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Italia: a sorpresa l’economia regge, ma per quanto?

di Giovanni Digiacomopubblicato:
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I dati dell'economia restano positivi, in qualche caso battono anche le attese, come per l’occupazione. Ma inflazione, guerra e debito non permettono facili ottimismi. Ecco cosa va (ancora) bene, ecco cosa si teme

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L’economia italiana fa meglio delle attese, è incontestabile. Ma sono chiari anche i segnali di tempesta che giungono dall’inflazione, dal quadro globale, dall’industria.

Un po’ a sorpresa l’Italia tiene in questa stagione di cambiamento, ma si registrano un record dell’occupazione e una crescita del Pil che battono le stime e ci trovano inaspettatamente forti mentre le sfide si moltiplicano.

Ecco perché nessuno festeggia, l’inverno sarà duro, tra caro bollette, guerra, crisi industriali e ristagno della domanda. Per ora però qualche raggio di sole Roma lo incassa.

Ecco cosa succede all’economia italiana e cosa si prepara nei prossimi mesi alla luce degli ultimi dati.

Il Pil continua a crescere

Pochi giorni fa l’Istat ha pubblicato i dati dei conti economici del terzo trimestre. Confermate nei tre mesi la crescita congiunturale del Pil dello 0,5% e la crescita tendenziale del 2,6%.

C’è stato dunque un rallentamento, ma la crescita tiene e quella acquisita per il 2022 è del 3,9% Sono risultati in miglioramento anche i maggiori aggregati della domanda interna, con un +1,8% dei consumi finali e un +0,8% degli investimenti sul trimestre precedente (su base annua si cresce del 2,7% e del 9,2% rispettivamente).

La domanda estera netta ha invece mostra un calo del’1,3% e flette anche la domanda delle pubbliche amministrazioni (-0,1% su base tendenziale e -0,2% sui base congiunturale).

In recupero per il sesto trimestre consecutivo i servizi e specialmente commercio, trasporto, alloggio e ristorazione (in due parole turismo e consumi), mentre flettono agricoltura, industria in senso stretto e costruzioni.

Le ore lavorate restano stabili su base congiunturale a 10,84 milioni, ma crescono del 2,7% su base tendenziale e mostrano discrepanze tra il -2,2% rispetto a un anno fa dell’agricoltura e il +3,9% dell’industria (+3,4% in senso stretto e +5,2% le costruzioni).

Italia e lavoro

Il lavoro è sempre in Italia un indicatore fondamentale, anche perché i problemi del Paese in questo campo sono immani e le crisi di industrie strategiche una triste costante. Risulta quindi inatteso e gradito l’ultimo ottimo dato dell’Istat sull’occupazione di ottobre. In un anno si sono creati quasi 500 mila occupati, soprattutto grazie all’aumento dei dipendenti che hanno raggiunto quota 18,25 milioni.

In pratica il tasso di occupazione è cresciuto al 60,5% sul record dal 1977, che poi è il primo anno della serie storica. In calo al 7,8% la disoccupazione e al 34,3% il tasso di inattività. Alla fine di ottobre in Italia c’erano 23,23 milioni di occupati, 1,97 milioni di disoccupati e 12,75 milioni di inattivi tra i 15 e i 64 anni.

Ancora una volta le differenze di genere pesano però: il tasso di occupazione dei maschi è del 69,5%, quello delle femmine del 51,4%; la disoccupazione maschile è al 6,8%, quella femminile al 9,2 per cento.

iù in dettaglio i dipendenti sono 18,24 milioni, di cui 15,26 milioni sono i contratti a tempo indeterminato in crescita di ben 117 mila unità rispetto a settembre, mentre flettono di 18 mila unità a 2,98 milioni i contratti a termine.

I lavoratori indipendenti sono 4,98 milioni e calano di 17 mila unità sul mese precedente.
In un anno dunque 496 mila nuovi occupati cui si accennava: 502 mila sono a tempo indeterminato, mentre flettono di 35 mila unità in contratti a termine. Tutto bene dunque?

Italia, cosa dicono le imprese

In fasi come questa e ormai sempre più spesso gli economisti distinguono spesso con puntiglio i lagging indicator e i leading indicator.

I lagging indicator sono gli indicatori storici, come quelli appena illustrati: mostrano per definizione un ritardo sullo stato attuale dell’economia (anche qualche mese può cambiare parecchio le prospettive e spesso le tendenze già in corso dell’economia si manifestano più tardi rispetto a questi pur sofisticati rilievi). To lag significa appunto restare indietro.

I leading indicator nelle fasi di cambiamento (ma ormai il cambiamento è una costante) sono ritenuti spesso più affidabili per la valutazione dei trend futuri. Sono degli “indici anticipatori”, ossia capaci (in teoria, ma spesso anche in pratica) di misurare tendenze in atto non ancora maturate nel set di dati storici.

Uno dei principali, soprattutto per l’Italia, è il PMI del settore manifatturiero italiano che è uscito proprio ieri e si è attestato a 48,4 punti per il mese di novembre, battendo le attese (47 punti) e la rilevazione precedente (46,5 punti).

Si tratta comunque di una contrazione (il livello sotto quota 50 indica questo) e per giunta della quinta contrazione consecutiva del vitale settore manufatturiero. In calo sono in particolare la produzione e i volumi di nuovi ordini.

Di cosa parliamo? L’indice PMI manufatturiero è un’indagine periodica (mensile in questo caso) condotta con questionari ai responsabili acquisti di circa 400 aziende manufatturiere italiane (PMI significa Purchasing Managers Index, ossia indice dei responsabili acquisiti).

Pesa al 30% i nuovi ordini, al 25% la produzione, al 20% il livello di impiego, al 15% i tempi di consegna dei fornitori, al 10% le giacenze degli acquisti. Fornisce dunque in tempo reale il “sentiment”, ossia l’”umore” delle imprese della manifattura, essenziali – come noto – in Italia.

Purtroppo, anche se migliore delle attese, il PMI manufatturiero conferma una contrazione dei nuovi ordini alle imprese.

Le aziende hanno segnalato una domanda ancora povera e in alcuni casi persistente carenza di materiali per la produzione che hanno ostacolato gli sforzi. Le imprese e i loro buyer – come vengono spesso chiamati i responsabili acquisti – percepiscono una debolezza della domanda che si collega all’incertezza dei clienti e ai prezzi più alti. Anche le esportazioni di novembre hanno segnato un forte calo.

Per far fronte alle esigenze produttive le imprese hanno comunque continuato ad assumere e il livello degli ordini ricevuti, ma non ancora evasi, è diminuito per il sesto mese di seguito.

C’è inoltre un segnale di stabilizzazione che giunge dalle giacenze: si sono fermate sui livelli di ottobre sia per le materie prime, che per i semilavorati, che per i prodotti finiti. Crescevano da cinque mesi.

Il tasso di inflazione è rimasto elevato, ma è calato rispetto a ottobre, anche se le imprese hanno comunque aumentato i prezzi di vendita. Da questo insieme di fattori è scaturito un leggero miglioramento dell’ottimismo guidato da una speranza di ripresa della domanda.

Italia: inflazione, inflazione, inflazione

Proprio l’inflazione è la minaccia maggiore dell’Italia di fine 2022. Tassi di interesse in crescita modificano già profondamente il contesto macroeconomico e intanto i prezzi raggiungono record che non si vedevano da decenni.

Le stime preliminari di novembre indicano una crescita dei prezzi dello 0,5% sul mese precedente e dell’11,8% su base annua (NIC al lordo dei tabacchi). Non si vedevano questi livelli dal 1984. È un altro mondo.

L’inflazione di fondo, ossia quella più “strutturale” al netto di energetici e alimentari freschi, a novembre è cresciuta del 5,7% su base annua, quella al netto degli energetici soltanto è aumentata del 6,1% In altre parole poco meno della metà dei rincari deriva dalla bolletta energetica.

Aumentano anche i prezzi del “carrello della spesa” (l’aggregato Istat di beni alimentari, cura della persona e della casa), ma di poco. I servizi essenziali per l’abitazione, l’acqua, l’elettricità e i combustibili crescono a novembre del 56,3%

Un’ecatombe, che purtroppo rischia di pesare ancora una volta sui più fragili e giustifica l’impiego di 21 miliardi su 31 della nuova manovra contro il caro bollette di famiglie e imprese nei primi tre mesi del 2023.

Non sarà facile, siamo ancora all’inizio dell’inverno, e molti osservatori temono poi che le maggiori criticità sull’energia verranno l’anno prossimo. L’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi ha dichiarato che l’inverno più duro sarà quello 2023-2024 se non potenzieremo le nostre infrastrutture.

Italia: le misure del governo

È forse questo il quadro più attuale dell’economia italiana in generale. Il Documento programmatico di bilancio per il 2023 ha mostrato la necessaria prudenza, cercando di privilegiare le decisioni necessarie. Il fatto però che la previsione di crescita del Pil 2022 sia crescita dalla stima iniziale di un +3,3% a un incremento del 3,7% conferma comunque un quadro meno buio delle previsioni.

Lo scenario programmatico indica ora una crescita dello 0,6% del Pil nel 2023 e una dell’1,9% nel 2024. Quest’anno registreremo comunque un pesante rapporto deficit/Pil del 5,6% (livello già stimato dal DEF di aprile).

Il deficit nominale dovrebbe comunque flettere al 4,5% l’anno prossimo e al 3,7% nel 2024. Rispetto al DEF migliora invece la previsione sul rapporto Debito/Pil che dovrebbe chiudere il 2022 al 145,7% dal 150,3% del 2021 per poi scendere al 144,6% e al 142,3% del Pil nel 2023 e nel 2024.

Livelli comunque elevatissimi e resi ancor più pericolosi nel contesto di un rialzo rapido dei tassi, di forti rincari energetici e di una discussione Ue sulla governance europea che l’Italia dovrà gestire al meglio.

Tutto da vedere insomma, ma finora, tutto sommato, le cose vanno meglio del previsto.

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