Banche e titoli di Stato UE, una relazione a rischio, ma forse il vero pericolo sono gli hedge fund
pubblicato:Per la BCE gli istituti di credito possono gestire il rischio di Doom Loop, ma nuovi rischi vengono dai fondi speculativi che hanno sempre più influenza e impatto

L’indice Euro Stoxx Banks, che riassume l’andamento delle maggiori banche europee e classifica al terzo posto Unicredit (peso 9,7%) e al quinto posto Intesa (7,5%), ha toccato i 322 punti a metà agosto dopo un lungo rally. Oggi vale 290 punti, quindi ha perso l’11% dai massimi.
Il Ftse Italia Banche, che traccia i principali istituti italiani, valeva a Ferragosto 41.634 punti e vale ora 36.950, quindi ha perso il 12,67% dai top.
Nello stesso lasso di tempo il rendimento a 10 anni dell’Eurozona è cresciuto del 12,9% dal 3,62% al 4,16%
Sembra quindi che un legame critico ci sia ancora. Quel terribile nesso della crisi del debito sovrano UE, che qualcuno ha chiamato sovereign Doom Loop, potrebbe essere ancora in piedi.
Succedeva quando le vendite sui titoli di Stato UE si traducevano in vendite su titoli bancari e finanziari che affossavano i listini azionari in un circolo vizioso.
Il meccanismo è noto, quando le vendite colpiscono i titoli di Stato, alzano i rendimenti chiesti dal mercato, ma al tempo stesso comprimono i prezzi dei titoli in circolazione e questo si può tradurre per i grandi detentori come banche e assicurazioni in svalutazioni di importanti portafogli obbligazionari. Ma non è così, almeno secondo la BCE.
Circolo vizioso tra banche e titoli di Stato? Secondo la BCE oggi si può gestire
Nel suo discorso dello scorso maggio a Francoforte la presidente del consiglio di supervisione della BCE Claudia Buch, in pratica la responsabile del ramo indipendente della Banca centrale europea incaricato della vigilanza bancaria UE, cominciava così:
“Dopo quasi venti anni dalla crisi finanziaria globale, il nesso tra banche e debito sovrano si è indebolito e non è più fonte di preoccupazione prudenziale”
L’Unione Europea ha fatto in altre parole i compiti a casa e marginalizzato i rischi di venti anni fa attraverso due azioni principali:
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la creazione di un processo di gestione delle crisi bancarie affidato al bail-in in cui alla fine pagano azionisti, creditori, fondi di categoria (in Italia FITD, ndr) e non i contribuenti
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il rafforzamento patrimoniale delle banche stesse anche a seguito di una forte pressione regolamentare. Dal 2014 a oggi il capitale Tier 1 risk -based è quasi raddoppiato per le banche UE e anche il ratio CET 1 è molto cresciuto
Banche e titoli di Stato, un legame sorvegliato
Il nesso tra i titoli di Stato e le banche è per molti versi strutturale e inevitabile. I titoli del debito pubblico sono fondamentali per la gestione della liquidità degli istituti e godono di una ponderazione molto favorevole in bilancio.
Al tempo espongono gli istituti ai tassi d’interesse e al rischio di credito (e le banche lo sanno).
Attualmente le partecipazioni bancarie in titoli di Stato sono a circa il 9,3% del totale degli attivi e inferiori al passato nel rapporto al CET1 capitale (170%).
Per avere un metro di paragone, negli Stati Uniti (dove il decennale in questo momento ha un rendimento del 5,34%, quindi più di un punto percentuali in più che in Europa) attualmente le banche commerciali hanno in portafoglio circa 4,76 trilioni di Treasury e simili su un totale di 25,92 trilioni di attivi, quindi circa il 18% circa. Ma questa misura ha un perimetro più ampio di attivi e potrebbe essere compressa al 7,9% limitandosi agli asset non-MBS. Comunque sia è chiaro che siamo nello stesso campionato.
Il rafforzamento patrimoniale ha comunque rafforzato in maniera decisiva la capacità degli istituti di assorbire le perdite e durante le crisi le banche più capitalizzate tendono a stabilizzare il mercato del sovereign.
Le banche hanno inoltre eroso la dipendenza dai titoli di Stato domestici che coprono ormai meno del 30% di tutto il portafoglio obbligazionario sovrano.
Un altro canale di contagio si potrebbe individuare nei prestiti a famiglie e imprese che in fasi di crisi possono deteriorarsi e generare per le banche una crisi degli NPL, ma con l’NPL ratio sceso al 2%, non sembra un allarme immediato.
Più spinoso il tema del rapporto tra banche e titoli di Stato derivante dai supporti fiscali che in tempi di crisi gli Stati hanno fornito al credito, spesso in forma di garanzie.
In definitiva però per la BCE i progressi mirati degli ultimi 20 anni hanno compresso il rischio di contagio tra banche e di titoli di Stato rendendolo in definitiva gestibile.
A una conclusione simile arriva anche un rapporto della Banca dei regolamenti internazionali (BIS) di luglio.
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Banche, quei titoli al costo ammortizzato hanno un impatto minore, ma nuovi pericoli vengono dal mondo degli hedge fund
Oltretutto le banche detengono la maggior parte dei titoli di Stato (il 59% secondo i calcoli di Morningstar DBRS) al costo ammortizzato, un criterio contabile che mitiga gli impatti delle oscillazioni di mercato di breve periodo e ripara in qualche modo i bilanci bancari.
Proprio gli ex PIGS sono i Paesi dove questo scudo è più adottato, in Italia il 66% del portafoglio bancario di debito sovrano è valutato al costo ammortizzato.
Perdite prolungate su questi attivi nel tempo presenterebbero comunque il conto, ma la consistente dotazione patrimoniale degli istituti in questi anni sembra potere bilanciare gli impatti, come anticipato.
Piuttosto il rapporto della BIS evidenzia un altro fattore sempre più preoccupante: la crescente influenza e il potenziale impatto su banche e sovereign delle istituzioni finanziarie non bancarie e dello shadow banking.
Gli stessi hedge fund che hanno raddoppiato negli ultimi anni dal 4,5% all’8,5% la quota complessiva di tutti i titoli di Stato USA in circolazione.
Gli stessi hedge fund che avrebbero contribuito non poco agli ultimi sell-off del debito sovrano di qua e di là dall’Atlantico.
Un report della Fed di giugno evidenziava che soltanto sui titoli di Stato USA questi investitori speculativi per definizione contavano nel settembre 2025 4 trilioni di dollari di esposizioni, 2,4 trilioni in posizioni rialziste e 1,6 trilioni di posizioni ribassiste. A maggio la stessa Fed evidenziava che la leva degli hedge fund rimaneva stabile sui record storici.
Il cosiddetto basis trade degli hedge fund, che gli permette di guadagnare sulle differenze di prezzo tra i Treasury e i loro future, è stato visto come un grande rischio, ma si starebbe ridimensionando, lo hanno indicato la Fed e anche alcuni analisti di Morgan Stanley più di recente.
Appena pochi giorni fa però il Financial Times riportava che diversi fondi quant, la frontiera da anni della commistione tra tecnologie automatizzate e finanza, avevano registrato grossi profitti dalle vendite globali di titoli di Stato. Si aggiungevano ai guadagni accumulati con la crisi iraniana.
Difficile dire se siano forze sane del mercato o distorsioni speculative, se lo sviluppo delle regole che ha messo in sicurezza le banche abbia creato occasioni di business per la shadow finance. Di certo lo scenario anche per i titoli di Stato si è fatto ancora più popolato e complicato.