Flessibilità, l’Europa respinge le proposte del governo italiano
pubblicato:Bruxelles gela il dibattito sul patto di stabilità. Ecco come funzionano le clausole di salvaguardia e i vincoli del Patto. L'inflazione ha cambiato lo scenario sottolinea Roma in vista del Documento Programmatico di Finanza Pubblica, ma l'UE lascia la porta chiusa. Ecco su quali binari si muove Palazzo Chigi in questa congiuntura decisamente difficile

Nessuno spiraglio di dialogo per ora da Bruxelles. Nessuna apertura alle proposte italiane su una misura condivisa di flessibilità di bilancio rispetto al patto di stabilità.
La premier Giorgia Meloni ha inviato una lettera all'Esecutivo UE con la richiesta di una piattaforma comune di flessibilità fiscale alla luce della crisi dei prezzi energetici dovuta al conflitto in Iran (e in Ucraina).
Bruxelles resta al quadro attuale della clausola di salvaguardia, ecco come funziona
La portavoce Paula Pinho ha dichiarato in merito ai giornalisti: “Abbiamo già garantito maggiore flessibilità agli stati membri”, facendo probabilmente riferimento alla clausola di salvaguardia che garantiscono la possibilità di extra-deficit fuori dal conteggio dei parametri del Patto di stabilità.
Queste clausola (net escape clause) può valere fino all’1,5% del Pil in tre anni per spese in difesa.
Dentro il suo perimetro più di recente è stata introdotta la possibilità di inserire spese per la sicurezza energetica per lo 0,6% del Pil nel periodo 2026-2028 (max 0,3% annuo).
La clausola un’opzione dei Paesi membri più semplice per i Paesi che non sono nel braccio correttivo della procedura UE per eccesso di deficit come l’Italia, ma che non è a priori preclusa per Roma, salvo ovviamente la limitazione delle clausole sull’energia alle fonti rinnovabili e agli investimenti accessori della transizione energetica, come imposti da Bruxelles.
Clausola di salvaguardia, in gioco circa 36 miliardi per l'Italia (ma andrebbero comunque ripagati)
Fra l’altro il governo ha già chiesto al Parlamento (e ottenuto) l’autorizzazione ad attivare la clausola per 14,4 miliardi di euro per la sicurezza energetica e per 22 miliardi di euro per la difesa. La Commissione UE ha confermato di avere ricevuto la lettera UE lo scorso 11 settembre, ma poi l’aggiornamento dei conti ISTAT che ha confermato un deficit/Pil italiano del 3,1% ha lasciato l’Italia nella procedura per eccesso di deficit e complicato tutte le valutazioni in materia.
Quanto a questa nuova e diversa richiesta del governo italiano alla Commissione inviata con la lettera di Giorgia Meloni, ieri però la portavoce UE ha detto che l’Esecutivo UE non l’aveva ancora ricevuta.
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Flessibilità, il ragionamento di Roma sull'impatto dell'inflazione e i vincoli del Patto
I giornali hanno ricostruito però il nuovo approccio del governo italiano che richiede una maggiore flessibilità UE non soltanto in generale per evitare che le reazioni fiscali nazionali creino asimmetrie di fronte a una sfida comune, ma anche perché le condizioni di alcuni vincoli sono mutati.
Attualmente la procedura per eccesso di deficit UE impone dei limiti alla crescita della spesa netta dell’Italia in percentuale al Pil (segnatamente dall’ultimo documento di finanza pubblica +1,6% nel 2026, +1,9% nel 2027, +1,7% nel 2028 e +1,5% nel 2029).
Ora il ragionamento di Roma parte proprio dalla crisi in atto e dalle variabili macroeconomiche di contesto: quei limiti alla spesa netta erano posti sulla base di una previsione dell’inflazione limitata all’1,8% annuale, ma la crisi del Medioriente ha catapultato l’inflazione generale italiana (ed europea) su ben altri livelli, al 4,2% secondo le ultime rilevazioni preliminari dell’ISTAT sul mese di settembre dal 3,3% di agosto.
Su quella cifra hanno pesato i balzi a doppia cifra dei prezzi energetici, tanto che l’inflazione sottostante, privata di energia e alimentari non lavorati, è cresciuta ‘soltanto’ dall’1,5% all’1,7%, ma comunque l’andamento generale dei prezzi e quindi anche della spesa pubblica è senz’altro ben diverso da quello stimato prima della crisi da Roma e Bruxelles.
Potrebbe avere senso dunque rivedere i parametri alla luce dell’urgenza che molteplici equilibri del bilancio pubblico, non solo italiano reclamano per la crisi.
Il ragionamento è molto concreto, la premier ha infatti indicato che “la spesa direttamente interessata dall'inflazione sopra le stime pari al 20,4% del Pil. Cui si aggiungono altre componenti della spesa che saranno interessate già nel 2027 pari al 12,0% del Pil”.
In soldoni, anche calcolando solo sul Pil nominale 2025, significa che su spese iniziali di 462 miliardi circa e su ulteriori componenti per oltre 271 miliardi si è abbattuto un rincaro inflattivo che rischia conseguentemente di impattare sulla spesa netta del governo e quindi altera i fattori di bilancio che il governo deve mettere assieme.
Il non detto è che l’Italia, come la Francia e altri Paesi membri deve varare l’ultima manovra prima di importanti appuntamenti elettorali nel 2027 e deve quindi, più ancora che in altre occasioni, fornire una risposta forte a cittadini spaventati da una dinamica sempre più incontrollabile dei prezzi.
L'urgenza cresce questa settimana in vista della definizione del quadro generale della finanza pubblica che dovrebbe essere sintetizzato dal nuovo Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP) da inviare a Bruxelles entro il 15 ottobre, ma che dovrebbe essere approvato proprio oggi 2 ottobre 2026 dal consiglio dei ministri.
La crisi iraniana e il rincaro del greggio, dei raffinati, dei fertilizzanti e così via (e si potrebbero da un’altra direzione aggiungere per esempio i chip di memoria per data center e AI) ha fornito un impulso inflattivo esogeno al perimetro delle variabili fiscali domestiche dei Paesi membri e allo stesso campo di intervento diretto della BCE, un’inflazione da offerta, non da domanda insomma, sulla quale è più difficile agire in maniera efficace, ma non meno necessario.
Il non detto comprende anche una situazione dei conti pubblici italiani perennemente minacciata da un debito elevato, un debito/Pil al 138,6% previsto per ora nel 2026, che nonostante un avanzo primario importante dell’1,2% deve comunque confrontarsi con una spesa per interessi che nel 2025 è stata di 72,4 miliardi di euro circa (il 3,2% del Pil) e deve comunque essere affrontata, manovra o no, procedura per eccesso di deficit o meno.
Anche sul fronte della spesa nella transizione è coerente e corretto pensare così l’ultima evoluzione della clausola di salvaguardia, visto che si tratta di un approccio di lungo periodo. Ma nel breve disconoscere le esigenze più immediate di cittadini e imprese che devono fronteggiare gli impatti della crisi sarebbe persino socialmente pericoloso, come dimostrano per certi versi anche le proteste studentesche in Francia.
Anche il tema caldo degli ETS, il complesso quadro UE sul mercato delle emissioni di anidride carbonica che l'Italia vorrebbe 'ammorbidire' non è un'istanza solo di Roma e andrebbe quanto meno discusso anche alla luce delle variabili globali sull'impatto carbonico effettivo UE nel contesto mondiale. Almeno un dibattito sarebbe opportuno, viste anche le proteste di ampi settori industriali.
I policy maker europei hanno appena iniziato a misurare gli impatti della crisi iraniana, la BCE ha armi spuntate e non riconosce ancora effetti di secondo impatto. I policy maker domestici a torto o a ragione si reputano fuori dal perimetro geopolitico in gioco.
Non c’è un caponegoziatore europeo sull’Ucraina, su Gaza o sull’Iran. Non ci sono azioni diplomatiche o anche militari congiunte e nazionali davvero concrete nelle aree della crisi che minaccia i nostri prezzi e le nostre economie.
Ma c’è alla pompa di benzina, nelle bollette e sempre più spesso nello scaffale una crisi per la quale urge una risposta. In questo contesto forse un “abbiamo già dato” potrebbe suonare come insensibile, come ingiustificato.