Petrolio, la corsa del greggio incoraggia le azioni di Eni
pubblicato:Il gruppo aggiorna i piani al 2030 e alza gli obiettivi di remunerazione dei soci, in termini di dividendi e di buyback. Se il greggio superasse il 90 dollari ci sarebbe anche una cedola straordinaria. Ecco i numeri, ecco le strategie

All’assemblea del prossimo 6 maggio 2026 Eni proporrà un dividendo da 1,10 euro in crescita del 5% rispetto a quello dell’anno scorso e pari ai prezzi della chiusura di ieri (€ 23,935) a un rendimento del 4,6% circa (dividend yield).
La compagnia guidata dall’ad Claudio Descalzi intende anche lanciare un nuovo piano di racquisto di titoli propri da 1,5 miliardi di euro quest’anno (buyback), l’altra gamba della politica di remunerazione dei soci che, con l’exploit delle quotazioni dell’idrocarburo, potrebbe crescere ancora, fino a un massimo di 4 miliardi di euro.
Eni, più remunerazione per gli azionisti e spunta la possibilità di un dividendo straordinario
Da venerdì 27 febbraio, il giorno prima degli attacchi all’Iran, a oggi il titolo di Eni ha guadagnato il 21% in Borsa: il legame diretto con le quotazioni di gas e petrolio era già chiaro, ora si fa esplicito.
Se la media dei prezzi del petrolio greggio Brent superasse quest’anno i 90 dollari al barile, i flussi di cassa incrementali della società sarebbero distribuiti ai soci con un dividendo straordinario. Sarebbe una iattura per l’economia europea e italiana, ma per la compagnia del cane a sei zampe, che domina una risorsa sempre più scarsa, sarebbe una grossa opportunità.
Anzi Eni con l’aggiornamento del piano industriale al 2030 ha rafforzato ulteriormente la politica di remunerazione degli azionisti portandola dal 35-40% al 35%-45% di CFFO (Cash Flow From Operations). Il CFFO di Eni, che tecnicamente in italiano è il Flusso di cassa netto ante variazione circolante al costo di rimpiazzo adjusted, è la leva di riferimento per il ripagamento dei soci e quindi conviene guardarlo da vicino: nel 2025 ha perso circa un miliardo di euro tornando a 12,5 miliardi di euro circa, nel 2026 dovrebbe scendere ancora e attestarsi all’11,5 miliardi di euro, ma in compenso sale fino al 45% la quota che Eni ne potrebbe distribuire agli azionisti in buyback e dividendi con la ricca prospettiva di una crescita annuale media del 14% da quest’anno al 2030, fino a un totale di flussi di circa 71 miliardi di euro in 5 anni con un apice di 17 miliardi nel 2030.
Più nel breve un CFFO di 11,5 miliardi quest’anno significa un potenziale di risorse per gli azionisti tra i 4 e i 5,1 miliardi di euro.
Con un Brent fino a 90 dollari, il 60% dei flussi incrementali andrebbe in buyback, oltre i 90 dollari di media del Brent o se prezzi del gas e margini di raffinazione superassero del 50% lo scenario di budget di Eni, scatterebbe il dividendo straordinario.
Resta essenziale quindi fissare lo scenario base del cane a sei zampe per il 2026: Brent a $ 70 quest’anno e il prossimo; EUR/USD a 1,15; margine di raffinazione di 6 dollari al barile; TTF a 36 € MWh.
Eni ha calcolato che ogni dollaro al barile in più sul Brent si traduce in 260 milioni di ebit adj. pro forma e in 110 milioni di CFFO prima del circolante netto.
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Eni, satelliti e scoperte per ripagare i soci
La restituzione di valore agli azionisti è sempre di più il mantra della società di San Donato che ancora una volta accelera su almeno tre direttrici, il modello satellitare di co-sviluppo e valorizzazione delle varie componenti di un portafoglio di asset sempre più differenziato, la dotazione di una divisione core E&P (esplorazione e produzione di gas e petrolio) sempre più ricca e la disciplina fiscale orientata ai flussi di cassa da trasformare in cedole o in riacquisti di azioni proprie (che riducendo il numero di titoli sul mercato aumenta il valore di Borsa, al punto che il numero di azioni di Eni si è ridotto del 17% dal 2021 a oggi).
Il modello satellitare portato avanti con successo da Eni da anni, ha registrato una nuova pietra miliare con il riassetto di Plenitude, l’ammiraglia della distribuzione di energia (e servizi) a famiglie e imprese, del parco di centrali da fonti rinnovabili, della mobilità elettrica.
In pratica è stato varato un aumento di capitale asimmetrico di Plenitude da 1,5 miliardi di euro dei quali almeno 1 miliardo provenienti dalle casse di Ares, fondo di investimento statunitense con oltre 600 miliardi di dollari di asset in gestione che co-controllerà Plenitude con Eni, che manterrà comunque il 65% e il coordinamento della compagnia.
Gli obiettivi di Plenitude sono confermati: entro il 2030 15 GW di capacità installata e 15 milioni di clienti.
In pratica, dopo gli investimenti sonori di EIP, Ares mette un altro miliardo in un satellite di Eni che in termini di enterprise value implicito raggiunge i 13,1 miliardi di euro e a fine 2025 aveva una capacità rinnovabile installata di 5,8 GW.
Eni prevede che Plenitude raggiunga quest’anno un ebitda di 1,3 miliardi di euro e lo porti poi a oltre 2,5 miliardi nel 2030.
Esplorazione e produzione di idrocarburi restano un’eccellenza di Eni che ha calcolato di aver scoperto risorse 11 miliardi di barili equivalenti di petrolio negli ultimi 11 anni e di questi 900 milioni di barili soltanto l’anno scorso, con un tasso organico di rimpiazzo del 167% che è un unicum nell’industria, dal Nord Africa, all’Africa subsahariana, dal Sudamerica all’Indonesia, il modello di esplorazione duale dà sempre più prova di sé.
Si tratta di una delle strategie distintive che accompagna le scoperte di nuovi giacimenti con una monetizzazione anticipata che anticipa i flussi di cassa, in fondo è da lì che viene l’idea dei satelliti che ha permesso di incassare più di 13 miliardi dal 2013 e ha sorretto il titolo anche quando il petrolio greggio era più debole.
Nel 2030 Eni si attende una produzione di 850 mila barili di petrolio al giorno e fino ad allora conta di accrescere la produzione del 3%-4% l’anno.
Il gas naturale liquefatto in questo scenario è sempre più della partita: Eni è già leader delle FLNG (Floating Liquefied Natural Gas), le navi che immagazzinano, producono e trasformano il gas naturale in liquido adatto al trasporto con le metaniere. Un tema sempre più attuale tra guerra in Ucraina, dazi USA e conflitto in Iran…
In Indonesia Eni sta sviluppando importanti progetti con Petronas e ora punta anche al GNL dell’Argentina in partnership con YPF e XRG.
Eni, la transizione con Plenitude ed Enilive
Senza dimenticare il resto naturalmente che è la citata differenziazione negli asset della transizione, non solo Plenitude ma anche Enilive, il colosso delle pompe di benzina (5.000 Enilive station), delle colonnine di ricarica (13 mila punti), del car sharing (2.600 veicoli Enjoy): insieme le due hanno un enterprise value di oltre 23 miliardi di euro, poco meno di un terzo di quanto vale Eni a Piazza Affari.
Con il greggio che corre è difficile stare dietro alla capitalizzazione del cane a sei zampe, ma sicuramente Enilive darà il suo contributo con un ebitda di 1,1 miliardi di euro già quest’anno e ben 3 miliardi nel 2030.