Dazi USA, la Corte Suprema limita Trump: commercio sotto il controllo del Congresso
pubblicato:Stop alle tariffe imposte con l’emergenza nazionale: riaffermata la separazione dei poteri negli USA

La Corte Suprema ferma i dazi di Trump: non è solo commercio, è equilibrio dei poteri
La decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti – sei giudici favorevoli e tre contrari – va ben oltre la politica commerciale.
I giudici hanno stabilito che il presidente non può usare l’International Emergency Economic Powers Act per imporre dazi generalizzati, perché quella legge consente di reagire a emergenze nazionali ma non attribuisce esplicitamente il potere di creare nuove tariffe: materia che la Costituzione riserva al Congresso.
In sostanza la Corte ha affermato un principio preciso: l’emergenza non può diventare uno strumento permanente di politica economica.
Trump non può invocare una minaccia straordinaria ogni volta che vuole correggere gli squilibri commerciali o esercitare pressione diplomatica. Il protezionismo, negli Stati Uniti, resta prima di tutto una decisione parlamentare.
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Effetti immediati: pochi, ma solo in apparenza
Nel breve periodo la realtà probabilmente cambierà meno di quanto sembri.
La Casa Bianca ha già chiarito che i dazi resteranno uno strumento centrale e verranno riproposti utilizzando altre basi legali:
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Sezione 232 – sicurezza nazionale (acciaio, auto, energia)
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Sezione 122 – squilibri della bilancia dei pagamenti (limitata nel tempo)
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Sezione 201 – tutela dell’industria domestica
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Sezione 301 – pratiche commerciali scorrette
La differenza però è fondamentale: queste procedure richiedono indagini, consultazioni e limiti temporali. Non permettono più dazi immediati e globali come leva politica.
In altre parole, Washington potrà ancora imporre tariffe… ma non più in modo rapido, discrezionale e permanente.
Il vero impatto: istituzionale e finanziario
La sentenza è soprattutto una riaffermazione della separazione dei poteri.
La Corte Suprema ha ricordato che gli Stati Uniti restano una repubblica parlamentare, non un sistema in cui la politica commerciale dipende esclusivamente dall’esecutivo.
Questo cambia la percezione del rischio politico globale: i partner commerciali sanno ora che le tariffe americane sono meno imprevedibili e più vincolate a procedure legali.
C’è poi la questione dei rimborsi. Migliaia di imprese potrebbero chiedere la restituzione dei dazi pagati, con stime che oscillano tra 130 e 400 miliardi di dollari.
Non a caso, dopo la sentenza, i Treasury hanno subito pressioni: il mercato ha iniziato a prezzare un possibile aumento del debito pubblico.
La reazione dei Treasury è stata quindi piuttosto intuitiva: dopo la sentenza i prezzi dei titoli di Stato americani sono scesi e i rendimenti sono saliti. Il motivo non è tanto commerciale quanto fiscale.
Bloccando gran parte dei dazi, la Corte Suprema ha aperto due possibili problemi per i conti pubblici.
Da un lato c’è il rischio di rimborsi alle imprese che hanno pagato tariffe poi dichiarate illegittime — parliamo di cifre molto elevate, nell’ordine di centinaia di miliardi.
Dall’altro vengono meno anche entrate future: negli ultimi anni i dazi erano diventati una fonte stabile di gettito.
Se lo Stato incassa meno e deve restituire soldi, dovrà finanziarsi di più sul mercato emettendo nuovi titoli.
Più offerta di bond significa prezzi più bassi e rendimenti più alti.
In sostanza, la decisione è stabilizzante dal punto di vista istituzionale, ma per il mercato obbligazionario implica maggior deficit potenziale e quindi tassi probabilmente più elevati più a lungo.
La battaglia non è finita
Trump ha reagito duramente, promettendo nuovi dazi “completamente testati e accettati come legge”. La Casa Bianca insiste che le tariffe restano essenziali per proteggere industria e salari americani, mentre la Corte ha voluto chiarire che anche gli obiettivi economici devono restare dentro i limiti costituzionali.
La conseguenza è chiara: la stagione del protezionismo non termina, ma cambia forma.
Da arma politica immediata diventa un processo negoziale e legale più lento.
E questo, per i mercati globali, conta più del singolo dazio:
non elimina le tensioni commerciali, ma riduce l’incertezza arbitraria.
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