Ucraina, l’Europa si arma ma l’Italia resta indietro: il rischio di diventare irrilevanti
pubblicato:Roma sceglie la prudenza e si sfila dalle esercitazioni dei Volenterosi: in gioco non c’è solo il peso geopolitico, ma anche la grande partita dell’industria europea della difesa

L’Europa sta accelerando sul fronte della difesa e del sostegno militare all’Ucraina, ma non tutti procedono alla stessa velocità. Mentre Regno Unito e Germania rafforzano deterrenza, armamenti e capacità strategiche, l’Italia sceglie una linea molto più prudente.
Una distanza che rischia di trasformarsi non soltanto in minore peso geopolitico, ma anche nell’esclusione da una parte della grande partita industriale della difesa europea.
Ucraina, l'Europa accelera ma l'Italia resta ai margini: Londra e Berlino scelgono la deterrenza
L'Europa sta entrando in una nuova fase della guerra in Ucraina. Non si tratta più soltanto di decidere quanti sistemi d'arma trasferire a Kiev, ma di costruire una capacità europea autonoma di deterrenza nei confronti della Russia, soprattutto mentre il contributo americano diventa meno prevedibile.
Ed è proprio su questo terreno che stanno emergendo differenze sempre più profonde tra i principali Paesi europei.
Il caso più evidente è quello del Regno Unito.
Dal governo conservatore di Boris Johnson fino all'attuale esecutivo laburista di Andy Burnham, Londra ha mantenuto una notevole continuità strategica: la sicurezza dell'Ucraina viene considerata parte integrante della sicurezza britannica ed europea.
Burnham lo ha ribadito pochi giorni fa dichiarando che il sostegno britannico continuerà «al 100%».
E alle dichiarazioni sono seguite decisioni concrete.
Londra e Kiev hanno appena concluso un accordo sulla difesa basata sull'intelligenza artificiale e il Regno Unito consentirà a MBDA di condividere informazioni classificate relative a componenti dello Storm Shadow/SCALP, con l'obiettivo di permettere all'Ucraina di sviluppare capacità produttive proprie.
Non è neppure soltanto una scelta militare. Il Regno Unito ha impegnato 3,75 miliardi di sterline di assistenza militare nel 2026 e mantiene l'impegno di almeno 3 miliardi l'anno nel lungo periodo.
Berlino cambia passo: quasi 12 miliardi per poter colpire in profondità
Forse ancora più significativa è però la trasformazione della Germania.
Berlino sta progettando investimenti per quasi 12 miliardi di euro destinati a nuove capacità di attacco a lunga distanza.
L'obiettivo strategico è permettere alla Bundeswehr, nell'eventualità di un conflitto, di colpire obiettivi situati molto dietro le linee avversarie: posti di comando, aeroporti, sistemi missilistici e infrastrutture logistiche.
Il programma comprende diverse categorie di sistemi e prevede anche lo sviluppo con Londra di capacità europee di nuova generazione.
È un cambiamento enorme per la Germania postbellica.
Il ragionamento che sta emergendo a Berlino è sostanzialmente quello della deterrenza convenzionale: non prepararsi necessariamente a combattere una guerra, ma disporre di strumenti sufficientemente credibili da rendere estremamente costoso per Mosca iniziarla.
E questo punto diventa ancora più importante se gli Stati Uniti riducono progressivamente il proprio ruolo nella sicurezza europea.
L'Italia sceglie invece una linea molto più prudente
Il contrasto con Roma è evidente.
Il governo Meloni ha ribadito il sostegno alla sovranità e all'integrità territoriale dell'Ucraina e ha annunciato l'invio di ulteriori generatori elettrici per aiutare Kiev a proteggere la rete energetica durante l'inverno.
Quindi parlare di un'Italia che "abbandona l'Ucraina" sarebbe eccessivo.
Ma sul piano militare la distanza rispetto agli alleati più interventisti sta aumentando.
L'Italia ha infatti deciso di non partecipare alle grandi esercitazioni della Coalizione dei Volenterosi previste per ottobre e novembre, mantenendo la linea contraria all'impiego di militari italiani in Ucraina.
Ed è probabilmente qui che si trova il vero problema politico, più ancora dei generatori.
Generatori, assistenza civile e sostegno alla rete energetica sono utili.
Ma mentre Londra trasferisce tecnologia missilistica e competenze sull'AI militare, Berlino costruisce capacità di deep strike e Francia, Germania e Regno Unito assumono la guida operativa della Coalizione, Roma rischia progressivamente di trovarsi lontana dal tavolo nel quale viene progettata la futura architettura della sicurezza europea.
Il passo indietro dell’Italia e lo scontro politico
A rendere ancora più evidente la distanza tra Roma e alcuni dei principali partner europei è la decisione italiana di non partecipare all’esercitazione su larga scala della Coalizione dei Volenterosi, annunciata da Emmanuel Macron per ottobre e novembre con l’obiettivo di verificarne «la prontezza operativa e la capacità di agire» una volta terminate le ostilità.
Fonti di governo hanno spiegato che la scelta è coerente con la posizione mantenuta finora dall’Italia, che esclude la presenza di propri militari sul territorio ucraino.
Parallelamente, Roma punta sull’invio di generatori elettrici anziché su nuovi sistemi d’arma, una linea che ha immediatamente alimentato lo scontro politico.
Carlo Calenda ha accusato Giorgia Meloni di essere condizionata dagli equilibri interni alla maggioranza e, in particolare, dalle posizioni di Matteo Salvini e Roberto Vannacci, arrivando a definire il governo «codardo» e incapace di «tenere la barra dritta» sul sostegno a Kiev.
Al di là della durezza delle accuse dell'opposizione, il punto politico rimane: mentre Londra, Berlino e Parigi stanno aumentando il proprio coinvolgimento nella futura architettura di sicurezza dell'Ucraina, l'Italia sceglie deliberatamente un profilo più defilato.
Una scelta che può ridurre i rischi di coinvolgimento diretto, ma che potrebbe avere come contropartita un minore peso italiano quando verranno decisi gli equilibri della sicurezza europea del dopoguerra.
Il rischio per l'Italia non è soltanto geopolitico
C'è infatti anche una questione industriale.
L'aumento strutturale della spesa militare europea sta creando uno dei più importanti cicli di investimento degli ultimi decenni: missili, droni, satelliti, difesa aerea, cybersecurity, AI militare, sistemi di comando e controllo.
Chi partecipa alla definizione delle nuove capacità militari europee non ottiene soltanto maggiore influenza politica: orienta standard, programmi comuni, commesse e catene produttive.
Per questo l'eventuale marginalizzazione italiana potrebbe avere conseguenze anche per l'industria nazionale della difesa.
Ed è forse questo il punto più interessante della situazione: la questione non è essere "bellicisti" o "pacifisti". È decidere quale ruolo l'Italia voglia avere nell'Europa che nascerà dopo questa guerra.
Regno Unito e Germania sembrano aver fatto una scelta: indipendentemente dal colore politico dei governi, ritengono che la capacità di deterrenza sia una componente della sovranità europea.
L'Italia continua invece a muoversi con maggiore cautela, anche per gli equilibri politici interni.
La prudenza può naturalmente evitare alcuni rischi. Ma se diventa strutturale ha un costo: quando gli altri decidono quali strumenti costruire, quanto spendere e quale strategia adottare, chi rimane fuori dalle decisioni difficilmente potrà pretendere di guidarle in seguito.
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