Prezzi del petrolio sull’altalena, nuova mediazione del Qatar in corso

di Giovanni Digiacomo pubblicato:
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Washington prova a isolare Teheran, che però incassa il sostegno cinese e negozia con l’Oman

Prezzi del petrolio sull’altalena, nuova mediazione del Qatar in corso
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Petrolio ancora sull’altalena. Il future sul WTI con scadenza a ottobre dopo affondi intraday a 80,7 dollari (-0,17%) al barile si riporta a 82,09 dollari al barile, praticamente sui livelli di fine marzo.
Il derivato sul Brent con scadenza a novembre passa di mano a 87,86 dollari (+0,02%) al barile dopo dei minimi iniziali in area 86,2.

I mercati avevano avviato le negoziazioni di oggi con un prudente ottimismo derivante dalla conferma che il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani, visiterà oggi Teheran con l’obiettivo dichiarato di rivitalizzare i negoziati tra Stati Uniti e Iran per un ritorno alla sicurezza in Medioriente e alla libertà di navigazione sullo Stretto di Hormuz.
La notizia è ufficiale ed è stata confermata ieri dal portavoce del ministero degli Esteri qatariota che ha esplicitato lo sforzo di un ritorno allo status quo precedente il 28 febbraio. Ma non mancano le incertezze.

USA-Iran, il supporto della Cina a Teheran non viene meno

Le quotazioni di Brent e WTI nei giorni scorsi hanno registrato un ridimensionamento parziale con la notizia delle nuove misure annunciate e promosse dal Tesoro Usa per l’isolamento economico del regime iraniano tramite sanzioni economiche rivolte anche a tutti i player e sostenitori della Repubblica Islamica.

Il caso ha chiamato direttamente in causa la Cina, primo acquirente del petrolio iraniano in tempi di pace, che ha definito le sanzioni USA illegali e unilaterali, preannunciando l’implementazione di “tutte le misure necessarie” alla salvaguardia dei propri interessi.
Non è sfuggito agli osservatori il pericolo di nuovi contrasti commerciali tra la Repubblica Popolare e Washington dopo le recenti strette cinesi sui minerali critici e le terre rare in risposta ai dazi dell’Amministrazione Trump.

Nell’ambito dell’“Operation Economic Outcast” varata dal segretario al Tesoro USA Scott Bessent già almeno 60 entità, individui e imbarcazioni sarebbero finiti nel mirino degli Stati Uniti per il loro supporto all’economia iraniana, e Trump avrebbe già avviato una serie di telefonate ai leader del mondo per metterli in guardia dal sostegno a Teheran.

Intanto lo speaker del Parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf incassava il sostegno di Beijing con un: “La partnership strategica completa tra Iran e Cina è fondata sul rispetto reciproco, su una cooperazione win-win, su una visione condivisa di un mondo multipolare […] Questa relazione non ha bisogno del permesso di nessuno”.

Il ministro degli Esteri dell’Oman, Sayyid Badr bin Hamad Al Busaidi, ha inoltre incontrato ieri il suo omologo iraniano Seyed Abbas Araghchi e i due Paesi hanno concordato una proposta di piattaforma condivisa per un corridoio temporaneo condiviso di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, per un meccanismo di condivisione delle informazioni, di gestione del traffico e di servizi alla navigazione.

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USA-Iran, la questione delle mine nello Stretto di Hormuz

Resta infatti al centro del dibattito la sicurezza del transito – per ora quasi nullo – delle imbarcazioni attraverso lo Stretto.

Il presidente USA Donald Trump aveva affermato che la sua Marina aveva rimosso o fatto brillare tutte le mine dispiegate nelle acque di Hormuz, ma l’Iran ha smentito prontamente queste rivendicazioni sostenendo di essere l’unico soggetto al corrente dell’ubicazione reale delle mine e che le imbarcazioni statunitensi incaricate di sminare le acque rischiavano di diventare un “bersaglio molto facile”.

Secondo stime di analisti riportate da Al Jazeera, l’Iran avrebbe in magazzino tra 2 mila e 6 mila mine, molte delle quali prodotte in casa, sia tradizionali (‘a contatto’), che più sofisticate, come quelle che dal fondo tracciano i segnali magnetici, acustici o di pressione delle navi prima di attivarsi.

I rischi della navigazione sullo Stretto sono da questo punto molto asimmetrici. Una mina può costare migliaia di dollari o decine di migliaia di dollari, ma un supertanker di petrolio greggio può valere anche 300 milioni di dollari. Gli asset USA per dragaggio delle mine si sono inoltre indeboliti negli ultimi anni e operazioni di messa in sicurezza probabilmente chiamerebbero in causa le marine di Regno Unito, Francia e Germania.

La situazione rimane insomma molto incerta, anche se diverse parti interessate dimostrano un maggiore attivismo negoziale. Oggi la struttura dei future sul Brent sull’ICE sulle varie scadenze è ancora in backwardation, ossia prevede un graduale ribasso dei prezzi nel futuro, con quotazioni appena sotto gli 85 dollari al barile entro fine anno e a 78,12 dollari nel giugno 2027. Anche il WTI dovrebbe tornare a 78,4 dollari a dicembre e a 72,4 dollari nel giugno 2027, ma è il caso di dire che la situazione resta incerta e in continua evoluzione.

Intanto in Italia il governo ha appena varato un’altra proroga dello sconto da 17 centesimi sul diesel fino al 5 settembre: costerà questa volta circa 130 milioni di euro ottenuto con un doppio anticipo di imposte da parte di grandi gruppi energetici italiani. Le risorse pubbliche italiane impiegate per limitare i rincari alla pompa salgono così a 2,54 miliardi di euro. Ma l’epicentro della crisi a Hormuz resta drammaticamente fuori dalla nostra portata.