Mettete il paracadute: shock energetico e guerra frenano la crescita, l’economia entra in turbolenza

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
10 min

Bankitalia avverte: con petrolio e gas in rialzo crescita quasi azzerata e inflazione fino al 4,5%, aumenta il rischio di stagnazione e tensioni finanziarie

Mettete il paracadute: shock energetico e guerra frenano la crescita, l’economia entra in turbolenza

Mettete il paracadute: shock energetico e guerra frenano la crescita, l’economia entra in turbolenza

Le tensioni sui mercati energetici non rappresentano solo un problema di breve periodo per inflazione e crescita, ma rischiano di trasformarsi in un fattore di instabilità finanziaria più ampio.

Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha sottolineato come la combinazione tra crisi geopolitica, shock energetico e fragilità finanziarie renda lo scenario particolarmente delicato, aumentando il rischio che le vulnerabilità già presenti nel sistema economico possano amplificare gli effetti negativi degli shock.

In un contesto caratterizzato da elevata volatilità e incertezza, l’aumento dei prezzi dell’energia potrebbe infatti trasmettersi all’intero sistema economico, incidendo su consumi, investimenti e condizioni di credito.


Scenario base: crescita quasi ferma e inflazione sostenuta dall’energia

Secondo le nuove proiezioni della Banca d’Italia, nello scenario di base il Pil italiano rallenterà allo 0,5% nel 2026 e nel 2027, con un modesto recupero allo 0,8% nel 2028.

Si tratta di una revisione al ribasso rispetto alle stime di dicembre, con una riduzione complessiva di circa mezzo punto percentuale nel triennio, dovuta principalmente all’aumento dei prezzi energetici.

L’inflazione è attesa al 2,6% nel 2026, quasi interamente spiegata dal rincaro di petrolio e gas, per poi scendere sotto il 2% nel biennio successivo, ipotizzando una graduale normalizzazione delle quotazioni delle materie prime.

Lo scenario tecnico sottostante alle previsioni assume un prezzo del petrolio intorno a 103 dollari al barile nel secondo trimestre e un prezzo del gas a circa 55 euro al megawattora, con un progressivo ridimensionamento nella parte finale del periodo di previsione.


Scenario avverso: stagnazione nel 2026 e recessione nel 2027

Il quadro peggiora sensibilmente nello scenario avverso, che ipotizza un conflitto più lungo in Medio Oriente, nuovi rincari di petrolio e gas, tensioni finanziarie e un deterioramento della fiducia di famiglie e imprese.

In questo caso, la crescita italiana si azzererebbe nel 2026 e si trasformerebbe in una recessione dello 0,6% nel 2027. L’inflazione salirebbe al 4,5% nel 2026, al 3,3% nel 2027 e al 2,2% nel 2028, evidenziando un effetto persistente dello shock energetico sull’intero sistema economico.

Uno degli elementi più critici evidenziati da Bankitalia riguarda il rischio di effetti indiretti e retroazione salariale, stimati in circa 1,5 punti percentuali cumulati.

In pratica, il rincaro dell’energia potrebbe tradursi in salari più elevati per recuperare il potere d’acquisto, con conseguente aumento dei costi per le imprese e ulteriori pressioni sui prezzi finali.

Questo meccanismo rischia di generare una combinazione particolarmente complessa di bassa crescita e inflazione elevata, uno scenario tipico di stagflazione.


Deficit sopra il 3%: salta la strategia del rientro e aumenta l’incertezza sui mercati

I dati diffusi dall’Istat certificano uno scenario particolarmente delicato per i conti pubblici italiani: il deficit è atteso al 3,1% del Pil, livello che impedirebbe l’uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo nel 2026.

Il mancato raggiungimento della soglia del 3% comporta implicazioni rilevanti sia sul piano economico sia su quello politico. In primo luogo, diventa più difficile ottenere margini di flessibilità da parte delle istituzioni europee, inclusa la possibilità di scorporare parte della spesa militare dal deficit, ipotesi che avrebbe consentito al governo di rispettare gli impegni presi in ambito NATO senza compromettere gli obiettivi di finanza pubblica.

Il superamento della soglia del 3% mette inoltre in discussione una delle principali linee di comunicazione economica dell’esecutivo, basata sull’idea che il ritorno sotto questo livello avrebbe rafforzato la credibilità del Paese sui mercati finanziari, contribuendo a contenere il costo di finanziamento del debito pubblico.

La strategia del rientro al 3% rappresentava infatti un elemento chiave per rassicurare gli investitori internazionali e mantenere sotto controllo il livello dei tassi di interesse sui titoli di Stato italiani. Il mancato raggiungimento dell’obiettivo rischia quindi di ridurre il margine di manovra della politica economica proprio in una fase caratterizzata da crescita debole e forte incertezza geopolitica.

Il deterioramento del quadro macroeconomico, legato anche allo shock energetico e al rallentamento dell’economia europea, rende più complessa la pianificazione delle politiche di bilancio per i prossimi anni. Con risorse limitate e un contesto finanziario potenzialmente più restrittivo, diventa più difficile adottare misure espansive senza aumentare ulteriormente il deficit.

L’ultimo aggiornamento ufficiale è atteso il 22 aprile, ma nelle valutazioni interne lo scenario appare ormai fortemente compromesso. Il rischio è che la combinazione tra crescita debole, costi energetici elevati e condizioni finanziarie più rigide renda necessario un approccio particolarmente prudente alla politica fiscale nei prossimi mesi.


Energia, conti pubblici e rischio spread

Le tensioni energetiche rappresentano un problema anche per la sostenibilità dei conti pubblici.

Secondo le indicazioni emerse dal Ministero dell’Economia, un prolungamento del conflitto potrebbe portare il prezzo dei carburanti verso livelli molto elevati, con il rischio concreto di vedere la benzina avvicinarsi ai 3 euro al litro.

In uno scenario di conflitto prolungato, il rapporto deficit/Pil potrebbe superare la soglia del 3% nel 2026, complicando il percorso di uscita dell’Italia dalla procedura europea per deficit eccessivo e riducendo lo spazio per politiche fiscali espansive.

Le risorse pubbliche disponibili per mitigare l’impatto del caro energia risultano inoltre sempre più limitate.

Dopo diversi interventi di sostegno finanziati anche tramite maggior gettito IVA legato ai prezzi energetici elevati, diventa più difficile trovare nuove coperture senza aumentare il disavanzo.

Un eventuale peggioramento dei conti pubblici potrebbe riflettersi sul sentiment dei mercati obbligazionari, con il rischio di un aumento dello spread e di un irrigidimento delle condizioni finanziarie.


Eurozona vulnerabile allo shock petrolifero

Anche l’Eurozona risulta particolarmente esposta al rincaro delle materie prime energetiche.

Secondo diverse stime, la crescita dell’area euro potrebbe rallentare fino all’1%, mentre l’inflazione potrebbe tornare sopra il 3% nel breve periodo, ritardando il ritorno verso il target del 2% della Banca Centrale Europea.

L’aumento dei prezzi dell’energia potrebbe quindi costringere la BCE a mantenere una politica monetaria più restrittiva più a lungo del previsto, con possibili effetti negativi su consumi, investimenti e mercati finanziari.

Secondo alcune valutazioni, un eventuale shock petrolifero più persistente potrebbe portare l’inflazione oltre il 5% nel breve periodo, aumentando il rischio di una recessione tecnica in Europa.

Tra le principali economie europee, l’Italia appare particolarmente vulnerabile a causa dell’elevato debito pubblico e della forte dipendenza energetica dall’estero.

Alcune stime indicano una crescita ridotta fino allo 0,4%, circa la metà rispetto alle previsioni precedenti.


La BCE potrebbe trovarsi di fronte a un dilemma complesso

La possibilità che la BCE possa alzare i tassi torna concretamente sul tavolo proprio a causa del nuovo shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente.

Il forte rialzo del petrolio e del gas sta infatti riaccendendo le pressioni inflazionistiche, soprattutto in Europa, dove il peso dell’energia sull’economia è maggiore rispetto agli Stati Uniti.

Se il Brent dovesse stabilizzarsi sopra area 100 dollari e il gas restare su livelli elevati per diversi mesi, l’inflazione potrebbe mantenersi sopra il target del 2% più a lungo del previsto.

Secondo diverse stime, l’inflazione dell’Eurozona potrebbe tornare temporaneamente oltre il 3% nel breve periodo, con il rischio – nello scenario più avverso – di superare anche il 5% nei mesi centrali dell’anno in caso di ulteriore escalation geopolitica.

In questo contesto, la BCE potrebbe trovarsi di fronte a un dilemma complesso:

  • da un lato l’economia europea mostra segnali di rallentamento

  • dall’altro il rialzo dei prezzi energetici rischia di alimentare effetti di secondo livello su salari e prezzi finali

Se l’aumento del costo dell’energia dovesse trasmettersi all’inflazione core, la banca centrale potrebbe essere costretta a mantenere i tassi elevati più a lungo o addirittura valutare uno o due ulteriori rialzi per evitare che le aspettative di inflazione si disancorino.

Una politica monetaria più restrittiva avrebbe implicazioni importanti:

  • condizioni di credito più rigide per famiglie e imprese

  • maggiore pressione su consumi e investimenti

  • impatto negativo su settori ciclici e mercato immobiliare

  • possibile aumento della volatilità sui mercati finanziari

Allo stesso tempo, tassi più alti tenderebbero a sostenere l’euro nel confronto con il dollaro, soprattutto se la Federal Reserve dovesse mantenere un atteggiamento più prudente.

In sintesi, il percorso della BCE dipenderà soprattutto da tre variabili:

  1. 1.

    durata del conflitto e impatto sui prezzi dell’energia

  2. 2.

    trasmissione dello shock energetico all’inflazione core

  3. 3.

    tenuta della crescita economica europea

Se lo shock energetico dovesse rivelarsi persistente, la BCE potrebbe essere costretta a privilegiare la stabilità dei prezzi rispetto al sostegno alla crescita, aumentando il rischio di una fase economica caratterizzata da bassa crescita e inflazione ancora elevata.


Il rischio principale: distruzione della domanda

Il rischio più concreto evidenziato dagli analisti è quello della cosiddetta distruzione della domanda, cioè una riduzione dei consumi dovuta all’aumento dei prezzi dell’energia e alla perdita di potere d’acquisto delle famiglie.

Anche qualora lo scenario più negativo venisse evitato, molti osservatori ritengono che i prezzi energetici resteranno su livelli elevati ancora per diversi mesi, con il petrolio probabilmente sopra gli 80 dollari al barile fino alla fine dell’anno e il gas europeo sopra i 40 euro almeno fino alla prossima primavera.

Un contesto di energia costosa tende infatti a ridurre la capacità di spesa delle famiglie e ad aumentare i costi operativi delle imprese, rallentando l’attività economica complessiva.


Anche S&P avverte: rischio inflazione oltre il 5% e crescita dimezzata

A rendere il quadro ancora più complesso contribuiscono anche le valutazioni di S&P Global Ratings, secondo cui uno shock petrolifero più intenso e persistente rispetto allo scenario di base potrebbe avere effetti particolarmente negativi sull’economia europea.

Secondo l’agenzia di rating, se il rialzo dei prezzi dell’energia dovesse protrarsi più a lungo, l’inflazione potrebbe superare il 5% tra maggio e giugno, spingendo l’economia dell’Eurozona verso una recessione tecnica già nella prima parte dell’anno.

In questo contesto, l’Italia risulterebbe tra i Paesi più vulnerabili, a causa della forte dipendenza energetica e della limitata crescita strutturale.

Le stime indicano infatti una crescita del Pil ridotta allo 0,4%, circa la metà rispetto alle precedenti previsioni pari allo 0,8%.

Un rallentamento di questa entità aumenterebbe ulteriormente la pressione sui conti pubblici e sulla sostenibilità del debito, rendendo più complesso il percorso di stabilizzazione finanziaria e riducendo lo spazio per politiche fiscali di sostegno all’economia.

Il rischio evidenziato da S&P è che il rialzo dei prezzi dell’energia non si limiti a produrre un effetto temporaneo sull’inflazione, ma finisca per incidere in modo più duraturo su fiducia, consumi e investimenti, amplificando l’impatto negativo sulla crescita economica europea.


Uno scenario dominato dall’incertezza

Il messaggio che emerge dalle analisi delle principali istituzioni economiche è chiaro: il fattore geopolitico è tornato a essere uno dei principali driver dell’economia globale.

L’evoluzione del conflitto in Medio Oriente, l’andamento dei prezzi del petrolio e le decisioni delle banche centrali rappresenteranno elementi chiave per determinare la traiettoria di crescita nei prossimi trimestri.

In uno scenario caratterizzato da elevata incertezza, la stabilità dei mercati finanziari e la tenuta della crescita economica dipenderanno in larga parte dalla durata dello shock energetico e dalla capacità dei governi di contenere gli effetti sui redditi reali e sulla fiducia di famiglie e imprese.

Il rischio evidenziato da Bankitalia è che uno shock inizialmente limitato ai prezzi dell’energia possa estendersi progressivamente all’intera economia, trasformandosi in un fattore strutturale di rallentamento della crescita.

Portafogli settimanali FTAOnline. Segnali operativi a scelta su: Etf azionario globale - Etf leva 3 long su azioni, bond, commodity, forex - Etf leva a 3 short su azioni, bond, commodity - Principali titoli del Ftse Mib - Titoli tecnologici USA del paniere Fang+ - Maggiori titoli dell’Eurostoxx 50 - Titoli del paniere Granolas (11 grandi aziende europee). Per avere maggiori informazioni ufficiostudi@ftaonline.com o +39 375 642 2515 anche via WhatsApp. Acquista il servizio a condizioni particolarmente vantaggiose a https://buy.stripe.com/9B63cugAx4Ycc7xdsj53O3n