L'Italia è pronta a una nuova fase della deterrenza?
pubblicato:L'Italia deve colmare il gap militare: il problema non sono gli impegni politici, ma le capacità operative

La strategia di Mosca potrebbe puntare a testare la credibilità della Nato, non a scatenare una guerra totale
Le indiscrezioni provenienti dalla Polonia stanno attirando l'attenzione degli analisti di sicurezza europei.
Secondo quanto riportato dal portale Onet, citando fonti vicine alla presidenza polacca e agli ambienti dell'intelligence, gli Stati Uniti avrebbero avvertito Varsavia della possibilità che la Russia possa preparare nei prossimi mesi una provocazione militare limitata contro un Paese della Nato.
Lo scenario ipotizzato è molto diverso da quello di un'invasione su larga scala.
L'obiettivo del Cremlino non sarebbe infatti occupare territori, ma mettere alla prova la compattezza politica e militare dell'Alleanza Atlantica, verificando quanto rapidamente i Paesi membri sarebbero disposti a reagire.
Tra le ipotesi prese in considerazione figurano attacchi missilistici o con droni contro infrastrutture critiche, operazioni di sabotaggio, cyber-attacchi, incursioni limitate dalla regione russa di Kaliningrad o dalla Bielorussia, magari presentate come un errore di navigazione, un incidente o una missione di recupero.
Si tratta di quella che gli esperti definiscono "strategia della zona grigia", una forma di pressione militare che rimane al di sotto della soglia della guerra aperta ma che punta comunque a ottenere risultati politici.
Se la Nato dovesse rispondere in modo esitante o diviso, Mosca potrebbe interpretarlo come un segnale di debolezza, rafforzando la propria posizione negoziale sia nei confronti dell'Ucraina sia dell'intero blocco occidentale.
L'obiettivo sarebbe quindi creare una crisi sufficiente a dividere gli alleati, senza arrivare a uno scontro diretto tra Russia e Nato, il cui costo sarebbe potenzialmente devastante per entrambe le parti.
Gli impegni Nato non riguardano i soldi, ma le capacità operative
In questo contesto emerge il problema italiano.
Spesso il dibattito pubblico si concentra sulla percentuale di Pil destinata alla difesa, ma la Nato misura soprattutto le capacità realmente disponibili sul campo.
L'Alleanza non chiede semplicemente di spendere di più: chiede mezzi, uomini, sistemi d'arma e reparti immediatamente impiegabili.
Per l'Italia la richiesta principale riguarda la costituzione di due brigate pesanti dell'Esercito, completamente equipaggiate e in grado di essere schierate rapidamente in caso di crisi.
È proprio qui che emergono le maggiori difficoltà.
Carri armati e mezzi corazzati: il ritardo italiano pesa sempre di più
Per soddisfare gli obiettivi fissati dalla Nato, Roma dovrebbe acquistare:
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277 carri Panther, sviluppati da Rheinmetall;
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oltre 1.000 veicoli cingolati Lynx;
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nuovi mezzi del Genio;
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sistemi di supporto logistico e comando.
Il programma complessivo vale circa 24 miliardi di euro.
Il progetto avrebbe dovuto partire già nelle scorse settimane con la firma dei primi contratti, ma il ministro della Difesa Guido Crosetto ha deciso di rinviare tutto, nell'attesa di chiarire il quadro delle risorse finanziarie disponibili.
L'idea iniziale era quella di utilizzare il programma europeo SAFE, che mette a disposizione prestiti a tassi molto contenuti per i programmi comuni di difesa.
L'incertezza sul ricorso a questi fondi ha però congelato l'intera operazione.
Nel frattempo l'Esercito continua ad affidarsi ai vecchi Ariete, carri armati entrati in servizio oltre trent'anni fa.
Il programma di ammodernamento procede lentamente e, secondo diverse stime, oggi solo una cinquantina di Ariete risulterebbero realmente operativi, un numero molto inferiore rispetto alle esigenze richieste dall'Alleanza.
Non solo Esercito: anche Marina e Difesa aerea hanno bisogno di investimenti
Le criticità non riguardano soltanto le forze terrestri.
Con il progressivo spostamento dell'attenzione strategica degli Stati Uniti verso l'Indo-Pacifico e la Cina, l'Europa sarà chiamata ad assumersi una quota crescente della propria sicurezza.
Per l'Italia ciò significa soprattutto rafforzare la presenza nel Mediterraneo.
La Marina Militare rappresenta una delle eccellenze europee, ma anche in questo caso emergono limiti quantitativi.
Alla Nato servirebbero sei cacciatorpediniere lanciamissili, mentre oggi l'Italia dispone di quattro unità e, secondo diverse ricostruzioni, due di queste necessitano di importanti aggiornamenti dei sistemi di difesa aerea.
Anche il rafforzamento delle capacità anti-drone, della difesa missilistica, della guerra elettronica e della sorveglianza spaziale richiederà investimenti molto consistenti nei prossimi anni.
L'industria italiana rischia di pagare il prezzo dei rinvii
L'incertezza non pesa soltanto sulla Difesa.
Anche l'industria nazionale rischia di subirne le conseguenze.
Leonardo, Rheinmetall, Fincantieri e numerose aziende della filiera avevano già programmato investimenti produttivi sulla base dei programmi approvati dal Governo.
Il rinvio degli ordini rischia di rallentare nuovi investimenti, assunzioni e ampliamenti degli stabilimenti.
Emblematico è il caso di Castellammare di Stabia, dove Fincantieri dovrebbe realizzare la nuova nave rifornitrice Prometeo, progetto che potrebbe subire ulteriori ritardi qualora il quadro finanziario non venisse chiarito rapidamente.
L'Italia è davvero impreparata a un conflitto?
Dire che l'Italia non sarebbe in grado di difendere il proprio territorio sarebbe una semplificazione.
Le Forze Armate italiane sono considerate tra le più professionali della Nato e vantano competenze di assoluto livello nelle operazioni navali, nelle missioni internazionali, nella difesa aerea, nelle forze speciali e nelle capacità aerospaziali.
Il vero problema riguarda piuttosto la massa delle forze disponibili e la rapidità con cui potrebbero sostenere un conflitto convenzionale di lunga durata.
Negli ultimi trent'anni tutti gli eserciti europei sono stati dimensionati soprattutto per missioni di pace, operazioni di stabilizzazione e interventi limitati contro minacce asimmetriche.
Lo scenario attuale è radicalmente diverso.
La guerra in Ucraina ha dimostrato che un conflitto ad alta intensità richiede enormi quantità di mezzi corazzati, munizioni, sistemi antiaerei, droni e capacità industriali di produrre rapidamente nuovi equipaggiamenti.
La deterrenza costa, ma serve proprio a evitare la guerra
Il punto centrale del dibattito non dovrebbe essere se l'Italia intenda entrare in guerra.
La domanda corretta è un'altra: l'Europa dispone di una capacità militare sufficiente per scoraggiare qualsiasi tentazione di aggressione?
La logica della Nato si fonda proprio sulla deterrenza: dimostrare all'avversario che qualsiasi attacco avrebbe un costo insostenibile.
Per questo motivo gli investimenti richiesti oggi non rappresentano necessariamente la preparazione a un conflitto imminente, ma piuttosto il tentativo di ridurne la probabilità.
Se davvero Mosca dovesse puntare su provocazioni limitate per testare la solidità dell'Alleanza, la credibilità delle capacità militari europee diventerebbe il principale strumento per evitare che un incidente si trasformi in una crisi molto più ampia.
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