Manovra finanziaria, ecco perché pesa lo zerovirgola sul deficit

di Giovanni Digiacomo pubblicato:
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Fra vincoli europei, clausole di salvaguardia, investimenti e disavanzi ecco un po’ di lessico elementare di finanza pubblica per orientarsi nel cantiere della prossima manovra finanziaria

Manovra finanziaria, ecco perché pesa lo zerovirgola sul deficit

Nervosismo palpabile. C’è voluto un po’ di tempo perché si posassero gli stracci dopo ‘la gelata’ giunta dall’ISTAT sul governo con la conferma del 3,1% di deficit/Pil italiano nel 2025. Niente da fare l’Italia è rimane nella procedura per eccesso di deficit non essendo riuscita a rientrare per il rotto della cuffia sotto il 3% di deficit. In realtà il dato è nettamente migliore del 3,3% inizialmente stimato nel Piano Strutturale di Bilancio di Medio Termine (la prima sigla è PSBMT, in pratica il piano 2025-2029 che il governo ha messo a punto per concordare con l’Europa il rientro dal deficit).

Si tratta veramente di uno zerovirgola: il Pil a prezzi di mercato (ossia quello nominale con l’inflazione dentro) è di 2.265 miliardi di euro; il deficit (cioè la differenza negativa totale tra entrate e uscite dello Stato) è stato di 69.736 milioni (vs 70.286 della stima di marzo), quindi il 3,078% del Pil circa, a conti fatti 137,6 milioni di euro in più su un bilancio di oltre 2 mila miliardi.

Il debito pubblico è cresciuto più del previsto a 3.095,888 miliardi contro i 3.095,522 miliardi stimati a marzo, quindi solo di 366 milioni in più nella revisione delle stime che però ora condannano l’Italia al rischio di ripensare tutti i piani fatti sulla Clausola di Salvaguardia (seconda sigla NEC, National Escape Clause). Di cosa si tratta?

Economia, cosa è la clausola di salvaguardia

La Clausola di Salvaguardia, in parole davvero povere, permette agli Stati membri di indebitarsi oltre il rapporto deficit/Pil massimo del 3% consentendo in pratica di non calcolare nel conteggio del deficit le spese per la difesa. È un meccanismo straordinario dettato dal conflitto in Ucraina che rischia di portarci in guerra con la Russia e ci impone un rifinanziamento dei nostri sistemi di armamento e dei nostri eserciti.

Consente di ‘sforare’ fino all’1,5% del Pil in tre anni (con un massimo di 0,6% in un anno solo). Per l’Italia questa cifra significherebbe investimenti in difesa per 33,9 miliardi di euro agli ultimi dati sul PIL, più o meno 34 miliardi insomma.

Dentro questo 1,5% della Difesa in realtà l’Italia (insieme ad altri Paesi membri) ha ottenuto una soglia di investimenti specifici per l’energia e la crisi iraniana in corso: volevamo finanziarci il taglio delle accise o altre misure per contrastare la guerra in Medioriente e il caro-benzina alla pompa; ma ci è andata relativamente male perché l’UE ha specificato che sì, uno 0,6% di quell’1,5% si può dedicare all’energia (significherebbe per l’Italia circa 13,5 miliardi), ma non alle fonti fossili; solo alle rinnovabili, alle reti, all’elettrificazione, al risparmio energetico e compagnia green.

Un impiego più coerente forse con le politiche UE attuali e tendenzialmente di lungo periodo, ma ipotizzato per una crisi immediata e urgente.

Ora a inizio agosto il Parlamento ha approvato una risoluzione che autorizzerebbe il governo ad attivare le clausole di salvaguardia per 36 miliardi di euro (il Pil nel 2025 crescerà aumentato la quota di quell’1,5%), in particolare per 22 miliardi destinabili alla difesa e 14 miliardi destinabili alla sicurezza energetica.

Economia, l'Italia ancora sotto procedura UE per eccesso di deficit: ecco cosa comporta

Il problema però è meno netto di come potrebbe sembrare, anzi. Aggiungiamo un altro elemento. Tasso di crescita annuo della spesa netta (net expenditure).

La spesa netta è un indicatore un po’ complicato che sottrae dalla spesa pubblica non solo la spesa degli interessi (la nota spesa primaria è proprio la spesa pubblica senza gli interessi sul debito che si aggirano ormai oltre 80 miliardi di euro l’anno), ma anche delle misure discrezionali sul lato delle entrate, della spesa per i programmi dell’Unione interamente finanziata dai fondi dell’Unione, della spesa nazionale per il cofinanziamento di programmi finanziati dall’Unione, della componente ciclica della spesa per i sussidi di disoccupazione, delle misure una tantum e di altre misure temporanee (una definizione più completa a questo link o a questo).

Ora il governo ha previsto nell’ultimo DFP (Documento di Finanza Pubblica, altra sigla) una crescita della spesa netta dell’1,6% quest’anno in linea con le indicazioni di Bruxelles, ma ha previsto un suo aumento del 2,2% nel 2027 contro l’1,9% raccomandato da Bruxelles e solo nei due anni successivi un allineamento all’1,7% e all’1,5% di crescita annua della spesa netta richiesti dall’Europa. È su questo fronte che avviene la correzione della spesa netta, quindi anche del deficit che la comprende (ma ha appunto tutte quelle spese sottratte di cui sopra, dagli interessi ai finanziamenti UE).

Economia, eccesso di deficit e clausola di salvaguardia possono coesistere, ma bisogna vedere se conviene

Ora uno Stato sotto procedura UE per eccesso di deficit può chiedere comunque l’accesso alla clausola di salvaguardia. Anzi è già stato fatto da ben 7 Paesi sui 18 Paesi membri che hanno attivato la clausola finora: Austria, Belgio, Bulgaria, Finlandia, Ungheria, Polonia e Slovacchia. Il tema è piuttosto un altro, ossia la valutazione più complessa della sostenibilità del tutto, ossia degli impegni di rientro dal debito con l’Europa e della gestione del nuovo deficit.

C’è poi anche una questione d’immagine e per l’Italia è fondamentale, perché, nonostante il suo debito monstre e i lasciti dell’Ecobonus e grazie ai fondi del PNRR e alla disciplina di bilancio al ritorno all’avanzo primario nel 2024 (+0,5%) e nel 2025 (+0,8% con gli ultimi dati), il governo ha saputo ricavarsi spazi preziosi di fiducia degli investitori internazionali che hanno permesso di comprimere i costi del servizio del debito (gli interessi pagati su BTP e BOT) pur in presenza di crisi ripetute, dall’Ucraina all’Iran.

Il governo ha saputo ridurre il deficit complessivo dal 7,1% del Pil nel 2023 a quest’ultimo 3,1%, ma il debito/Pil sceso al 136,7% del Pil già nel 2025 contro il quadro programmatico di governo al 136,2% è visto nello stesso documento in crescita al 137,4% quest’anno e al 137,3% l’anno prossimo.
Solo nel 2028 è visto in calo al 136,8%

I numeri saranno aggiornati con il Documento Programmatico di Bilancio (DPB) che il governo deve mandare a Bruxelles entro il prossimo 15 ottobre.

Mettere insieme il contrasto del caro energia e il sostegno alle famiglie quasi obbligatorio nell’ultima manovra pre-elettorale con il controllo della spesa e la disciplina che i mercati non troppo velatamente chiedono anche e soprattutto a Roma non sarà facile.

Che qualche stizza dell’esecutivo e persino qualche accusa all’ISTAT  di volere sabotare l’azione dell’esecutivo non sorprende forse, ma è stato senz’altro un errore comunicativo.
Criticare le regole se penalizzano non porta bene neanche a Trump e sicuramente il governo ha meriti a sufficienza sul fronte della finanza pubblica da non doversi preoccupare concretamente di uno zerovirgola.

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Giovanni Digiacomo
Giovanni Digiacomo

Giornalista professionista con oltre venti anni di esperienza in ambito economico e finanziario. Supporta il notiziario economico-finanziario di FTA Online News con lanci, commenti, approfondimenti, analisi e interviste sui principali mercati e le più importanti asset class. Ha seguito per il sito di Borsa Italiana tematiche finanziarie come la crisi del debito sovrano europeo e la diffusione delle criptovalute. Si occupa di sostenibilità e innovazione per il Quinto Ampliamento e per il Journal di Message Group.