Intelligenza artificiale e wealth management: minaccia reale o eccesso di mercato?

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
5 min

L’annuncio di Altruist riaccende i timori di disruption nel risparmio gestito: vendite diffuse su Fineco, Mediolanum, Azimut e Banca Generali

Intelligenza artificiale e wealth management: minaccia reale o eccesso di mercato?
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E se l’intelligenza artificiale non fosse solo un acceleratore di efficienza, ma un potenziale fattore di discontinuità per l’intero modello di business del wealth management?

Altruist introduce nuove funzionalità di pianificazione fiscale basate sull’intelligenza artificiale

È questa la domanda che ha agitato i mercati nelle ultime sedute, in scia all’annuncio della startup americana Altruist, attiva nella gestione patrimoniale, che ha introdotto nuove funzionalità di pianificazione fiscale basate sull’intelligenza artificiale.

Una mossa che, negli Stati Uniti, è stata letta come un possibile punto di svolta: automatizzare il tax planning significa intervenire su una delle aree a più alto valore aggiunto per consulenti finanziari e piattaforme di investimento.

Le vendite sono partite da Wall Street – con pressioni evidenti su operatori come Charles Schwab – e si sono propagate rapidamente anche in Europa.

A Milano il comparto del risparmio gestito è stato colpito in modo trasversale

A Milano il comparto del risparmio gestito è stato colpito in modo trasversale: Fineco ha perso oltre il 9%, Banca Mediolanum quasi il 10%, Azimut oltre il 4%, Banca Generali più del 7%.

Un movimento che ha pesato anche sul FTSE MIB (-0,62%), in una seduta caratterizzata da un ribasso concentrato su banche e società di gestione.

Il timore del mercato è chiaro

Il timore del mercato è chiaro: se l’IA fosse davvero in grado di automatizzare funzioni complesse come la pianificazione fiscale e finanziaria, i margini e le commissioni del settore potrebbero subire pressioni strutturali.

In altre parole, la tecnologia rischia di comprimere il valore della consulenza tradizionale?

Secondo Gian Maria Mossa il caso Altruist è “largamente irrilevante”

A raffreddare i timori, almeno per il contesto italiano, è intervenuto Gian Maria Mossa, amministratore delegato di Banca Generali.

Secondo il manager, il caso Altruist è “largamente irrilevante” per il nostro mercato, e “ancora meno” per il modello specifico della banca.

Il motivo è strutturale: negli Stati Uniti il cliente è direttamente responsabile della propria pianificazione fiscale, mentre in Italia la fiscalità è gestita dall’intermediario. L’automazione del tax planning, dunque, non ha lo stesso potenziale dirompente.

Ma la differenza non è solo normativa

È soprattutto di modello. “Non siamo una piattaforma di brokerage”, ha sottolineato Mossa. Banca Generali è fortemente esposta alla clientela High-Net-Worth Individuals, dove la priorità non è l’ottimizzazione fiscale automatica, bensì la gestione complessiva della ricchezza.

Un’attività che richiede personalizzazione, relazione e fiducia di lungo periodo. “Aiutiamo i nostri clienti comprendendo la loro testa, ma anche il loro stomaco”, ha spiegato il manager, rimarcando la natura altamente consulenziale e relazionale del business.

In questa visione, l’intelligenza artificiale non è una minaccia ma un “grande acceleratore”: uno strumento per lavorare meglio, più velocemente e con maggiore precisione, ma non una sostituzione del rapporto umano. Il cuore del modello resta la personalizzazione.

“Ogni cliente è diverso dall’altro”, ha ricordato Mossa. Un principio che, per definizione, mal si presta a una standardizzazione totale tramite algoritmi.

Il mercato ha preferito tuttavia concentrarsi sul rischio disruption

Eppure il mercato, almeno nel breve termine, ha preferito concentrarsi sul rischio disruption.

Paradossalmente, le vendite hanno colpito Banca Generali proprio nel giorno in cui il gruppo ha pubblicato risultati superiori alle attese.

Ottimi i risultati di Banca Generali

Nel quarto trimestre 2025 l’utile netto è salito a 131,2 milioni di euro (+42% su base annua), ben oltre il consenso. Il margine di intermediazione ha raggiunto 277,7 milioni (+7,8%), sostenuto dalla crescita a doppia cifra delle commissioni ricorrenti e dal contributo del margine finanziario.

Su base annua, i ricavi totali hanno superato 1 miliardo di euro (+2%), con commissioni lorde ricorrenti in crescita dell’8,6% e un margine di interesse a 325 milioni (+2,5%), nonostante il progressivo calo dei rendimenti di mercato.

Gli attivi fruttiferi si attestano a 16,7 miliardi, con una prevalenza di componenti obbligazionarie a duration contenuta.

Il gruppo ha inoltre indicato per il 2026 un margine di interesse tra 330 e 340 milioni e flussi netti superiori a 6,5 miliardi.

A ciò si aggiunge una politica di dividendo generosa: 2,9 euro per azione, pari a un pay-out del 76%, con una distribuzione articolata tra maggio 2026 e febbraio 2027, oltre al pagamento della seconda tranche del dividendo 2024.

Il paradosso è evidente

Il paradosso, quindi, è evidente: fondamentali solidi, guidance costruttiva, generazione di cassa robusta.

Eppure il titolo è stato penalizzato per un rischio percepito più che per un deterioramento dei numeri.

Il tema dell’intelligenza artificiale resta centrale anche negli Stati Uniti, dove continua a influenzare non solo il comparto finanziario ma anche quello tecnologico e delle piattaforme di trading, con riflessi su società esposte alle criptovalute.

La narrativa è potente: chi non si adatta rischia di essere superato.

La vera questione, tuttavia, non è se l’IA entrerà nel wealth management – questo è inevitabile – ma in quale forma.

Sostituirà il consulente o ne potenzierà le capacità? Ridurrà i margini o li redistribuirà verso chi saprà integrarla meglio?

Per ora, nel contesto italiano, la disruption appare più teorica che imminente.

Il modello basato sulla relazione, sulla consulenza personalizzata e sulla gestione integrata del patrimonio sembra ancora distante da una completa automazione.

L’innovazione tecnologica non è più un tema futuribile

Ma il segnale lanciato dal mercato è chiaro: l’innovazione tecnologica non è più un tema futuribile.

È una variabile che incide sulle valutazioni, sui multipli e sulla percezione del rischio.

E in un settore dove la fiducia è l’asset principale, la capacità di integrare l’intelligenza artificiale senza snaturare il modello di relazione sarà la vera linea di demarcazione tra chi subirà il cambiamento e chi lo guiderà.

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