L’Italia cresce meno del mondo da oltre 30 anni

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
7 min

Dalla perdita di peso sul PIL mondiale alla stagnazione della produttività: perché il problema italiano è strutturale

L’Italia cresce meno del mondo da oltre 30 anni

Il peso economico dell'Italia nel mondo si riduce progressivamente

Ci sono grafici che spiegano un Paese meglio di molti programmi economici. E quelli relativi all’Italia raccontano una storia molto chiara: da oltre trent’anni il nostro peso economico nel mondo si riduce progressivamente.

Negli anni ’80 l’Italia rappresentava quasi il 5% del PIL mondiale. Oggi quella quota è scesa all’1,8%. In pratica il nostro Paese ha perso oltre tre punti percentuali di rilevanza economica globale.

Non si tratta soltanto della crescita della Cina o dei mercati emergenti. Il problema è che l’Italia ha rallentato anche rispetto alle altre economie avanzate.

E il motivo principale emerge con forza se si considera la produttività.

L’Italia cresce meno del mondo da oltre 30 anni


Il vero problema italiano: la produttività ferma

Tra il 2004 e il 2024, nella maggior parte dei Paesi OCSE la crescita economica è stata sostenuta soprattutto dalla produttività del lavoro. In Italia invece il contributo della produttività è stato tra i più bassi dell’intera area OCSE.

Questo significa che:

  • lavoriamo senza riuscire a generare molto più valore aggiunto,

  • i salari reali restano compressi,

  • le imprese investono meno,

  • la crescita potenziale del Paese si abbassa progressivamente.

Ed è qui che nasce il circolo vizioso italiano.

Perché senza produttività:

  • il PIL cresce poco,

  • le entrate fiscali crescono lentamente,

  • il debito pesa di più,

  • e diventa sempre più difficile finanziare investimenti strategici.

Negli ultimi vent’anni molti Paesi hanno cavalcato:

  • digitalizzazione,

  • automazione,

  • innovazione,

  • intelligenza artificiale,

  • infrastrutture tecnologiche,

  • ricerca,

  • crescita dimensionale delle imprese.

L’Italia invece è rimasta bloccata in una struttura produttiva molto frammentata, composta da tante piccole e medie imprese spesso eccellenti ma sottocapitalizzate e con minore capacità di investire in tecnologia e innovazione.


Il debito pubblico limita sempre di più lo spazio di manovra

Per anni il problema è stato in parte nascosto da un contesto eccezionale:

  • tassi vicini allo zero,

  • inflazione molto bassa,

  • acquisti BCE,

  • enorme liquidità globale.

In quel mondo anche un debito pubblico enorme sembrava relativamente sostenibile.

Oggi però il quadro è cambiato radicalmente.

L’Italia convive con un debito pubblico superiore al 135-140% del PIL, uno dei più elevati al mondo tra le economie avanzate.

Questo significa che il Paese ha margini molto più ridotti rispetto ad altri Stati per:

  • sostenere l’economia in recessione,

  • finanziare grandi piani industriali,

  • aumentare la spesa pubblica,

  • tagliare le tasse,

  • o affrontare crisi geopolitiche ed energetiche.

Con i tassi più alti il problema diventa ancora più delicato.

Ogni aumento del costo del denaro:

  • fa crescere il costo di rifinanziamento del debito,

  • aumenta la spesa per interessi,

  • e assorbe risorse che potrebbero essere utilizzate per investimenti produttivi.

Il rischio non è tanto un’esplosione improvvisa del sistema. Il vero rischio è la progressiva riduzione della capacità dello Stato di intervenire sull’economia.


La trappola italiana: bassa crescita + alto debito

La combinazione tra:

  • crescita debole,

  • produttività stagnante,

  • demografia negativa,

  • e debito elevato

crea una delle situazioni macroeconomiche più difficili da gestire nel lungo periodo.

Perché senza crescita robusta diventa sempre più complicato stabilizzare il rapporto debito/PIL.

E senza margini fiscali sufficienti diventa più difficile creare quella crescita necessaria per uscire dalla trappola.

È un meccanismo che tende ad autoalimentarsi.


Il confronto con gli altri Paesi è impietoso

I Paesi che negli ultimi vent’anni hanno registrato le performance migliori — Irlanda, Israele, Corea del Sud, Polonia — hanno puntato in modo aggressivo su:

  • tecnologia,

  • innovazione,

  • produttività,

  • ricerca,

  • capitale umano,

  • attrazione di investimenti,

  • grandi infrastrutture,

  • crescita dimensionale delle aziende.

L’Italia invece continua a scontare:

  • burocrazia,

  • lentezza della giustizia civile,

  • eccessiva pressione fiscale,

  • ritardi infrastrutturali,

  • scarsa natalità,

  • difficoltà nell’attrarre capitali internazionali,

  • fuga di giovani qualificati.


Eppure il declino non è inevitabile

Nonostante tutto, l’Italia mantiene ancora:

  • una forte base manifatturiera,

  • eccellenze industriali globali,

  • alta capacità di esportazione,

  • elevato risparmio privato,

  • leadership in molte nicchie produttive.

Il problema è che questi punti di forza da soli potrebbero non bastare più.

Per invertire il declino relativo servirebbe una strategia di lungo periodo centrata su:

  • produttività,

  • innovazione,

  • energia,

  • digitalizzazione,

  • istruzione tecnica e scientifica,

  • investimenti industriali,

  • crescita dimensionale delle imprese.

Perché nel lungo periodo non basta “resistere”.

Le economie che non crescono abbastanza finiscono lentamente per perdere:

  • peso economico,

  • influenza geopolitica,

  • capacità industriale,

  • qualità dei salari,

  • e opportunità per le nuove generazioni.

Ed è probabilmente questo il vero grande tema italiano dei prossimi dieci anni, indipendentemente dal governo che ci sarà.

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Cosa servirebbe davvero all’Italia

Stabilità politica e continuità

Molte riforme necessarie:

  • scuola,

  • giustizia,

  • energia,

  • infrastrutture,

  • innovazione,

  • pubblica amministrazione,

  • mercato del lavoro

richiedono anni, non mesi.

Il problema italiano è che spesso:

  • ogni governo cambia priorità,

  • le riforme vengono parzialmente smontate,

  • gli investitori percepiscono instabilità,

  • e il Paese perde credibilità.

Da questo punto di vista, una coalizione ampia e pragmatica potrebbe teoricamente favorire maggiore continuità, ma solo se esiste una vera convergenza sugli obiettivi strategici.

La vera sfida italiana

L’Italia probabilmente avrebbe bisogno di:

  • meno scontro ideologico,

  • più strategia industriale di lungo periodo,

  • maggiore continuità,

  • e riforme che sopravvivano ai cicli elettorali.

Perché il rischio non è un collasso improvviso.

Il rischio è una lenta stagnazione:

  • salari fermi,

  • giovani che emigrano,

  • produttività debole,

  • debito che pesa sempre di più,

  • e perdita progressiva di rilevanza economica.

Ed è proprio questo che i grafici stanno mostrando.