Istat: aree interne più fragili, cresce il divario con i centri

di FTA Online News pubblicato:
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Previsioni della popolazione residente, delle famiglie e delle forze di lavoro - Base 1/1/2025 pubblicate da Istat.

Le previsioni demografiche dei comuni, raggruppati secondo la classificazione SNAI 2021‑27, mostrano che, entro il 2050, la popolazione diminuirà sia nei centri sia nelle aree interne, ma con intensità diverse. Nel complesso del Paese, le aree interne risultano più esposte alla perdita di popolazione, mentre i centri mantengono una maggiore capacità di tenuta almeno nel breve periodo.

Nel 2025, i centri (poli, poli intercomunali e comuni di cintura) concentrano 45,6 milioni di residenti, contro 13,3 milioni nelle aree interne (intermedi, periferici e ultraperiferici). Entro il 2030, la popolazione dei centri rimane sostanzialmente stabile a 45,6 milioni, mentre le aree interne scendono a 13,1 milioni (−0,28% in media annua). Nel 2030‑2050 il divario si amplia: i centri si riducono a 43,2 milioni, con un calo del −0,27% annuo, mentre le aree interne scendono a 11,8 milioni, perdendo oltre 1,3 milioni di residenti e registrando un tasso del −0,51% annuo.

A livello di singole categorie, si rilevano maggiori difficoltà nei comuni periferici e ultraperiferici. I primi scendono da 4,6 milioni a 3,9 milioni (−0,65% annuo nel medio periodo) mentre i secondi potrebbero essere interessati da un calo più intenso: da 703mila residenti nel 2025 a 578mila nel 2050, con tassi medi annui pari a −0,63% nel breve periodo e −0,82% nel medio periodo.

La diminuzione della popolazione nelle aree interne implica una riduzione della forza lavoro disponibile, più difficoltà nel ricambio generazionale e un aumento del peso della popolazione anziana. Per contro, la maggiore tenuta dei centri accentua la domanda di infrastrutture e servizi nelle aree urbane, rendendo sempre più centrale il tema dell’equilibrio territoriale tra poli e aree interne. Le previsioni, quindi, indicano un progressivo rafforzamento della polarizzazione territoriale. Nei centri continueranno a concentrarsi popolazione, servizi e opportunità occupazionali, mentre molte aree interne vedranno ridursi la base demografica necessaria a sostenere scuole, sanità, trasporti e attività economiche locali.

A livello di ripartizioni geografiche, nel Nord i centri crescono da 23,6 milioni a 23,8 milioni entro il 2030 (+0,14% annuo), per poi ridursi a 23,5 milioni nel 2050 (−0,08%). Le aree interne mostrano una stabilità iniziale, con 3,9 milioni di residenti nel 2030 come nel 2025, seguita da una flessione fino a 3,7 milioni nel 2050 (−0,17%). Nel Centro, i centri passano da 9,4 milioni a 8,9 milioni nel 2050, con tassi medi annui pari a −0,03% nel breve periodo e −0,24% nel medio periodo. Le aree interne diminuiscono da 2,3 milioni a 2,1 milioni, con una contrazione più sostenuta (−0,24% e −0,40% nei due periodi). Il quadro più critico riguarda il Mezzogiorno. I centri scendono da 12,6 milioni nel 2025 a 12,4 milioni nel 2030 e a 10,8 milioni nel 2050, con tassi del −0,34% e −0,70%. Le aree interne diminuiscono ancora più rapidamente: da 7,1 milioni a 7,0 milioni nel 2030 (−0,45%) fino a 6,0 milioni nel 2050 (−0,76%).

La differenza tra le aree interne del Mezzogiorno e del Nord è particolarmente significativa. Nel 2025, le prime contano 7,1 milioni di residenti, oltre il doppio dei 3,9 milioni del Nord. Entro il 2050 il Mezzogiorno perde 1,1 milioni di abitanti nelle aree interne, mentre il Nord ne perde circa 122mila. Il calo medio annuo nel periodo 2030‑2050 è pari a −0,8% nel Mezzogiorno, con una velocità di riduzione quadrupla rispetto al −0,2% nel Nord. Ciò indica che le aree interne meridionali combinano bassa natalità, forte invecchiamento e persistente perdita migratoria, mentre quelle del Nord beneficiano maggiormente della prossimità ai sistemi urbani e delle opportunità economiche che questi offrono.

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