Undici miliardi per conquistare Washington: chi paga davvero le elezioni americane?

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
9 min

Le midterm del 2026 hanno superato persino le presidenziali del 2024 sul fronte pubblicitario. Non è beneficenza: in palio ci sono tasse, appalti, antitrust, criptovalute, AI e regole per migliaia di miliardi. Paradise esaspera il meccanismo, senza inventarlo completamente

Undici miliardi per conquistare Washington: chi paga davvero le elezioni americane?
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La legge di bilancio sulla quale lavora Palazzo Chigi si gioca su margini effettivi di pochi miliardi di euro.

Negli Stati Uniti, nel frattempo, una cifra comparabile a una piccola manovra italiana è stata assorbita soltanto dalla pubblicità politica.

Secondo AdImpact, tra inserzioni già trasmesse e spazi prenotati, il ciclo elettorale americano 2025-2026 ha raggiunto 11,21 miliardi di dollari: più degli 11,20 miliardi spesi durante il ciclo presidenziale 2023-2024 e nettamente oltre gli 8,9 miliardi delle midterm del 2022.

Il confronto è a valori nominali, quindi non tiene conto dell’inflazione, e comprende prenotazioni che potrebbero ancora essere modificate. La dimensione del fenomeno rimane comunque impressionante.

Non sono 11 miliardi consegnati direttamente ai candidati.

Sono le somme spese da campagne, partiti, Super PAC e altri gruppi per acquistare spot televisivi, pubblicità sulle piattaforme digitali, streaming e servizi di comunicazione politica.

Nel terzo trimestre la televisione tradizionale ha ancora assorbito il 51% della spesa, contro il 23% della connected TV e il 15% dei canali digitali.

Da dove arrivano tutti questi soldi?

La risposta breve è: da milioni di cittadini comuni, ma soprattutto da una fascia molto ristretta di grandi finanziatori e organizzazioni capaci di versare somme quasi illimitate.

La macchina elettorale americana si alimenta attraverso diversi canali:

  • •

    donazioni individuali alle campagne dei candidati;

  • •

    contributi ai comitati nazionali e locali dei partiti;

  • •

    PAC aziendali, sindacali e professionali;

  • •

    Super PAC, che possono raccogliere somme illimitate;

  • •

    organizzazioni non profit e società a responsabilità limitata che possono rendere difficile identificare il finanziatore originario;

  • •

    autofinanziamento dei candidati;

  • •

    piccoli contributi raccolti online, spesso ripetuti automaticamente ogni mese.

Nei primi diciotto mesi del ciclo elettorale, i candidati al Congresso avevano raccolto 2,8 miliardi di dollari, i partiti 1,4 miliardi e gli oltre 9.000 PAC censiti dalla Federal Election Commission ben 8,3 miliardi.

Queste cifre non possono essere sommate meccanicamente, perché una parte del denaro viene trasferita tra comitati e spesa successivamente dagli stessi soggetti. Mostrano però la dimensione complessiva dell’industria politica americana.

Il cambiamento più importante è la crescita della spesa esterna.

Rispetto al 2022, la raccolta diretta dei candidati è aumentata relativamente poco; l’esplosione è arrivata soprattutto da Super PAC e gruppi indipendenti.

La legge vieta loro di coordinarsi formalmente con i candidati, ma consente di raccogliere contributi senza limiti da persone fisiche, società, sindacati e altri comitati politici.

L’indipendenza prevista dalla normativa è però spesso molto teorica.

I Super PAC conoscono pubblicamente programmi, strategie e distretti prioritari; possono assumere ex collaboratori dei candidati e produrre campagne perfettamente coerenti con i loro obiettivi senza dover ricevere un ordine diretto.

Più di 500 donatori hanno versato almeno un milione

Il dato che meglio descrive la concentrazione del potere finanziario è un altro: oltre 500 soggetti hanno donato almeno un milione di dollari ciascuno ai Super PAC, mettendo insieme circa 4,2 miliardi, più del 70% delle somme raccolte da questi comitati.

Secondo l’elaborazione di Public Citizen sui dati FEC, Elon Musk avrebbe versato nel ciclo 2026 circa 445 milioni di dollari ai Super PAC.

Seguono Richard ed Elizabeth Uihlein con 146 milioni, Jeff Yass con 107 milioni, organizzazioni vicine alle famiglie Soros con circa 102 milioni e il sistema Andreessen-Horowitz-a16z con circa 90 milioni.

Queste stime possono differire da altre classifiche perché alcuni database conteggiano soltanto le donazioni effettuate direttamente a nome della persona, mentre altri includono società, fondazioni e comitati riconducibili allo stesso finanziatore.

La sostanza non cambia: una parte enorme della competizione elettorale dipende da poche centinaia di patrimoni.

Ci sono poi i cosiddetti dark money groups. Una società o un’organizzazione non profit può finanziare un Super PAC senza essere obbligata a rendere pubblica l’identità di tutti coloro che le hanno fornito il denaro.

Il Super PAC dichiara il nome dell’organizzazione donatrice, ma la provenienza originaria delle risorse può rimanere nascosta.

Non significa necessariamente denaro illegale o una cospirazione.

Significa però che il cittadino può vedere chi ha pagato formalmente uno spot senza riuscire a sapere chi abbia finanziato davvero il soggetto che lo ha commissionato.

Nessuno versa centinaia di milioni soltanto “a fin di bene”

Una parte dei finanziatori agisce certamente per convinzione ideologica.

Alcuni vogliono meno tasse e meno Stato, altri difendono l’ambiente, i diritti civili, la libertà di possedere armi, il diritto all’aborto o le organizzazioni sindacali.

Non ogni donazione nasconde uno scambio corruttivo.

Ma sarebbe ingenuo pensare che centinaia di milioni vengano investiti senza aspettarsi alcuna conseguenza.

Ciò che il denaro può comprare non è necessariamente un voto parlamentare specifico. Compra prima di tutto:

  • •

    accesso, cioè la possibilità di parlare con chi decide;

  • •

    attenzione, una risorsa scarsa nella politica;

  • •

    selezione dei candidati, finanziando nelle primarie quelli più vicini ai propri interessi;

  • •

    definizione dell’agenda, scegliendo quali temi rendere centrali;

  • •

    protezione normativa, contro leggi o autorità considerate ostili;

  • •

    nomine favorevoli nelle agenzie federali e nei ministeri;

  • •

    capacità di intimidazione, finanziando alle primarie un avversario di chi non si allinea.

Esperimenti sul campo hanno mostrato che presentarsi come finanziatori aumenta concretamente la probabilità di ottenere un incontro con un ufficio congressuale.

La donazione, quindi, non permette automaticamente di acquistare una legge, ma può comprare qualcosa che viene prima della legge: il diritto a essere ascoltati.

La tecnologia ha moltissimo da difendere

Nel caso delle Big Tech la posta in gioco è enorme. Le decisioni prese a Washington possono cambiare il valore di interi gruppi industriali attraverso:

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    procedimenti antitrust;

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    responsabilità delle piattaforme sui contenuti;

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    privacy e utilizzo dei dati;

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    copyright nell’addestramento dei modelli AI;

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    esportazione di semiconduttori;

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    autorizzazioni per data center e centrali energetiche;

  • •

    contratti pubblici e militari;

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    regole sulle criptovalute;

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    imposizione fiscale;

  • •

    politiche sull’immigrazione qualificata.

Finanziare entrambi gli schieramenti, oppure spostarsi rapidamente verso quello che sembra destinato a vincere, è quindi anche una forma di assicurazione aziendale.

L’indagine attribuita all’Economist offre un segnale interessante. Considerando le donazioni dei dirigenti d’impresa e delle loro famiglie, la quota diretta ai democratici nel secondo trimestre del 2026 sarebbe salita al 51% dal 36% del 2025, una volta esclusi i dieci maggiori finanziatori. Includendo anche i grandissimi donatori, lo spostamento risulta molto più contenuto: dal 31% al 33%.

Questo significa che una fascia più ampia del mondo imprenditoriale sta cercando di ricostruire i rapporti con i democratici, mentre alcuni dei patrimoni più grandi continuano a concentrare risorse enormi sul fronte repubblicano.

Non è necessariamente una conversione politica. È soprattutto gestione del rischio regolamentare: se esiste una possibilità concreta che i democratici conquistino la Camera, conviene riaprire per tempo i canali con chi potrebbe presiedere le commissioni, convocare i manager, chiedere documenti e avviare inchieste.

Il presidente è soltanto un “utile idiota”?

Definire il presidente americano un semplice burattino dei finanziatori è suggestivo, ma riduttivo.

Il presidente dispone di poteri reali: nomina i vertici dell’amministrazione, orienta la politica estera, può emanare ordini esecutivi, porre il veto alle leggi e condizionare enormemente l’agenda pubblica.

Deve inoltre fare i conti con elettori, Congresso, tribunali, burocrazia federale, Stati, media, partito e opinione pubblica. Nessun miliardario controlla da solo un sistema così frammentato.

Donald Trump, per esempio, ha dimostrato più volte di poter imporre al proprio partito decisioni sgradite anche a importanti settori economici.

Allo stesso modo, un presidente democratico può adottare misure antitrust o fiscali osteggiate da grandi finanziatori.

Il punto non è quindi che il presidente riceva ordini telefonici da un potere occulto. Il meccanismo è più sottile e, proprio per questo, più credibile:

  1. 1.

    il denaro contribuisce a decidere quali candidati riescono a diventare competitivi;

  2. 2.

    finanzia la narrazione con cui vengono presentati agli elettori;

  3. 3.

    premia gli alleati e minaccia gli oppositori;

  4. 4.

    garantisce accesso privilegiato dopo le elezioni;

  5. 5.

    offre a chi governa personale, consulenti, competenze e future opportunità professionali.

Il politico non è necessariamente un “utile idiota”.

Può essere un soggetto autonomo i cui interessi coincidono in parte con quelli dei finanziatori.

Può servirsi dei miliardari quanto i miliardari si servono di lui.

È una relazione di potere e dipendenza reciproca, non sempre un comando unidirezionale.

Quanto è lontana Paradise dalla realtà?

Nella serie Paradise, una miliardaria tecnologica costruisce una città sotterranea, seleziona chi possa salvarsi e finisce per esercitare un’autorità superiore persino a quella del presidente. Il potere economico non si limita a influenzare il governo: crea l’infrastruttura dalla quale il governo dipende e, di conseguenza, lo sovrasta.

La parte apocalittica e il controllo quasi assoluto appartengono ovviamente alla finzione. Ma l’intuizione politica non è così lontana dalla realtà contemporanea.

Quando soggetti privati controllano satelliti, reti di comunicazione, piattaforme informative, cloud, modelli di intelligenza artificiale, infrastrutture spaziali e sistemi utilizzati dalla difesa, il loro rapporto con lo Stato cambia.

Non sono più soltanto imprese da regolamentare: diventano fornitori difficilmente sostituibili, capaci di negoziare con il potere pubblico da una posizione quasi sovrana.

Paradise comprime e drammatizza questo processo in una singola figura.

Nella realtà il potere è molto più distribuito, conflittuale e sottoposto a contropoteri. Ma la domanda centrale della serie è autentica: che cosa succede quando le infrastrutture necessarie alla collettività appartengono a persone più ricche, più rapide e tecnologicamente più attrezzate dello Stato?

Non comprano sempre il risultato, ma comprano il campo di gioco

Gli 11,21 miliardi non dimostrano che le elezioni americane siano completamente acquistabili.

Il candidato che spende di più può perdere e gli elettori conservano la capacità di sorprendere partiti, aziende e miliardari.

Dimostrano però che la competizione si svolge su un terreno nel quale pochissimi soggetti possono alzare enormemente il volume di alcune voci e rendere quasi impercettibili le altre.

Il denaro non compra necessariamente il voto finale.

Compra la possibilità di arrivare fino al voto, dominare gli schermi, imporre gli argomenti della campagna e ottenere accesso ai vincitori.

Ed è forse questa la prospettiva più corretta: il presidente degli Stati Uniti non è semplicemente una marionetta nelle mani di poteri oscuri.

Ma prima ancora che gli americani scelgano chi governerà, una ristretta élite economica ha già contribuito a scegliere chi potranno ascoltare, quali problemi discuteranno e quali soluzioni appariranno politicamente possibili.

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Informazioni sull'autore:

Alessandro Magagnoli
Alessandro Magagnoli

Nato nel 1966, mi sono laureato a Londra in economia applicata presso la University of East London nel luglio 1991, per poi conseguire un Master of Science nella stessa disciplina al Queen Mary and Westfield College nell'agosto 1992. La mia passione per l'analisi tecnica è nata nel 1992, e nel maggio 1993 ho ottenuto il diploma in Technical Analysis rilasciato dalla Society of Technical Analysis (STA). Ho insegnato nei dipartimenti di econometria all'Università Bicocca e all'Università Cattolica.