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Italia, il PMI manifatturiero completa il quadro

di Giovanni Digiacomo pubblicato:
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Dopo Pil e inflazione, arrivano le opinioni dei direttori degli acquisti. La tornata di dati macroeconomici permette di fare il punto sull'economia in questa complicata fase di transizione

Italia, il PMI manifatturiero completa il quadro

Il dato di oggi sul PMI manifatturiero di S&P Global aggiunge un’altra importante prospettiva sull’economia italiana dopo le indicazioni giunte ieri dal Pil e dall’inflazione rilevati dall’Istat.

Da anni la percezione dei direttori acquisti delle imprese è un termometro fondamentale delle attività, specialmente nelle fasi di transizione e di incertezza come questa.

Per l’Italia, la seconda economia manifatturiera d’Europa, i segnali su nuovi ordini, produzione, lavoro, tempi di consegna e giacenze diventano ancora più preziosi.

Italia, la crisi della manifattura continua, ma c’è qualche luce

A luglio il PMI manifatturiero italiano ha registrato un miglioramento ed è passato da 43,8 punti a 44,5 punti, battendo anche il consensus degli analisti (44,2).

Va subito specificato che sotto la soglia dei 50 punti l’indicatore indica una contrazione delle attività manifatturiere, ma l’ultimo dato almeno riduce la distanza da questo livello critico.

Ciò non toglie che la manifattura italiana continua ormai da tempo a muoversi in un’area di crisi e su questo anche Tariq Kamal Chaudhry, Economist dell’Hamburg Commercial Bank (che produce questi report per S&P Global), non fa molti sconti:

“Con l’inizio del terzo trimestre, il manifatturiero italiano è rimasto bloccato in una recessione che ormai dura approssimativamente da un anno.
Il settore sta facendo i conti con un grosso calo della domanda, che riflette la contrazione della produzione, e il crollo del livello del lavoro inevaso e del volume degli acquisti.
Così come riportato da parecchie aziende campione, l’alta incertezza pare sia uno dei fattori principali della lunga e povera prestazione”

Anche luglio è stato insomma un mese sfidante per la manifattura italiana. La domanda è calata e al contempo si sono registrati importanti miglioramenti nella catena di approvvigionamento, con maggiore disponibilità di componenti e minori tempi di consegna.

Questo ha contribuito a un forte calo dei prezzi e si è riflesso in un peggioramento di produzione e di nuovi ordini.

Un quadro dunque al confine tra la crisi e la stabilizzazione, ma senza eccessi di allarme.

Le imprese sono infatti rimaste ottimiste sul futuro all’inizio del terzo trimestre del 2023. Si prevedono ancora una ripresa della domanda del mercato, degli investimenti in nuovi prodotti e poi del loro lancio. Lo conferma anche l’espansione dei livelli occupazionali.

Italia, l'economia dopo il dato sul Pil

Naturale dunque a questo punto tentare un raccordo di queste ultime indicazioni provenienti dalla manifattura italiana con le importanti indicazioni giunte ieri dall’Istat sull’economia italiana.

Nonostante anche l’ultimo giorno di luglio abbia confermato un 2023 brillante per l’azionario italiano (il Ftse MIB ha guadagnato il 25% circa da inizio anno, rimanendo soltanto dietro a Tokyo e Nasdaq), ieri infatti è arrivato un segnale decisamente brutto per l’economia italiana.

Il secondo trimestre 2023 ha infatti registrato la prima inversione di marcia della nostra economia dopo un lungo periodo di ripresa e crescita oltre le attese. I tre mesi a giugno si sono chiusi con un calo dello 0,3% del Pil rispetto a quello del primo trimestre dell’anno. Dal sorprendente +0,6% del primo quarto di quest’anno è più di una frenata, è un’inversione di marcia.

Su base tendenziale, ossia in confronto con il dato di un anno fa, resta un saldo positivo del +0,6%, ma a questo punto la crescita acquisita finora si ferma al +0,8%

Frenano agricoltura e industria e la moderata crescita dei servizi non bilancia. Forse è un po’ presto per dire che il turismo non copre il rallentamento dell’industria, ma di certo è un cattivo segnale da registrare con lucidità.

Oltretutto i servizi mostrano ancora una crescita, ancorché modesta, quindi è ancora presto per prevedere nel terzo trimestre un’altra contrazione congiunturale del Pil che manderebbe in recessione tecnica anche l’Italia.

Italia, l'economia dopo il dato sull'inflazione

Fra l’altro continuano a migliorare i dati sull’inflazione, anche se ci trovano chiaramente a metà del guado.

A luglio l’inflazione italiana è calata dal 6,4 al 6,0%, sotto le attese (6,1%).

L’inflazione sottostante, ossia al netto di energetici e alimentari freschi rallenta ancora, dal 5,6% al 5,2%.

Resta però fuori controllo la dinamica dei prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona: a luglio flettono dal +10,5% al +10,4%, ma è appunto una vittoria di Pirro.

E qui il quadro si fa più coerente, tra mille incertezze, con quello proveniente oggi dal PMI manifatturiero.

La manifattura oggi infatti ci dice che c’è stato un forte calo dei prezzi, una deflazione lungo la filiera. I costi dei fattori produttivi a luglio sono scesi al massimo mai registrato dall’aprile 2009 e il calo dei prezzi di vendita è stato il maggiore degli ultimi 14 anni.

Potrebbe anche essere un segnale per la Bce in vista delle prossime decisioni. Lo stesso report odierno evidenzia: “La debolezza della domanda ha causato il collasso dei prezzi di vendita per i beni manifatturieri, dato questo che forse sarà ben accolto dai responsabili della Banca Centrale e dai consumatori, ma che molto probabilmente limiterà i margini di profitto delle aziende”.

Il forte ricorso delle imprese manifatturiere alla giacenze è parso naturale nell’attuale contesto, ma, oltre a costituire un pericolo in prospettiva per la competitività, trova un’eco anche nella dinamica del Pil italiano che risente dei movimenti nelle scorte.

Attenzione dunque al valore preliminare dell’ultima rilevazione e alla concretezza economica dei segnali. Ancora una volta è necessario comunque salvare il dato di contesto

Ci ha pensato nel pieno del suo ruolo il Ministero dell’Economia:

“L’arretramento è leggermente superiore alle più recenti stime interne e appare principalmente dovuto alla caduta del valore aggiunto dell’industria, ma allo stato non influisce sulla previsione annua del Def; l’obiettivo [+1%, ndr] è ancora pienamente alla portata e si continuerà a perseguirlo con le politiche economiche di responsabilità prudente apprezzate in ambito internazionale”

Insomma attenzione, ma anche sangue freddo, questa è una fase di transizione per tutta l’economia europea e bisogna guardare in prospettiva.

A livello europeo ieri i dati di Pil e inflazione dell’Eurozona hanno mostrato rispettivamente un calo al 5,3% e una crescita dello 0,3% ma il dato dei prezzi e soprattutto l’inflazione sottostante ancora al 6,6% non fanno troppo sperare su una frenata decisa della Bce.

Aspettare la prossima tornata di dati con lucidità resta probabilmente la cosa più saggia da fare.