L’Italia cresce meno del mondo da oltre 30 anni
pubblicato:Dalla perdita di peso sul PIL mondiale alla stagnazione della produttività: perché il problema italiano è strutturale

Il peso economico dell'Italia nel mondo si riduce progressivamente
Ci sono grafici che spiegano un Paese meglio di molti programmi economici. E quelli relativi all’Italia raccontano una storia molto chiara: da oltre trent’anni il nostro peso economico nel mondo si riduce progressivamente.
Negli anni ’80 l’Italia rappresentava quasi il 5% del PIL mondiale. Oggi quella quota è scesa all’1,8%. In pratica il nostro Paese ha perso oltre tre punti percentuali di rilevanza economica globale.
Non si tratta soltanto della crescita della Cina o dei mercati emergenti. Il problema è che l’Italia ha rallentato anche rispetto alle altre economie avanzate.
E il motivo principale emerge con forza se si considera la produttività.
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Il vero problema italiano: la produttività ferma
Tra il 2004 e il 2024, nella maggior parte dei Paesi OCSE la crescita economica è stata sostenuta soprattutto dalla produttività del lavoro. In Italia invece il contributo della produttività è stato tra i più bassi dell’intera area OCSE.
Questo significa che:
- •
lavoriamo senza riuscire a generare molto più valore aggiunto,
- •
i salari reali restano compressi,
- •
le imprese investono meno,
- •
la crescita potenziale del Paese si abbassa progressivamente.
Ed è qui che nasce il circolo vizioso italiano.
Perché senza produttività:
- •
il PIL cresce poco,
- •
le entrate fiscali crescono lentamente,
- •
il debito pesa di più,
- •
e diventa sempre più difficile finanziare investimenti strategici.
Negli ultimi vent’anni molti Paesi hanno cavalcato:
- •
digitalizzazione,
- •
automazione,
- •
innovazione,
- •
intelligenza artificiale,
- •
infrastrutture tecnologiche,
- •
ricerca,
- •
crescita dimensionale delle imprese.
L’Italia invece è rimasta bloccata in una struttura produttiva molto frammentata, composta da tante piccole e medie imprese spesso eccellenti ma sottocapitalizzate e con minore capacità di investire in tecnologia e innovazione.
Il debito pubblico limita sempre di più lo spazio di manovra
Per anni il problema è stato in parte nascosto da un contesto eccezionale:
- •
tassi vicini allo zero,
- •
inflazione molto bassa,
- •
acquisti BCE,
- •
enorme liquidità globale.
In quel mondo anche un debito pubblico enorme sembrava relativamente sostenibile.
Oggi però il quadro è cambiato radicalmente.
L’Italia convive con un debito pubblico superiore al 135-140% del PIL, uno dei più elevati al mondo tra le economie avanzate.
Questo significa che il Paese ha margini molto più ridotti rispetto ad altri Stati per:
- •
sostenere l’economia in recessione,
- •
finanziare grandi piani industriali,
- •
aumentare la spesa pubblica,
- •
tagliare le tasse,
- •
o affrontare crisi geopolitiche ed energetiche.
Con i tassi più alti il problema diventa ancora più delicato.
Ogni aumento del costo del denaro:
- •
fa crescere il costo di rifinanziamento del debito,
- •
aumenta la spesa per interessi,
- •
e assorbe risorse che potrebbero essere utilizzate per investimenti produttivi.
Il rischio non è tanto un’esplosione improvvisa del sistema. Il vero rischio è la progressiva riduzione della capacità dello Stato di intervenire sull’economia.
La trappola italiana: bassa crescita + alto debito
La combinazione tra:
- •
crescita debole,
- •
produttività stagnante,
- •
demografia negativa,
- •
e debito elevato
crea una delle situazioni macroeconomiche più difficili da gestire nel lungo periodo.
Perché senza crescita robusta diventa sempre più complicato stabilizzare il rapporto debito/PIL.
E senza margini fiscali sufficienti diventa più difficile creare quella crescita necessaria per uscire dalla trappola.
È un meccanismo che tende ad autoalimentarsi.
Il confronto con gli altri Paesi è impietoso
I Paesi che negli ultimi vent’anni hanno registrato le performance migliori — Irlanda, Israele, Corea del Sud, Polonia — hanno puntato in modo aggressivo su:
- •
tecnologia,
- •
innovazione,
- •
produttività,
- •
ricerca,
- •
capitale umano,
- •
attrazione di investimenti,
- •
grandi infrastrutture,
- •
crescita dimensionale delle aziende.
L’Italia invece continua a scontare:
- •
burocrazia,
- •
lentezza della giustizia civile,
- •
eccessiva pressione fiscale,
- •
ritardi infrastrutturali,
- •
scarsa natalità,
- •
difficoltà nell’attrarre capitali internazionali,
- •
fuga di giovani qualificati.
Eppure il declino non è inevitabile
Nonostante tutto, l’Italia mantiene ancora:
- •
una forte base manifatturiera,
- •
eccellenze industriali globali,
- •
alta capacità di esportazione,
- •
elevato risparmio privato,
- •
leadership in molte nicchie produttive.
Il problema è che questi punti di forza da soli potrebbero non bastare più.
Per invertire il declino relativo servirebbe una strategia di lungo periodo centrata su:
- •
produttività,
- •
innovazione,
- •
energia,
- •
digitalizzazione,
- •
istruzione tecnica e scientifica,
- •
investimenti industriali,
- •
crescita dimensionale delle imprese.
Perché nel lungo periodo non basta “resistere”.
Le economie che non crescono abbastanza finiscono lentamente per perdere:
- •
peso economico,
- •
influenza geopolitica,
- •
capacità industriale,
- •
qualità dei salari,
- •
e opportunità per le nuove generazioni.
Ed è probabilmente questo il vero grande tema italiano dei prossimi dieci anni, indipendentemente dal governo che ci sarà.
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Cosa servirebbe davvero all’Italia
Stabilità politica e continuità
Molte riforme necessarie:
- •
scuola,
- •
giustizia,
- •
energia,
- •
infrastrutture,
- •
innovazione,
- •
pubblica amministrazione,
- •
mercato del lavoro
richiedono anni, non mesi.
Il problema italiano è che spesso:
- •
ogni governo cambia priorità,
- •
le riforme vengono parzialmente smontate,
- •
gli investitori percepiscono instabilità,
- •
e il Paese perde credibilità.
Da questo punto di vista, una coalizione ampia e pragmatica potrebbe teoricamente favorire maggiore continuità, ma solo se esiste una vera convergenza sugli obiettivi strategici.
La vera sfida italiana
L’Italia probabilmente avrebbe bisogno di:
- •
meno scontro ideologico,
- •
più strategia industriale di lungo periodo,
- •
maggiore continuità,
- •
e riforme che sopravvivano ai cicli elettorali.
Perché il rischio non è un collasso improvviso.
Il rischio è una lenta stagnazione:
- •
salari fermi,
- •
giovani che emigrano,
- •
produttività debole,
- •
debito che pesa sempre di più,
- •
e perdita progressiva di rilevanza economica.
Ed è proprio questo che i grafici stanno mostrando.