Pil e inflazione rallentano, ma la Fed non abbassa la guardia
pubblicato:L'economia americana perde slancio, ma consumi e boom dell'intelligenza artificiale continuano a sostenere la crescita

L'economia americana perde velocità, ma consumi e intelligenza artificiale continuano a sostenere la crescita
Gli investitori stanno cercando di capire quale direzione prenderà l'economia americana dopo una settimana ricca di indicazioni contrastanti.
Da una parte il Pil del secondo trimestre ha deluso le aspettative, dall'altra i consumi delle famiglie e gli investimenti nell'intelligenza artificiale continuano a mostrare una sorprendente capacità di tenuta.
Nel frattempo la Federal Reserve, pur lasciando invariati i tassi di interesse, ha evidenziato divisioni interne sempre più profonde, alimentando l'incertezza sulle prossime mosse di politica monetaria.
Il Pil statunitense è cresciuto dell'1,5%
Secondo la prima stima del Dipartimento del Commercio, il Pil statunitense è cresciuto dell'1,5% annualizzato nel secondo trimestre, in rallentamento rispetto al 2,1% registrato nei primi tre mesi dell'anno e al di sotto delle attese degli economisti, che prevedevano una crescita intorno al 2,1%.
A pesare è stato soprattutto il peggioramento del deficit commerciale, mentre le imprese hanno mantenuto un ritmo sostenuto di investimenti e le famiglie hanno continuato a spendere.
Il dato sul Pil, quindi, appare meno negativo di quanto suggerisca il titolo. La domanda interna continua infatti a mostrare una notevole resilienza.
La spesa dei consumatori, che rappresenta oltre i due terzi dell'economia americana, è infatti cresciuta del 3,2%, dopo il modesto +0,5% del primo trimestre.
Un'accelerazione favorita anche dai rimborsi fiscali ricevuti dalle famiglie, che hanno compensato almeno in parte il rincaro dei carburanti.
Ancora più significativo è il contributo degli investimenti aziendali, che continuano a beneficiare del boom dell'intelligenza artificiale.
Le grandi società tecnologiche stanno investendo centinaia di miliardi di dollari nella costruzione di nuovi data center, infrastrutture di rete e capacità di calcolo, alimentando una domanda che continua a sostenere l'intera economia americana.
È proprio questo il motivo per cui, nonostante il rallentamento del Pil, molti economisti continuano a descrivere l'economia statunitense come solida, anche se caratterizzata da una crescita meno brillante rispetto ai trimestri precedenti.
Naturalmente non mancano i rischi. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran, ormai entrato nel sesto mese, rappresenta un potenziale freno per la seconda parte dell'anno.
Un eventuale ulteriore aumento dei prezzi energetici potrebbe infatti ridurre il potere d'acquisto delle famiglie e rallentare sia i consumi sia gli investimenti.
L'inflazione rallenta, ma petrolio e guerra rischiano di complicare i piani della Fed
Sul fronte dell'inflazione le notizie sono state nel complesso positive, ma non tali da modificare radicalmente lo scenario della politica monetaria.
L'indice PCE, il parametro preferito dalla Federal Reserve per valutare l'andamento dei prezzi, è sceso dal 4,1% al 3,7% su base annua, in linea con le attese del mercato.
Ancora più incoraggiante il dato mensile, che ha registrato una flessione dello 0,1%, il primo calo dall'aprile del 2020.
Anche l'inflazione core, che esclude alimentari ed energia, ha mostrato un ulteriore raffreddamento, passando dal 3,4% al 3,3%, mentre su base mensile è salita appena dello 0,1%.
A prima vista potrebbe sembrare l'inizio di una nuova fase di disinflazione. In realtà occorre molta prudenza.
I dati di giugno riflettono infatti un periodo caratterizzato dalla temporanea tregua tra Stati Uniti e Iran, che aveva favorito una significativa discesa del prezzo del petrolio.
Da allora lo scenario geopolitico è nuovamente peggiorato.
Le ostilità sono riprese, il Brent è tornato stabilmente sopra i 90 dollari al barile e il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è risalito oltre i 4 dollari al gallone.
Questo significa che buona parte del rallentamento dell'inflazione osservato a giugno potrebbe essere soltanto temporaneo.
Se il petrolio dovesse rimanere su livelli elevati nelle prossime settimane, i dati estivi potrebbero tornare a mostrare un'accelerazione dei prezzi.
È proprio questo il principale motivo di preoccupazione per la Federal Reserve.
Fed divisa: cresce il numero di chi vorrebbe già un rialzo dei tassi
La banca centrale americana ha lasciato invariati i tassi di interesse nell'intervallo 3,50%-3,75%, ma la riunione ha messo in evidenza un elemento nuovo.
Per la prima volta da anni tre membri del FOMC hanno votato a favore di un rialzo di 25 punti base, segnale che all'interno della Fed cresce il timore che l'inflazione possa rimanere troppo elevata troppo a lungo.
Il nuovo presidente Kevin Warsh ha confermato un approccio prudente, evitando di impegnarsi su futuri rialzi ma ribadendo che la Fed rimane pienamente focalizzata sul controllo dell'inflazione.
Il mercato ha interpretato le sue dichiarazioni come relativamente accomodanti sul breve periodo, tanto che i rendimenti a due anni sono leggermente diminuiti dopo la conferenza stampa.
Molto diverso, invece, il comportamento della parte lunga della curva.
Il rendimento del Treasury trentennale è balzato oltre il 5,2%, sui livelli più elevati dal 2007, segnalando che gli investitori continuano a richiedere un premio sempre maggiore per detenere titoli obbligazionari di lunga durata.
È un messaggio molto importante.
Il mercato obbligazionario sembra infatti ritenere che l'inflazione resterà strutturalmente più elevata rispetto al passato, indipendentemente dalle mosse immediate della Federal Reserve.
Mercati tra due forze opposte: rallentamento economico da una parte, boom dell'IA dall'altra
Lo scenario che emerge dai dati macroeconomici è quindi molto più complesso rispetto ai cicli economici tradizionali.
Da un lato la crescita economica sta rallentando, come dimostra il Pil.
Dall'altro la domanda interna continua a essere sostenuta da due fattori molto potenti:
- •
la resilienza dei consumi delle famiglie, che continuano a spendere nonostante l'inflazione elevata;
- •
gli enormi investimenti nell'intelligenza artificiale, che stanno alimentando una nuova fase di espansione degli investimenti privati.
Questa combinazione rende estremamente difficile il compito della Federal Reserve.
In passato un rallentamento del Pil avrebbe probabilmente aperto la strada a futuri tagli dei tassi.
Oggi, invece, la presenza di un'inflazione ancora ben superiore al target del 2%, unita al rischio di nuovi shock energetici e alla forte domanda generata dalla rivoluzione dell'IA, rende molto più probabile uno scenario di tassi elevati per un periodo più lungo.
Per gli investitori significa convivere con un contesto in cui i rendimenti obbligazionari potrebbero restare strutturalmente elevati, aumentando la concorrenza nei confronti dell'azionario e imponendo valutazioni più selettive, soprattutto nei comparti caratterizzati dai multipli più elevati.
Le prossime settimane saranno quindi decisive. I nuovi dati su inflazione e mercato del lavoro diranno se il rallentamento osservato a giugno rappresenta davvero l'inizio di una nuova fase di disinflazione oppure soltanto una pausa temporanea prima di una nuova risalita dei prezzi.
Da questa risposta dipenderanno non solo le prossime mosse della Fed, ma anche la direzione dei mercati finanziari nella seconda parte dell'anno.
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