Trump contro JPMorgan: lo scontro che mette Wall Street in una posizione scomoda

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
4 min

La causa da 5 miliardi contro Dimon segnala un aumento dell’imprevedibilità politica per il sistema finanziario USA

Trump contro JPMorgan: lo scontro che mette Wall Street in una posizione scomoda

La causa intentata dal presidente Donald Trump contro JPMorgan Chase e il suo CEO Jamie Dimon segna un nuovo punto di frizione nei rapporti tra la Casa Bianca e Wall Street, mettendo in luce una contraddizione sempre più evidente nell’agenda economica dell’amministrazione: da un lato la promessa di deregolamentazione e sostegno alle grandi banche, dall’altro un atteggiamento politico sempre più conflittuale e imprevedibile nei confronti degli stessi istituti.

Trump accusa JPMorgan di contrastarlo per ragioni politiche

Con una richiesta di risarcimento da 5 miliardi di dollari, Trump accusa JPMorgan di aver chiuso nel 2021 i conti suoi e delle sue società per ragioni politiche, sostenendo di essere stato deliberatamente emarginato dal sistema bancario.

La banca respinge con forza le accuse, affermando di non chiudere conti per motivi politici o religiosi e di agire esclusivamente sulla base di valutazioni di rischio legale e regolamentare.

Il caso si inserisce in una narrativa che Trump porta avanti da anni, secondo cui le grandi banche avrebbero cercato di “debankare” lui e altri esponenti conservatori.

Il contenzioso arriva in un momento particolarmente delicato per il settore finanziario statunitense.

Il programma di deregolamentazione dell’amministrazione Trump

Le grandi banche sono infatti considerate tra le principali beneficiarie del programma di deregolamentazione dell’amministrazione Trump, che include alleggerimenti sui requisiti di capitale, una revisione più morbida della vigilanza bancaria e un atteggiamento favorevole verso le grandi fusioni.

Secondo alcune stime, queste misure potrebbero liberare fino a 200 miliardi di dollari di capitale, rafforzando la redditività del settore.

Eppure, parallelamente, le banche si trovano a operare in un contesto politico sempre più ostile e incerto.

Oltre alla causa contro JPMorgan, Trump ha preso di mira anche Capital One, Bank of America e Goldman Sachs, criticandole pubblicamente o avviando azioni legali.

La misura del tetto sugli interessi delle carte di credito

A questo si aggiunge la proposta – definita da Dimon un “disastro economico” – di imporre un tetto del 10% ai tassi di interesse sulle carte di credito, una misura che ha colto il settore completamente di sorpresa e che riflette le pressioni politiche legate al tema del costo della vita in vista delle elezioni di midterm.

Il risultato è un clima in cui le banche stanno vincendo alcune battaglie regolamentari, ma perdendo in visibilità e stabilità politica.

Come osservano diversi analisti, non si tratta più solo del rischio di ritorsioni normative, ma anche di azioni legali dirette da parte della presidenza.

Questo sta costringendo gli istituti a rivedere le proprie strategie di relazione con Washington.

Aumenta la spesa per attività di lobbying delle principali banche

Non a caso, la spesa per attività di lobbying delle principali banche è aumentata di quasi il 40% nel quarto trimestre del 2025, e sono nate nuove iniziative come l’American Growth Alliance, pensata per influenzare il dibattito politico in modo più strutturato.

Dal punto di vista legale, la causa di Trump appare tutt’altro che semplice da vincere.

I contratti bancari tendono a favorire gli istituti, che hanno ampi margini di discrezionalità nella chiusura dei conti e non sono obbligati a fornire spiegazioni dettagliate.

Per prevalere, Trump dovrà dimostrare che la decisione di JPMorgan è stata motivata esclusivamente dalle sue opinioni politiche, e non da valutazioni di rischio reputazionale o normativo.

Ancora più complessa appare la denuncia per diffamazione commerciale, basata sull’accusa di una presunta “lista nera” condivisa con altre banche, un’ipotesi che JPMorgan nega e che, secondo molti esperti, non rientra facilmente nei casi tipici di diffamazione commerciale.

Il procedimento potrebbe inizialmente concentrarsi su questioni procedurali, come il tentativo di JPMorgan di spostare il caso da un tribunale statale della Florida a una corte federale, più favorevole agli imputati aziendali.

È probabile che la banca cerchi una rapida archiviazione; in caso contrario, potrebbe crescere la pressione per un accordo extragiudiziale, soprattutto considerando il peso regolamentare e politico del gruppo.

Per ora l’impatto sui mercati è stato limitato

Dal punto di vista dei mercati, per ora l’impatto è stato limitato: i titoli bancari hanno continuato a muoversi in linea con l’andamento generale, e molti investitori ritengono che la causa non sposterà in modo significativo l’equilibrio del settore.

Tuttavia, il messaggio di fondo è chiaro: le grandi banche americane operano oggi in un contesto in cui i benefici della deregolamentazione convivono con un rischio politico elevato e difficilmente prevedibile.

In sintesi, il caso JPMorgan–Trump non è solo una disputa legale, ma il simbolo di un rapporto sempre più ambiguo tra la Casa Bianca e Wall Street: un rapporto fatto di vantaggi economici potenziali, ma anche di pressioni, attacchi pubblici e incertezza strategica, che nel tempo potrebbe incidere sulle scelte di investimento, sulla gestione del rischio reputazionale e sul ruolo delle grandi banche nell’economia americana.

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