Asia-Pacific in netto recupero. Nikkei 225 guadagna il 2,88%
pubblicato:Dopo una partenza d'ottava in recupero per Wall Street (migliore dei tre principali indici newyorkesi il Nasdaq Composite, apprezzatosi dell'1,38% lunedì), alla riapertura degli scambi sui mercati asiatici la tendenza in positivo si trasforma in un rally grazie al dietrofront del petrolio, tornato sotto 90 dollari al barile dopo avere sfiorato i 120 dollari. Sotto pressione per il sell-off dei giorni scorsi Donald Trump ha promesso che la guerra all'Iran terminerà prima del previsto e che la U.S. Navy vigilerà sul passaggio delle petroliere nello Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% della produzione globale di greggio. Per Bob McNally, president di Rapidan Energy citato dalla Cnbc, è stata registrata "la più grande interruzione di sempre" per la supply chain del greggio. Più grave persino della crisi di Suez del 1956 quando Gran Bretagna, Francia e Israele invasero la penisola egiziana del Sinai, bloccando circa il 10% dell'approvvigionamento globale di oro nero. Il clima di netto recupero per la regione si concretizza intanto in un rally superiore al 3% per l'indice Msci Asia-Pacific, Giappone escluso.
Sul fronte valutario il Bloomberg Dollar Spot Index, paniere che monitora la divisa americana nei confronti delle altre dieci maggiori monete del mondo, è in declino di circa lo 0,30% a fronte di un rafforzamento di oltre lo 0,20% per lo yen sul biglietto verde. A Tokyo il Nikkei 225 guadagna il 2,88% (fa poco peggio l'indice più ampio Topix, apprezzatosi del 2,47%). Sul fronte macroeconomico, nel quarto trimestre 2025 il Pil del Giappone è cresciuto dello 0,2% annuo, dopo il declino del 2,3% del terzo, ampiamente sopra allo 0,2% della prima lettura preliminare. Su base sequenziale l'economia nipponica ha invece segnato un'espansione dello 0,3% contro la precedente contrazione dello 0,6% e il rialzo dello 0,1% del dato flash. In gennaio la spesa delle famiglie nipponiche è diminuita dell'1,0% annuo, in miglioramento rispetto al 2,6% di dicembre ma contro il rialzo del 2,4% del consensus. Su base sequenziale i consumi sono invece scesi del 2,5% contro il 2,2% precedente e la crescita dello 0,8% attesa dagli economisti.
In gennaio-febbraio le esportazioni dalla Cina, calcolate in dollari, sono rimbalzate del 21,8% annuo, in decisa accelerazione rispetto al progresso del 6,6% di dicembre (5,9% in novembre) e ampiamente sopra al 7,1% del consensus di Reuters. Il dato relativo ai primi due mesi dell'anno viene abitualmente accorpato visto che comprende le lunghe festività del Capodanno lunare, caduto il 17 febbraio per il 2026. Le importazioni sono invece salite del 19,8% annuo, contro il 5,7% precedente (1,9% in novembre) e il 6,3% stimato dagli economisti. Tutte in positivo le piazze cinesi. Shanghai Composite e Shanghai Shenzhen Csi 300 guadagnano lo 0,65% e l'1,28% rispettivamente, contro un netto progresso dell'1,84% per lo Shenzhen Composite. Molto bene anche Hong Kong: a meno di un'ora dallo stop alle contrattazioni l'Hang Seng è infatti in rialzo di circa l'1,90% (fa peggio l'Hang Seng China Enterprises Index, sottoindice di riferimento nell'ex colonia britannica per la Corporate China, comunque con una crescita intorno all'1,30%). A Seoul è stato del 5,35% il rimbalzo registrato dal Kospi, mentre a Sydney è stata dell'1,09% l'espansione dell'S&P/ASX 200 in chiusura della sessione.
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