USA-Iran, segnali di pace, ma i mercati restano prudenti
pubblicato:Recuperi frazionali dei mercati europei dopo i 'sospetti' record di Wall Street (e del Ftse MIB) anche il petrolio incamera i segnali di pace a un ritmo misurato.
I rischi restano incorporati nei rendimenti del sovereign che suggeriscono ancora prudenza

Segnali di pace importanti giungono dal Medioriente, ma i mercati rimangono cauti. Il presidente Usa Donald Trump ha annunciato che Israele e Libano hanno concordato un cessate il fuoco di 10 giorni a partire dalle 23 europee di ieri sera.
Secondo l’agenzia stampa Tasmin News vicina ai pasdaran, l’Iran approva il cessate il fuoco libanese e lo inserisce tra i punti concordati nella tregua tra Iran e Stati Uniti mediata dal Pakistan.
Il presidente USA Trump ha anche annunciato che un incontro tra Stati Uniti e Iran potrebbe già tenersi nel weekend e che un’estensione del cessate il fuoco di due settimane annunciato lo scorso 6 aprile (e quindi in scadenza il prossimo mercoledì 22 aprile) è possibile. Trump si è spinto a dichiarare poco dopo che la guerra “dovrebbe finire molto presto”.
Oggi a Parigi una videoconferenza guidata da Francia e Regno Unito cercherà di riunire 40 nazioni non belligeranti, ma pronte a contribuire a sminare e liberare lo Stretto di Hormuz appena ci saranno le condizioni per farlo: una chiara pressione europea visto che la missione delle navi militari e delle dragamine di questi ‘volenterosi’ escluderebbe esplicitamente le parti belligeranti, ossia Stati Uniti, Israele e Iran.
I segnali in direzione di una prossima composizione della crisi insomma non mancano e nei giorni scorsi anche i nuovi massimi storici registrati a Wall Street da Nasdaq ed S&P 500, pur con tutta la cautela di diversi operatori, sembrano avere anticipato un ottimismo forse persino eccessivo dei mercati. Oggi la prudenza sembra prevalere, pur in un generale contesto costruttivo in questa ultima seduta di ottava.
USA-Iran, i mercati azionari UE recuperano, ma solo in parte
In queste ore il future sull’Euro Stoxx 50 segna un rialzo dello 0,51% a 5.907 punti, non proprio un rally. I suoi movimenti forniscono interessanti spunti di analisi del sentiment degli operatori.
Dopo aver perso fino al 15% dai massimi del 26 febbraio immediatamente precedenti lo scoppio della nuova crisi del Golfo (range 6.209 pt del 26-02-26 / 5.306 pt del 23-03-26), il derivato sul paniere dei primi 50 titoli europei ha recuperato in maniera importante, un +11% sui minimi del 23 marzo in queste ore.
Uno strappo al rialzo rilevante si è avuto proprio l’8 aprile nella prima seduta dopo il cessate il fuoco di due settimane ora in scadenza, quando il future ha superato con un gap up le medie mobili esponenziali (EMA) a 100 e 200 sedute.
Un movimento assai simile si è visto sul Dax tedesco, mentre il Ftse MIB italiano ha fatto anche meglio e aggiornato ieri, complici alcuni dossier bancari specifici come MPS e Banco BPM e il peso dei titoli energetici sul paniere, i massimi dal 2000 a oggi a 48.454 punti.
Recuperi un po’ vertiginosi, sia nei listini del Vecchio Continente che a Wall Street, che sono da ponderare con molta prudenza. Non solo per il pericolo di bull trap, ossia di falsi segnali rialzisti, ma anche perché la qualità dei segnali che alimentano questa rimonta (il processo negoziale sull’Iran) e gli avvisi più pessimistici dell’FMI e di altri importanti osservatori, conservano una elevata incertezza sullo scenario.
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USA-Iran, i mercati del debito pubblico sono molto più cauti
In tal senso va probabilmente interpretata la forte crescita del premio al rischio sul debito sovrano europeo in primis che mostra una maggiore diffidenza degli operatori su queste asset class.
Il future dell’Eurex sul Bund tedesco ha perso fino al 4,81% da 130,5 a 124,28 euro e recuperato solo in minima parte il terreno perduto (attualmente quota a 125,44 euro).
Il future sul BTP italiano si è mosso in maniera simile con un affondo da 122 a 114 euro recuperato solo molto parzialmente dagli attuali 117,55 euro.
Stessa cosa si può notare per il future sui Treasury USA a 10 anni (che in questa crisi notoriamente non hanno seguito il dollaro nell’apprezzamento da bene rifugio): dal massimo a inizio crisi iraniana del 2 marzo a 114,19 dollari, sono scesi fino a 109,75 dollari e ora sono a 111,31 dollari.
Naturalmente se si capovolge sui rendimenti si ottiene un parallelo messaggio di prudenza: in un mese il rendimento del Treasury 10 anni è cresciuto di 4 punti base al 4,30%, quello del Bund tedesco di ben 57 punti base al 3,02% e quello italiano di ben 28 punti base.
Rendimenti del debito pubblico a 10 anni | |||
|---|---|---|---|
Paese | Oggi | 27-02-2026 (pre-crisi) | 31-12-2025 |
Stati Uniti (Treasury) | 4,30% | 3,95% | 4,17% |
Regno Unito (Gilt) | 4,76% | 4,23% | 4,47% |
Giappone | 2,42% | 2,11% | 2,07% |
Germania (Bund) | 3,02% | 2,65% | 2,86% |
India | 6,90% | 6,68% | 6,57% |
Italia (BTP) | 3,79% | 3,27% | 3,51% |
France (Oat) | 3,66% | 3,21% | 3,56% |
Spain (Bono) | 3,47% | 3,06% | 3,29% |
Variazione media in basis point | 39,5 | 22,75 |
Le dinamiche dei rendimenti ci dicono quindi che il mercato del debito sovrano ha registrato un aumento del rischio importante nell’ultimo mese e che anche i segnali positivi degli ultimi 10 giorni non hanno scalfito in maniera sostanziale un innalzamento medio dei meriti di credito sovrano a doppia cifra nelle maggiori economie.
Si tratta di un segnale che va in direzione opposta a quella decisamente più ottimista o quantomeno più costruttiva dei maggiori indici azionari. Contraddizioni che non sono mai da sottovalutare sul mercato.
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USA-Iran, vendite sul petrolio dopo gli ultimi segnali, nel medio termine c'è un certo ottimismo
Né si può chiudere questa breve panoramica senza parlare del protagonista petrolio.
Il WTI ‘americano’ oggi mostra un certo ottimismo: valeva 67 dollari al barile a fine febbraio ed ha toccato con la crisi iraniani record pluriennali a 117 dollari, prima di ripiegare sugli attuali 91 dollari: in questo momento segna un calo del 3,89% sul riferimento che conferma un certo ottimismo sulla riapertura dello Stretto di Hormuz.
‘Ottimista’ anche il calo del Brent ‘europeo’ che cede il 2,2% e si riporta a 96,05 dollari al barile dopo aver toccato il 19 marzo dei record a 112,12 dollari: la distanza dai neanche 70 dollari al barile del pre-crisi resta molto importante. Il timore che i prezzi dell’energia e con essi l’inflazione viaggino a due velocità nei prossimi mesi tra Vecchio e Nuovo Continente pure.
Nel medio periodo però le strutture dei prezzi dei future di WTI e Brent mostrano comunque un ottimismo importante sulla ricostruzione dei flussi di oil.
Sia i derivati sul Brent che quelli sul WTI sono in forte backwardation, ossia i prezzi per le consegne nei mesi a venire sono più bassi di quelle delle consegne più immediate, segno che ci si aspetta un calo delle quotazioni.
Per essere più chiari il future sul Brent passa dai 96 dollari di adesso, a 96 dollari a luglio, a 82,5 dollari a novembre e a 80,5 dollari nel gennaio 2027.
In parallelo i derivati sul WTI passano da 91 dollari a $ 83,6 a luglio, a $ 75,7 a novembre e a $ 74,1 a gennaio 2027.
Fiducia quindi in una prossima ripresa dei flussi energetici e in una compressione degli impatti della crisi?
Secondo la maggior parte degli osservatori e analisti, meglio una prudenza costruttiva, come quella di Barclays, che suggerisce ancora stamane i titoli più sicuri, investment grade, su quelli a più alto rendimento, o quella di Goldman Sachs, che mantiene la prospettiva non certo bullish di due rialzi dei tassi d’interesse della BCE quest’anno, nonostante i ridimensionamenti dei prezzi dell’energia.