Tasse sui Buyback? Ecco cosa sono e come funzionano in Italia
pubblicato:Usi e abuso di uno strumento sempre più diffuso. Secondo i rumors il governo valuterebbe un'aliquota del 2%: non sarebbe una novità internazionale, basta capire cosa si fa

Il governo valuta una tassa del 2% sui buyback delle banche (e forse non solo), un modo per recuperare un miliardo di euro da chi negli ultimi due anni ha fatto 46 miliardi di utili netti.
È l’apertura di un ragionamento sulle risorse nello stato larvale della nuova legge finanziaria che dovrà essere discussa.
Si tratta per certi versi dell’alternativa a un ulteriore prolungamento delle DTA che già hanno garantito anticipi di cassa (ma non soldi veri, solo una sorta di prestito) per oltre 4 miliardi fra il 2025 e il 2026 dopo gli accordi dello scorso settembre.
Se qualche apertura alla tassazione dei buyback, forse tra il 2 e il 3%, forse non soltanto delle banche, è arrivata da Marco Osnato dei Fratelli d’Italia (oltreché dalla Lega che ha aperto il caso con il pizzicotto di Giancarlo Giorgetti), Antonio Tajani di Forza Italia si è subito messo di traverso. Come l’Associazione Bancaria Italiana, il forzista ricorda l’accordo già fatto e invoca la fine delle persecuzioni dopo i pasticci degli anni scorsi. Qualcuno malizioso ricorda il peso dei Berlusconi in Forza Italia e le loro quote in Banca Mediolanum, ma andrebbe ricordato che a fine luglio i Doris hanno escluso investimenti delle nuove risorse in buyback.
C’è molta confusione insomma e sicuramente qualche approfondimento sui buyback può essere utile.
Buyback, gli usi e gli abusi più diffusi
I buyback, ossia i riacquisti di titoli propri da parte di società quotate, generalmente azioni ordinarie, ma non solo (sono possibili i riacquisti di obbligazioni, a volte permessi da specifiche clausole per i bond redimibili), sono di nuovo all’attenzione.
Di nuovo perché negli ultimi due anni i buyback hanno guadagnato un posto d’onore nella cronaca finanziaria per merito soprattutto di Unicredit, che ha chiaramente affiancato buyback miliardari al pagamento di dividendi in contanti nella generale politica di remunerazione dei soci.
Quando una società quotata ricompra i propri titoli, generalmente con l’obiettivo di annullarli, finisce per limitarne il numero disponibile, quindi per aumentarne il valore. Meno sono più valgono si potrebbe dire a braccio, ma è più completo precisare che gli stessi utili che ogni anno la società produce, vengono ripartiti in un numero di azioni minore, quindi l’utile per azione della società cresce e di lì, generalmente, il valore del titolo.
Fin qui niente di male (almeno che non si faccia a debito...), anzi, la scuola americana, quella del maggiore mercato del mondo, insegna da tempo che i riacquisti di azioni proprie da parte dei gruppi possono essere e sono decisamente un modo legittimo di ridare valore ai soci, anche se meno diretti di un dividendo in contanti o anche in azioni (queste peraltro anche acquistabili con un buyback).
In passato in realtà, ma soprattutto negli Stati Uniti, diversi analisti più smaliziati, compreso decenni orsono Benjamin Graham, il mentore di quel Warren Buffet che domani compie 95 anni, hanno denunciato pericoli meno apparenti.
In particolare da decenni spesso le società forniscono grandi quantitativi di azioni ai manager della società per pagarli con stock option e altro. Le stock option (opzioni di acquisto di azioni), gli stock grant (assegnazione generalmente gratuita di azioni) e altri strumenti affini sono in genere subordinati al raggiungimento virtuoso di determinati obiettivi (che andrebbero verificati e valutati), che non sempre poi si dimostrano troppo sfidanti.
In alcuni casi si è notato persino che l’ammontare di tale azioni date in pagamento al management era tale da costituire un pericolo di diluizione del valore di tutte le azioni della stessa società e in qualche caso l’ammontare dei buyback guarda caso si è posto proprio sul valore necessario a bilanciare queste nuove emissioni di titoli.
Malizie ormai diffuse da decenni (che suggeriscono attenzione), ma per il mercato italiano delle relative novità, perché fino agli anni più recenti i buyback sono stati uno strumento marginale.
Sia chiaro: non è il caso di Unicredit: la banca di Piazza Gae Aulenti ha pagato sui risultati del 2024 un dividendo di 2,4 euro, tra acconto e saldo, restituendo direttamente in contanti ai soci oltre 3,72 miliardi di euro.
Ma ha aggiunto a questa ricca distribuzione, l’ultima di una serie di risultati che l’hanno posta al centro dell’attenzione fra le banche italiane ed europee, ben 5,7 miliardi di euro di riacquisti di titoli propri ossia buyback, di cui solo 1,7 miliardi già completati.
Si tratta di un livello incomparabile con i 996 milioni di euro massimi di azioni gratuite (fino a 102 milioni circa) che i piani di incentivazione dal 2019 al 2024 prevedono per manager e dipendenti (per il 2025 a parte fino a 7,1 milioni di azioni).
Va considerato anche che, a differenza di altri settori dove è possibile distribuire dividendi anche ricorrendo a riserve (quindi superiori a tutti gli utili realizzati nell’anno), per le banche serve un via libera della Bce ai piani di impiego del capitale.
Ma soprattutto va considerato un altro vantaggio per le banche, ossia il fatto che sulle azioni proprie comprate con i buyback non si paga il dividendo e quindi anche per questa via gli utili per azione effettivi crescono. Comunque Unicredit ha stretto un patto chiaro con i soci indicando per il periodo 2025-2027 una distribuzione annuale superiore al 2024 e un dividendo in contanti pari al 50% dell’utile netto e di distribuzioni addizionali, inclusa l’eventuale distribuzione di capitale in eccesso (ossia oltre il CET 1 ratio del 12,5-12,3%).
Buyback, non solo banche, ecco i casi più importanti di Piazza Affari
Unicredit è stata l’apripista del buyback bancario come sistema ufficiale di remunerazione degli azionisti (oltre il dividendo in contanti), ma è in ampia compagnia. Intesa Sanpaolo il 26 maggio scorso ha varato un buyback fino a 2 miliardi di euro (non oltre 1 miliardo di azioni, su circa 17,8 miliardi di titoli in tutto).
Altri sono alieni a questo metodo, fino a giugno per MPS quella del buyback era solo un’ipotesi, per Bper esclusi buyback per tre anni. Esclusi anche per la sua preda Popolare di Sondrio. Fineco prevede solo piccoli riacquisti al servizio del sistema incentivante (lo 0,04% di tutto il capitale per i consulenti finanziari). Lo scorso novembre Mediobanca ha avviato un piano di buyback da 385 milioni di euro, mentre già controllava l’1,8% del proprio capitale (avendo speso 216 milioni circa).
È questo lo schema più generale, peraltro va subito precisato che in Italia per le società quotate esiste un limite nell’acquisto del 20% massimo del capitale sociale (scende al 10% per le non quotate), oltretutto spesso vincolato dalle delibere su importi in denaro molto minori. Va considerato anche che oggi i dividendi sono tassati già in Italia al 26%.
L’Ansa ha comunque calcolato che le prime tre banche italiane hanno ripagato i soci con buyback oltre i 15 miliardi di euro negli ultimi due anni complessivamente.
Ma molte grandi società di vari settori approvano da anni piani di buyback, spesso a servizio dei piani di remunerazione dei soci, ultimamente forse più corposi in passato. La compagnia assicurativa Generali ha avviato un buyback da 500 milioni di euro nel solo 2025 specificando di volere affiancare in questo modo la remunerazione del dividendo.
La società dei pagamenti digitali Nexi prevede nel 2025 il ritorno di capitale agli azionisti per 300 milioni in dividendi in contanti e per altri 300 milioni di euro in contanti.
Il gruppo franco-italiano dei chip STM nel giugno 2024 ha lanciato un buyback per complessivi 1,1 miliardi di euro.
Il colosso dei cavi Prysmian a febbraio ha terminato un buyback da 375 milioni di euro e quello del cemento Buzzi ha in essere un buyback da 400 milioni di euro.
Il 16 maggio Eni ha avviato un piano di buyback da 1,5 miliardi di euro (fino al 10% del capitale).
A fine luglio Enel ha avviato un buyback da 1 miliardo di euro (fino al 4,87% del capitale proprio).
Hera ne ha uno in essere fino a 240 milioni di euro.
Si tratta insomma di una pratica diffusa, né la tassazione del buyback sarebbe una novità su scala internazionale. Biden introdusse una tassazione dei buyback negli Stati Uniti dell’1%, mentre la Francia è volata di recente all’8% racimolando oltre un miliardo di euro (più o meno quanto si dice il governo voglia raccogliere) senza che le operazioni poi sparissero. Non è crollato il mondo insomma, come probabilmente non crollerebbe in Italia. Al più forse alcuni buyback non vedrebbero più la luce o sarebbero limitati. Basta che si sappia quel che si fa e si sia trasparenti con il mercato e i risparmiatori.