Referendum: Unimpresa, persa occasione, Italia resta distante da economie occidentali
pubblicato:«Il risultato del referendum sulla giustizia chiude una stagione che, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto aprirne un'altra. Ha vinto il no. È una scelta legittima, naturalmente. Ma resta il fatto che si è persa un'occasione. Non tanto per una singola norma, quanto per l'idea di rimettere mano a un sistema che da anni mostra limiti evidenti, non solo sul piano giuridico, ma anche su quello economico. Il punto non è inseguire modelli astratti né indulgere in confronti semplicistici. È prendere atto che l'Italia, sul terreno della giustizia, resta distante dagli standard delle principali economie occidentali. I tempi dei processi, civili e penali, continuano a rappresentare una delle principali criticità del Paese. Non è un problema che riguarda soltanto gli addetti ai lavori. Incide sulla vita quotidiana dei cittadini, ma soprattutto sulla capacità dell'economia di funzionare in modo efficiente. Il no al referendum non chiude il problema. Lo rimanda. E forse lo rende più complesso, perché priva il dibattito di un'occasione di confronto concreto. Riformare la giustizia resta una necessità. Non per adeguarsi a un modello esterno, ma per rendere il Paese più solido, più credibile, più capace di competere». Lo dichiara il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. «Un sistema giudiziario lento e imprevedibile produce effetti molto concreti. Rende più rischiosi gli investimenti, scoraggia l'ingresso di capitali esteri, complica l'attività delle imprese. Ogni controversia che si trascina per anni è un costo che si accumula, una decisione che si rinvia, un progetto che si blocca. La giustizia, in questo senso, non è solo una funzione dello Stato. È una infrastruttura economica. Riformare la giustizia resta una necessità. Non per adeguarsi a un modello esterno, ma per rendere il Paese più solido, più credibile, più capace di competere. Le riforme, si sa, non sono mai semplici. Ma ci sono momenti in cui diventano inevitabili. Questo lo era. Non è stato colto. E il rischio è che, ancora una volta, si scelga di convivere con i limiti, invece di affrontarli. Con tutte le conseguenze che questo comporta, soprattutto sul terreno economico, dove il tempo non è una variabile neutra, ma un fattore decisivo» aggiunge Longobardi. Secondo il presidente di Unimpresa «il referendum avrebbe potuto rappresentare un passaggio, forse non risolutivo, ma comunque significativo verso una modernizzazione dell'architettura giuridica. Non si trattava di una rivoluzione, ma di un tentativo di riequilibrare i poteri, di rendere più chiari i confini tra le diverse funzioni, di avvicinare il sistema italiano a quello delle altre democrazie avanzate. Non è avvenuto. Resta così aperta una questione che il Paese continua a rinviare. Il rapporto tra giustizia e sviluppo. Da tempo le principali istituzioni economiche internazionali indicano nella lentezza della giustizia uno dei fattori che frenano la crescita italiana. Non è un giudizio ideologico. È una constatazione che emerge dai dati: tempi lunghi, incertezza delle decisioni, difficoltà nell'esecuzione delle sentenze. Per le imprese, questo si traduce in minore competitività. Un contratto che non può essere fatto valere in tempi ragionevoli perde valore. Un credito difficile da recuperare diventa un costo. Una controversia aperta troppo a lungo immobilizza risorse. In un'economia globale, dove la rapidità delle decisioni è spesso decisiva, questi elementi fanno la differenza. Anche sul piano dei cittadini il tema è tutt'altro che secondario. Una giustizia percepita come lenta e incerta mina la fiducia nelle istituzioni. E senza fiducia, il funzionamento stesso dello Stato si indebolisce. È un circolo che si autoalimenta: meno fiducia, meno investimenti, meno crescita».
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