Investire in India oggi: occasione storica o rischio sopravvalutato?

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
5 min

Mercati emergenti, volatilità e lungo periodo: come (e quando) inserire l’India in un portafoglio di investimento

Investire in India oggi: occasione storica o rischio sopravvalutato?

Di fronte a numeri come quelli diffusi dal governo di Nuova Delhi, la domanda è quasi inevitabile: ha senso investire oggi in India oppure il treno è già passato?

La risposta, come spesso accade sui mercati, non è né un sì entusiasta né un no secco. Dipende dall’orizzonte temporale, dalla tolleranza al rischio e dal ruolo che l’India può avere all’interno di un portafoglio ben costruito.


L’India che cresce (davvero)

Che l’India abbia superato il Giappone in termini di dimensione economica è un segnale potente, anche se il sorpasso formale dovrà essere certificato dal Fondo Monetario Internazionale. Con un PIL stimato a 4,18 trilioni di dollari e prospettive di crescita che la porterebbero a 7,3 trilioni entro il 2030, l’India è oggi uno dei motori principali dell’economia globale.

La crescita recente non è solo “statistica”:

  • +8,2% nel secondo trimestre dell’anno fiscale 2025-26, massimo degli ultimi sei trimestri;

  • trend strutturale sostenuto da demografia favorevole, urbanizzazione e aumento della produttività;

  • prospettiva concreta, entro pochi anni, di superare anche la Germania e diventare la terza economia mondiale.

È però fondamentale leggere questi dati con lucidità. Parte della comunicazione governativa ha una valenza politica interna, legata a importanti appuntamenti elettorali. Ma questo non cancella il fatto che il trend di fondo sia reale e riconosciuto anche dagli osservatori internazionali.


Dimensione economica non significa ricchezza diffusa

Qui sta il primo grande punto di attenzione per l’investitore.
L’India è una potenza economica per dimensione, non per benessere medio.

  • PIL pro capite India: 2.694 dollari

  • Giappone: 32.487 dollari

  • Germania: 56.103 dollari

Il divario è enorme. Questo significa due cose importanti:

  1. 1.

    Spazio di crescita potenziale molto elevato nel lungo periodo.

  2. 2.

    Forti disuguaglianze interne, che rendono il percorso meno lineare e più soggetto a tensioni sociali e politiche.

In altre parole, l’India cresce perché parte da più lontano. È esattamente questo che la rende interessante, ma anche più volatile rispetto alle economie mature.


Un’economia diversa dagli stereotipi

Spesso si associa l’India solo a manifattura a basso costo. In realtà, l’economia indiana moderna è molto più articolata:

  • Servizi ad alto valore aggiunto (IT, consulenza, outsourcing digitale);

  • Finanza e banche, centrali nell’indice azionario;

  • Tecnologia, anche se con un peso inferiore rispetto agli USA;

  • Materie prime e industria, inclusa l’automotive.

Un vantaggio competitivo spesso sottovalutato è il capitale umano:

  • alto numero di laureati in discipline STEM;

  • uso diffuso della lingua inglese;

  • integrazione profonda con Stati Uniti, Regno Unito ed Europa.

Questo ha attirato negli anni multinazionali globali, che non vedono l’India solo come mercato di sbocco, ma come hub produttivo e di servizi.


Mercato azionario: crescita sì, ma con scossoni

Dal punto di vista borsistico, l’India ha già corso molto. La crescita degli ultimi anni è stata poderosa, ma non priva di correzioni importanti. Ed è proprio questo il punto chiave per l’investitore.

Investire in India significa accettare:

  • maggiore volatilità rispetto ai mercati sviluppati;

  • rischio politico e regolamentare;

  • esposizione al cambio (in genere non coperta).

Allo stesso tempo, significa esporsi a uno dei pochi mercati con una storia di crescita strutturale credibile nei prossimi 10–20 anni.

Un indice rappresentativo come l’MSCI India include oltre 130 società, con una buona diversificazione settoriale:

  • finanziari ~27%;

  • beni ciclici ~13%;

  • tecnologia ~12%.

Questo riduce il rischio specifico, ma non elimina quello sistemico tipico dei mercati emergenti.


L’ETF: strumento semplice, ma non banale

Per un investitore europeo, l’accesso più razionale all’India passa da strumenti passivi come gli ETF.

Un esempio è l’Amundi MSCI India UCITS ETF (FR0010361683), che replica l’indice MSCI India:

  • fondo relativamente giovane (2018);

  • dimensione contenuta;

  • replica sintetica;

  • denominato in euro

  • costi annui 0,85%;

  • profilo di rischio 5 su 7 (medio-alto).

È uno strumento coerente con un’esposizione strategica, non tattica: non è pensato per “entrare e uscire”, ma per accompagnare un trend di lungo periodo, accettando fasi di volatilità anche marcata.


Allora: investire in India sì o no?

La risposta più onesta è: sì, ma non a occhi chiusi.

, se:

  • l’orizzonte temporale è lungo (almeno 7–10 anni);

  • l’India rappresenta una quota limitata del portafoglio (satellite, non core);

  • si accetta volatilità e rischio cambio;

  • l’obiettivo è partecipare a una crescita strutturale globale.

No, se:

  • si cerca stabilità di breve periodo;

  • si ha bassa tolleranza alle oscillazioni;

  • si investe inseguendo solo i titoli dei giornali.


In sintesi

L’India non è una scommessa speculativa, ma una storia di lungo periodo.

Non è “il nuovo Occidente”, ma una realtà diversa, più giovane, più instabile e proprio per questo potenzialmente più dinamica.

Investirci ha senso solo se inserita con disciplina all’interno di una strategia più ampia. Come spesso accade, il vero rischio non è il Paese, ma il modo in cui si investe.

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