle tensioni internazionali legate alla guerra in Iran potrebbe aprire per l'Italia margini di manovra significativi, sebbene molto dipenderebbe dalla forma tecnica dell'intervento che Bruxelles decidesse di adottare e soprattutto dall'intensità dello shock economico provocato dall'escalation geopolitica. L'esperienza del 2020, con l'attivazione della clausola generale di salvaguardia durante la pandemia, dimostra che l'Unione europea è disposta a congelare temporaneamente il Patto di stabilità quando si materializzano eventi eccezionali in grado di compromettere la stabilità economica dell'intera area comunitaria. Una guerra nel Golfo Persico con effetti rilevanti sui prezzi dell'energia, sull'inflazione, sul commercio internazionale e sulla crescita europea potrebbe dunque rappresentare il presupposto politico ed economico per riaprire quella discussione. Assumendo come base il quadro programmatico di finanza pubblica italiana per il 2026 – che prevede un indebitamento netto al 2,8% del Pil e un prodotto interno lordo nominale di circa 2.323 miliardi di euro – ogni decimale di deficit aggiuntivo rispetto al sentiero attuale vale poco più di 2,3 miliardi di euro. Da questo punto di partenza possono essere ipotizzati tre scenari di riferimento, utili a comprendere quale capacità di intervento aggiuntiva potrebbe ottenere il governo italiano nel caso in cui l'Europa autorizzasse un allentamento delle regole fiscali.
Nel primo scenario, il più prudente e tecnicamente più realistico, la sospensione dei vincoli consentirebbe all'Italia di riportare temporaneamente il rapporto deficit/Pil al 3%, cioè appena sopra il sentiero oggi previsto ma comunque in prossimità della soglia simbolica di Maastricht. In questo caso, il margine di bilancio aggiuntivo sarebbe di circa 4,6 miliardi di euro. Si tratterebbe di uno spazio limitato ma comunque sufficiente per finanziare un pacchetto selettivo di misure emergenziali: proroghe dei crediti d'imposta per le imprese energivore, rafforzamento dei bonus sociali per famiglie a basso reddito, riduzione temporanea degli oneri di sistema in bolletta o interventi mirati per il settore dell'autotrasporto e della logistica.
Nel secondo scenario, più coerente con una crisi energetica di media intensità e con una risposta europea più accomodante, l'Italia potrebbe essere autorizzata a riportare il deficit al 3,4% del Pil, cioè al livello registrato nel 2024 prima dell'ulteriore rientro programmato. In questo caso, lo spazio fiscale aggiuntivo salirebbe a circa 13,9 miliardi di euro. Sarebbe una dote ben più consistente, sufficiente per costruire una vera manovra anti-shock: sterilizzazione di parte degli aumenti energetici, sostegno alla liquidità delle imprese più esposte, rifinanziamento di strumenti di garanzia pubblica sul credito, incentivi temporanei agli investimenti produttivi e copertura di eventuali misure per attenuare l'impatto inflattivo sui redditi medio-bassi. Uno spazio di questa entità consentirebbe inoltre di evitare manovre restrittive proprio nel momento in cui l'economia rischiasse di rallentare.
Nel terzo scenario, quello più espansivo e ipotizzabile solo in presenza di una crisi energetica e macroeconomica severa, il deficit potrebbe essere lasciato salire fino al 4% del Pil. In tal caso il margine aggiuntivo per il bilancio italiano raggiungerebbe quasi 28 miliardi di euro. Si tratterebbe di una capacità finanziaria comparabile a una grande legge di bilancio espansiva, sufficiente non solo per misure di emergenza ma anche per una vera strategia anticiclica: tagli fiscali temporanei, ampi programmi di sostegno a famiglie e imprese, potenziamento degli investimenti pubblici e misure di salvaguardia per i settori industriali più colpiti dall'aumento dei costi energetici e dal rallentamento del commercio globale. Uno scenario di questo tipo richiederebbe tuttavia un peggioramento marcato e diffuso del quadro macroeconomico europeo, analogo – pur se non necessariamente della stessa portata – a quello registrato nelle grandi crisi degli ultimi anni.
Nel confronto con il passato, questi scenari appaiono coerenti con l'esperienza europea recente. Durante la pandemia il deficit italiano superò il 9% del Pil, ma in quel caso si trattò di una sospensione pressoché totale delle regole di bilancio in un contesto di recessione senza precedenti. Oggi appare assai più probabile che un'eventuale deroga europea assuma la forma di una flessibilità circoscritta e temporanea, più simile a un allentamento mirato che a una vera sospensione generalizzata. Tuttavia, anche una deviazione moderata dal percorso di rientro avrebbe un impatto rilevante per i conti italiani, perché permetterebbe di sterilizzare almeno in parte gli effetti prociclici del Patto di stabilità in una fase di shock esterno. Guardando alle esperienze degli scorsi anni, conviene però distinguere fra spazio teorico massimoe spazio plausibile. Nel 2020 l'indebitamento netto dell'Italia salì al 9,6% del Pil; nel 2021 fu 7,2%; nel 2022 8,0%; nel 2023 7,2%; poi nel 2024 scese al 3,4% e nel 2025 al 3,1%. Ma quei livelli non dipendevano soltanto dalla clausola di salvaguardia: riflettevano una recessione senza precedenti, le misure emergenziali, e in seguito anche l'effetto dei bonus edilizi. Perciò usare il 2020-2023 come modello meccanico sarebbe fuorviante; semmai, quei numeri rappresentano il tetto storico dell'eccezione, non il livello ragionevole da replicare per una crisi energetico-geopolitica.
Dal punto di vista economico e politico, la questione centrale non è dunque solo quanta nuova spesa sarebbe teoricamente possibile, ma soprattutto quale spazio verrebbe restituito alla politica economica nazionale per evitare di reagire a una crisi internazionale con ulteriori strette di bilancio. È proprio questo il nodo: in presenza di uno shock energetico e geopolitico esogeno, mantenere rigidamente il percorso di consolidamento fiscale rischierebbe di aggravare la frenata dell'economia. Una sospensione temporanea dei vincoli europei, anche limitata, consentirebbe invece all'Italia di assorbire l'urto senza comprimere ulteriormente domanda interna, investimenti e competitività del sistema produttivo. In definitiva, sulla base dei precedenti storici e dell'attuale quadro macroeconomico, una sospensione o attenuazione delle regole fiscali europee potrebbe mettere a disposizione dell'Italia risorse aggiuntive comprese tra circa 5 e 28 miliardi di euro, a seconda dell'intensità della deroga concessa. La fascia intermedia, tra 10 e 15 miliardi, appare oggi la più plausibile in caso di deterioramento significativo ma non sistemico del contesto internazionale. Tutto dipenderà però dall'evoluzione del conflitto, dagli effetti su energia e inflazione e soprattutto dalla volontà politica europea di riconoscere la guerra in Iran come shock straordinario tale da giustificare una nuova eccezione alle regole ordinarie di bilancio.
Il debito/pil di lungo periodo
La traiettoria del debito pubblico italiano in rapporto al PIL, osservata nell'arco di un quarto di secolo, racconta una storia di vulnerabilità strutturale che precede e sopravvive a qualunque crisi contingente. Il dato di partenza - circa 109% nel 2000 - era già di per sé anomalo rispetto alla media europea, frutto dell'esplosione del debito negli anni Ottanta e del mancato rientro negli anni Novanta, nonostante i sacrifici imposti per centrare i parametri di Maastricht. La breve fase di discesa tra il 2003 e il 2007, quando il rapporto scese sotto quota 100%, fu interrotta bruscamente dalla crisi finanziaria globale del 2008-2009: la recessione compresse il PIL nominale mentre il deficit riprese a salire, innescando la spirale che portò il debito al 129% nel 2013 e poi oltre 130% per tutti gli anni successivi fino alla pandemia. Il picco del 154% toccato nel 2020 va letto con attenzione: è in parte un'anomalia statistica, perché il PIL nominale è crollato (-7,8% in volume) mentre il numeratore esplodeva per effetto dei decreti emergenziali. Il successivo rientro verso 134-137% tra il 2022 e il 2025 è stato favorito in misura rilevante dall'inflazione post-pandemica, che ha gonfiato il PIL nominale - il denominatore del rapporto - senza che vi fosse una riduzione reale del debito in valore assoluto, anzi: in termini nominali il debito ha continuato a crescere ogni anno, superando i 3.000 miliardi nel 2025. Questa dinamica rende il quadro strutturalmente fragile: in assenza di inflazione e con una crescita reale anemica come quella attuale (+0,5% nel 2025), qualunque shock esterno rischia di invertire rapidamente la tendenza al rientro del rapporto debito/PIL, rendendo ancora più delicata la partita politica sulla sospensione del Patto.
I decreti Covid
I circa 108 miliardi di euro di indebitamento netto aggiuntivo registrati nel 2020 rappresentano la risposta fiscale più intensa mai messa in campo dall'Italia in tempo di pace. Quella cifra, equivalente a circa sei punti percentuali di PIL, fu il risultato di una sequenza ravvicinata di provvedimenti emergenziali: il decreto Cura Italia (25 miliardi), il decreto Liquidità (centrato su garanzie pubbliche per oltre 400 miliardi, con impatto diretto più limitato sul deficit), il decreto Rilancio (55 miliardi, il più grande della serie), e i successivi decreti Ristori che si susseguirono nella seconda ondata autunnale. A queste risorse si sommarono le misure di sospensione fiscale e contributiva, che spostarono flussi di cassa significativi tra gli esercizi. Negli anni successivi la spesa di origine emergenziale non si è azzerata: nel 2021 il deficit restò al 7,2% del PIL, ancora ben oltre la soglia di Maastricht, per effetto della prosecuzione degli ammortizzatori sociali, dei ristori settoriali e dell'avvio dei bonus edilizi - in particolare il Superbonus 110%, che tecnicamente non era una misura anti-Covid ma finì per pesare sul deficit pubblico in modo crescente e prolungato, contribuendo in maniera determinante al deficit dell'8% del 2022 e ancora a quello del 5,2% nel 2023. È proprio per questa ragione che i livelli di deficit del quadriennio 2020-2023 non possono essere letti come parametro di riferimento per una crisi energetico-geopolitica come quella attuale: quella stagione fu il prodotto di una stratificazione eccezionale di fattori - lockdown, recessione senza precedenti, misure emergenziali e distorsioni fiscali di lungo periodo - che non ha termini di paragone con uno shock pur severo come la chiusura dello Stretto di Hormuz.
Il confronto europeo
Il confronto tra le traiettorie di deficit di Italia, Germania, Francia e Spagna nel periodo 2018-2025 offre una lettura politica oltre che contabile del dibattito in corso a Bruxelles. Tutti e quattro i paesi hanno registrato picchi di indebitamento nel 2020, ma con intensità e profili di rientro molto diversi. La Germania, che era entrata nella pandemia con i conti in ordine - e anzi con un avanzo di bilancio negli anni precedenti - ha contenuto il deficit al 4,3% nel 2020 e ha già completato il rientro verso il 2,6% nel 2025, una posizione che le consente oggi di attivare in via autonoma la clausola nazionale di salvaguardia per la difesa (100 miliardi già stanziati) senza aver bisogno di una sospensione generalizzata del Patto. Questa asimmetria è il principale ostacolo negoziale per l'Italia: Berlino non ha interesse a condividere una deroga collettiva che livella le posizioni di bilancio e riduce il vantaggio competitivo conquistato con anni di rigore. La Spagna, pur con un deficit ancora al 3,2% nel 2025, si trova in una posizione più simile all'Italia, ma con una dinamica del debito più gestibile. Il caso più rilevante è però quello della Francia, che non è mai rientrata sotto la soglia del 3% nemmeno negli anni di ripresa post-pandemica, con un deficit che nel 2025 ha raggiunto il 6,1% del PIL: Parigi è formalmente in procedura di infrazione, come Roma, ma con margini politici diversi legati al peso specifico della Francia nelle istituzioni europee. Il dato francese, paradossalmente, rafforza la posizione italiana nella richiesta di una sospensione generalizzata: se due delle quattro maggiori economie dell'eurozona sono fuori dai parametri, diventa più difficile per Bruxelles sostenere l'applicazione rigida del Patto in un contesto di shock esogeno.
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