Oro sotto pressione: Fed e Treasury mettono fine all'euforia del metallo giallo

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
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Rendimenti al 4,6% e dollaro forte spingono gli investitori verso le obbligazioni e lontano dall'oro

Oro sotto pressione: Fed e Treasury mettono fine all'euforia del metallo giallo

Il bene rifugio per eccellenza perde smalto mentre il mercato torna a guardare ai tassi americani

Non è più tutto oro quello che luccica. Dopo mesi di rialzi quasi ininterrotti, il metallo prezioso sta attraversando una fase correttiva che inizia ad assumere un peso significativo sia dal punto di vista tecnico sia da quello macroeconomico.

Il ribasso dell'1,1% registrato nella seduta di ieri si aggiunge infatti alla perdita di circa il 3% messa a segno venerdì 5 giugno, portando le quotazioni fino a 4.321 dollari l'oncia, il livello più basso dalla metà di dicembre.

Si tratta di una correzione importante se si considera che soltanto pochi mesi fa, a fine gennaio, l'oro aveva aggiornato i massimi storici in area 5.350 dollari l'oncia, beneficiando di una combinazione quasi perfetta di tensioni geopolitiche, acquisti delle banche centrali, indebolimento del dollaro e aspettative di tagli dei tassi da parte della Federal Reserve.

Da allora lo scenario è cambiato sensibilmente.


Dalla paura geopolitica ai timori per l'inflazione

Per buona parte degli ultimi mesi il conflitto in Medio Oriente aveva sostenuto la domanda di beni rifugio. Tuttavia il mercato sta progressivamente spostando la propria attenzione dalla geopolitica alla politica monetaria.

L'economia americana continua infatti a mostrare una sorprendente resilienza.

I dati sul mercato del lavoro pubblicati nelle ultime settimane hanno evidenziato una crescita dell'occupazione superiore alle attese, mentre il tasso di disoccupazione rimane contenuto.

Una situazione che rende più difficile per la Federal Reserve avviare una politica monetaria più accomodante.

A complicare ulteriormente il quadro contribuiscono i prezzi energetici, ancora elevati a causa delle tensioni internazionali, che rischiano di alimentare nuove pressioni inflazionistiche.

Per questo motivo il mercato guarda con estrema attenzione alla riunione della Fed del 16-17 giugno, la prima guidata dal nuovo presidente Kevin Warsh.

Molti investitori temono che la banca centrale americana possa mantenere un tono particolarmente prudente o addirittura lasciare aperta la porta a nuove strette monetarie qualora l'inflazione dovesse continuare a mostrare segnali di persistenza.


Treasury al 4,6%: il principale concorrente dell'oro

Il problema per il metallo giallo è che, quando i rendimenti obbligazionari salgono, aumenta il costo-opportunità di detenere un asset che non produce alcun flusso cedolare.

Il rendimento del Treasury americano a 10 anni si è infatti riportato in prossimità del 4,6%, livelli che tornano ad essere particolarmente interessanti per gli investitori istituzionali.

Chi deve allocare capitale tra obbligazioni governative e oro si trova oggi davanti a una scelta molto diversa rispetto a quella di pochi mesi fa.

Da una parte c'è un asset privo di rendimento corrente come l'oro, dall'altra un titolo di Stato americano che offre una cedola elevata e viene comunque percepito come uno degli strumenti più sicuri al mondo.

Non sorprende quindi che parte dei flussi finanziari stia tornando verso il mercato obbligazionario.


Anche il dollaro sta contribuendo alla debolezza dell'oro

Un altro elemento che sta penalizzando il metallo prezioso è il rafforzamento della valuta statunitense.

Nell'ultimo mese il cambio euro/dollaro è sceso da circa 1,18 a 1,15, segnalando un ritorno di forza del biglietto verde.

Poiché l'oro è quotato in dollari, un apprezzamento della valuta americana rende automaticamente più costoso l'acquisto del metallo per gli investitori internazionali, contribuendo a ridurre la domanda.

Storicamente la correlazione tra dollaro e oro tende ad essere negativa: quando il dollaro sale, l'oro fatica; quando il dollaro si indebolisce, il metallo prezioso trova spesso terreno fertile per nuove accelerazioni rialziste.


L'analisi tecnica: test di un supporto cruciale

Dal punto di vista grafico la situazione sta diventando particolarmente interessante.

La discesa delle ultime sedute ha riportato le quotazioni a contatto con due livelli tecnici di primaria importanza:

  • il 50% di ritracciamento di Fibonacci del rialzo partito dai minimi di dicembre 2024;

  • la trend line rialzista che accompagna il movimento ascendente da oltre sei mesi.

Entrambi convergono nell'area compresa tra 4.060 e 4.160 dollari, trasformando questa fascia in un vero e proprio spartiacque per le prossime settimane.

Oro sotto pressione: Fed e Treasury mettono fine all'euforia del metallo giallo

La tenuta di questo supporto consentirebbe di classificare la discesa attuale come una normale fase correttiva all'interno di un trend rialzista di fondo ancora intatto.

In questo scenario l'oro potrebbe costruire una base da cui tentare successivamente un recupero verso le prime resistenze in area 4.425 dollari e successivamente verso 4.870 dollari, corrispondente al ritracciamento del 23,6% dell'intero movimento ribassista.


Cosa succede se il supporto cede?

La situazione cambierebbe invece in modo significativo in caso di rottura della fascia 4.060-4.160 dollari.

Una violazione contemporanea della trend line e del ritracciamento del 50% rappresenterebbe infatti il primo vero segnale di deterioramento del quadro tecnico di medio periodo.

In quel caso il mercato potrebbe accelerare verso il successivo supporto di Fibonacci, collocato in area 3.700 dollari, corrispondente al ritracciamento del 61,8% dell'intera salita avviata a dicembre.

Si tratterebbe di una correzione ben più profonda rispetto a quella osservata finora e probabilmente accompagnata da ulteriori rialzi dei rendimenti obbligazionari e da una Fed percepita come più aggressiva.


Le prossime sedute saranno decisive

L'oro si trova quindi in un momento cruciale.

Da una parte restano validi molti dei fattori che hanno sostenuto il rialzo degli ultimi anni: tensioni geopolitiche, acquisti delle banche centrali, elevato debito pubblico globale e necessità di diversificazione dei portafogli.

Dall'altra, però, il mercato sta iniziando a confrontarsi con uno scenario diverso da quello immaginato a inizio anno: crescita americana ancora robusta, inflazione meno collaborativa del previsto, rendimenti obbligazionari elevati e un dollaro che ha ripreso vigore.

Per questo motivo l'area 4.060-4.160 dollari assume oggi un'importanza strategica. Da essa potrebbe dipendere la risposta alla domanda che molti investitori si stanno ponendo: siamo di fronte a una semplice presa di profitto dopo un rally eccezionale oppure all'inizio di una fase correttiva molto più ampia?

Le prossime settimane, e soprattutto le decisioni della Federal Reserve, potrebbero fornire la risposta definitiva.