Telecom UE, ecco perché il big tech Usa aspetta con ansia il DNA
pubblicato:Il Digital Networks Act affronterà il tema critico delle infrastrutture di rete, che poi saranno il 'corpo' dell'AI. Appuntamento il 20 gennaio, ma le ultime voci indicano un approccio meno duro del previsto con il big tech Usa (nonostante le pressioni opposte delle tlc UE)

La prossima direttiva europea sui network digitali, il Digital Networks Act (DNA), sarà un altro punto di svolta nell’equipaggiamento normativo del Vecchio Continente che somiglia sempre di più a un freno e sempre meno a uno stimolo delle attività strategiche nel campo della tecnologia.
I soldi in gioco restano comunque tantissimi e l’assetto che si darà al mercato critico delle telecomunicazioni disegnerà anche il profilo del Continente da quasi subito.
Per intenderci l’intelligenza artificiale, che a torto a ragione la maggior parte degli osservatori ritiene rivoluzionaria quanto la macchina a vapore, avrà bisogno di cloud e reti veloci, quindi i vettori di questi nuovi servizi saranno la leva indispensabile per la loro valorizzazione.
Non stupisce che tutto il big tech a stelle e strisce tenda le antenne, da Meta ad Amazon, da Alphabet a Microsoft. Senza considerare che poi, mentre si consuma la guerra di Hollywood tra Netflix e Paramount Skydance per la conquista di Warner Bros Discovery, il premio finale sono le nostre piattaforme a casa che poi si basano ancora una volta sulle telecomunicazioni.
Sono tanti miliardi insomma e le scelte sono previste a breve. Come ordine di grandezza si può prendere il trilione, mille miliardi di euro, a tanto ammonta, secondo diverse stime (prendiamo quella di Connect del 2023, quando a tanto ammontava tutto il mercato digitale UE, comprensivo di pubblicazioni elettroniche e intrattenimento digital, ossia il 4,7% del Pil), il mercato delle telecomunicazioni europeo con annessi servizi digitali vari e infrastrutture soft e hard.
In particolare la Commissione Europea aveva previsto di approvare la proposta entro il quarto trimestre del 2025, ma adesso è in programma una presentazione della bozza del nuovo DNA da parte della finlandese Henna Virkunnen, la vicepresidente della Commissione UE alla Sovranità tecnologica, alla Sicurezza e alla Democrazia il prossimo 20 gennaio 2026 al Parlamento Europeo per l’approvazione.
Fuor di organigramma burocratico sono in gioco gli assetti dell’infrastruttura digitale europea, compresa la gestione della connettività con servizi di satelliti in orbita bassa, come quella fornita dagli americani della Starlink di Elon Musk, o lo smantellamento della ormai obsoleta (ma non priva di valore) rete in rame in favore della posa della rete in fibra ottica che in Italia è passata di recente da Telecom Italia e un pool di soggetti guidati da KKR con CDP e altri. Un altro tema caldo se si considera che, qualora si concretizzasse quest’anno la prevista fusione con Open Fiber, l’altro grande player della fibra italiana, TIM potrebbe ottenere un earn-out fino a 2,5 miliardi di euro.
Un riassetto su un modello wholesale basato sulla concentrazione in un monopolista wholesale della rete fissa che rischia però si essere superato dal 5G e dal 6G o anche dal satellite se il mercato dovesse trovare un nuovo e diverso assetto per le tlc anche italiane.
TLC, il Digital Networks Act si occuperà anche di sicurezza
Di temi tanto roventi si occuperà il DNA che quindi affronterà anche sicurezza dei dati e della loro veicolazione tramite interventi sul Cybersecurity Act. Nel lessico evolutivo della contemporaneità tecnologica ci sono infatti anche gli HRV (High-Risk Vendor), i venditori ad alto rischio, ossia i fornitori terzi di servizi critici come quelli delle telecomunicazioni, basti pensare ai dispositivi di Huawei o ZTE (ma si potrebbe ribaltare sugli americani il tema in quanto extra-europei) al servizi delle infrastrutture tlc: la qualità e la filiera della certificazione di sicurezza del trattamento dei dati in questo ambito è diventata da tempo una questione di sicurezza continentale e sovranità e con lo sviluppo del 5G e del 6G lo sarà sempre di più.
Anche di questo si occuperà il DNA, come dei cavi sottomarini che collegano l’Europa al resto del mondo (con un ruolo angolare dell’Italia e di Sparkle).
TLC, il Digital Networks Act e il tema caldo degli investimenti che spaventa il big tech USA
C’è anche un tema di mercato interno dalle molteplici sfaccettature. Da tempo le telecomunicazioni chiedono di chiamare i grandi utilizzatori, ossia in primis il big tech Usa di Alphabet/Google o di Meta per esempio, a una partecipazione negli importanti investimenti che le infrastrutture di telecomunicazione da tempo richiedono per venire incontro alle citate e nuove esigenze del mercato che lo sviluppo dei nuovi servizi in cloud e per l’intelligenza artificiale sono destinati a moltiplicare.
Ma si passa anche per l’armonizzazione dello spettro, ossia per una politica coerente e integrata di gestione dell’etere su scala europea che potrebbe aprire a un mercato realmente transnazionale delle tlc.
L’armonizzazione delle licenze e nazionali in materia e delle politiche di attribuzione delle stesse (in genere tramite gara) tende a diventare più un’esigenza tecnologica che una scelta politica ormai, ma in passato Mario Draghi ha espresso il timore che un solo operatore o un paio di operatori si aggiudichino tutte le frequenze, segnalando quindi ancora una volta l’esigenza molto europea di bilanciare le esigenze di mercato con quelle della concorrenza.
Un lancio di ieri sera di Reuters raccoglieva indiscrezioni secondo cui in realtà il big tech USA avrebbe poco da temere dalla nuova normativa che invece sarebbe meno dura del temuto con Google o con Amazon nonostante la chiamata forte delle tlc europee a un ruolo di peso nei necessari importanti finanziamenti delle infrastrutture di rete.
Un passo decisivo in questa direzione- quella del necessario investimento nelle infrastrutture di telecomunicazione, nei server e quant'altro - è venuto in Italia e in Europa dal consolidamento in atto del settore, ossia dalla concentrazione degli operatori per sterilizzare gli eccessi della concorrenza sul prezzo e ottenere la dotazione patrimoniale necessaria ai capex richiesti. Una soluzione tutta declinata sui vari mercati nazionali che nuove norme eventuali su M&A e fusioni in questo settore potrebbe proiettare su un quadro armonico continentale. Con il rischio però che non siano richiesti oneri specifici ai big statunitensi dei contenuti e delle tecnologie dell'AI (da Google a Meta a Netflix) e che quindi alla fine in Europa si concentrino i veri oneri e in America si spediscano i veri profitti.
Senza dubbio il timore dei dazi e dei toni sovranisti di Trump è reale, ma di certo il tema non si esaurirà con il prossimo 20 gennaio.
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