USA, oggi l'inflazione PCE e i dati di Nvidia, ecco perché sono importanti
pubblicato:A Wall Street c'è tensione dopo l'intervento di Bessent e in attesa di Jackson Hole, i prossimi giorni chiariranno un po' un quadro ancora carico di incognite per l'economia USA (e non solo)

Oggi sono attesi due dati macroeconomici statunitensi di rilevanza mondiale: arricchiranno il quadro di questo difficile scenario sul 2026.
Difficilmente rivoluzioneranno le attese, ma comprenderne il peso rimpolpare la cassetta degli attrezzi degli investitori spiazzati da un mondo in cui gli Stati Uniti sembrano sempre più imprevedibili e in cui la sfiducia sulla Casa Bianca cresce.
Inflazione USA, oggi il dato PCE: sarà comunque troppo alta
Il primo dato macroeconomico di peso è l’inflazione PCE, la più osservata dalla Fed. Essendo la stabilità dei prezzi uno dei due mandati della banca centrale americana, tutti aspettano con curiosità di vedere se le previsioni di una contrazione dal 3,7% al 3,6% (questo il consensus degli analisti) si realizzeranno.
I dati sui prezzi di luglio saranno influenzati dei prezzi della benzina a stelle e strisce ascesa all’intorno dei 3,20 dollari al gallone dai minimi di giugno sotto i 3 dollari (oggi siamo a 3,21 $/Gal).
Nel mese l’inflazione sottostante, ossia senza energia e alimentari freschi, dovrebbe conservarsi al 3,3%, un livello decisamente più basso rispetto a quello dell’inflazione complessiva, ma decisamente superiore anch’esso al target della Fed di un’inflazione del 2%
Un obiettivo che - aveva dichiarato il nuovo governatore della Federal Reserve Kevin Warsh all’insediamento – la banca centrale USA manca da 5 anni.
USA: comincia Jackson Hole, Warsh (Fed) dovrà dire qualcosa di più
Se ne saprà qualcosa di più forse venerdì, quando Warsh parlerà al meeting americano dei banchieri centrali a Jackson Hole, nel Wyoming. Per ora gli operatori si mantengono scettici e il rialzo dei tassi d’interesse USA dal 3,75% al 4,00% ottiene una maggioranza relativa del 45% delle probabilità soltanto per il meeting Fed del 9 dicembre 2026 (dati del FedWatch Tool, lo strumento che calcola le probabilità di manovre sui tassi d’interesse della Fed sulla base dei future a 30 giorni sui Fed Fund).
In realtà una delle prime mosse dello stesso Warsh è stata quella di eliminare la Forward Guidance, le indicazioni prospettiche della Fed e quindi oggi navighiamo più al buio di prima. Venerdì dovrà almeno spiegare come meno informazioni al mercato aiuteranno la Fed a ridurre l’inflazione USA.
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USA, la rottura tra Tesoro e Fed
Al contempo Scott Bessent, segretario al Tesoro Usa (ossia ministro dell’Economia), ha mostrato un discusso attivismo di recente annunciando un raddoppio almeno dei riacquisti dei Treasury di lungo periodo, i BTP di Washington.
Non è tanto l’entità (da 2 ad almeno 4 mld per volta), ma il segnale che ha fatto discutere.
In pratica Bessent afferma che i tassi USA di lungo periodo non riflettono i fondamentali dell’economia a stelle e strisce, ossia dovrebbero essere più bassi.
Ma questo è l'opposto dell’approccio del suo amico Warsh, che invece si basa proprio sulla correttezza delle indicazioni che giungono dal mercato. Qualcuno non a caso ha parlato di rottura tra Fed e Tesoro Usa e a ben vedere è un’interpretazione credibile.
Tutto indica che Warsh dovrebbe alzare i tassi dopo 5 anni di distanza dal target d’inflazione del 2% e una riunione di luglio in cui 3 membri del direttivo FOMC (il comitato FED che decide sui tassi) erano già in favore di un rialzo del costo del denaro a stelle e strisce era già un primo segnale.
L’economia USA ha da poco superato il debito astronomico di 40 mila miliardi di dollari: significa il 122% del Pil da 32 trilioni e gira con un deficit di quasi il 6% (un livello da guerra) nonostante la piena occupazione (l’altro obiettivo della FED è questo e siamo al 4,1% di disoccupazione negli States nonostante qualche rallentamento e la diffusione dell’AI). Quest’anno gli interessi sul debito USA supereranno i 1.100 miliardi di dollari, più del budget della difesa che di solito è protagonista del bilancio pubblico a stelle e strisce.
I tassi d’interesse sui 10 e 30 anni, il riferimento del mercato da 32 mila miliardi di dollari dei Treasury, indicano che i mercati chiedono adesso un maggiore premio al rischio, ossia si fidano meno di prima della solvibilità USA.
In Italia sappiamo bene cosa vuol dire aumento dei rendimenti dei BTP e dello spread, anche se i nostri yield del 4,01% sul decennale e del 4,8% sui 30 anni sono da tempo molto inferiori ai rispettivi 4,64% e 5,18% degli Stati Uniti.
Questa segnaletica macroeconomica di primo piano, il costo del debito su cui si esercitano i cosiddetti bond vigilantes, rischia però adesso di essere confusa, se non manipolata, dagli interventi più decisi del Tesoro di Scott Bessent in vista delle elezioni di medio termine di novembre e, nel breve, dei prossimi incontri di Jackson Hole.
L’intervento di Bessent di mercoledì scorso (19-08) ha avuto effetti relativamente modesti, ma potrebbe maturare conseguenze più rilevanti nel tempo: i tassi a 30 anni erano dal record del 5,33% sono scesi al 5,17% ma si mantengono su livelli che non si vedevano da 19 anni, dal periodo immediatamente precedente la crisi di Lehman Brothers. Discorso simile per il decennale.
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USA | ||
|---|---|---|
Pil | 32.658 | $ mld |
Debito | 40.070 | $ mld |
Interessi sul debito | 1.100 | $ mld |
Deficit/Pil | 5,76% | |
Deficit | 1.774 | $ mld |
Investimenti Usa in AI 2026 | 581 | $ mld |
Disoccupazione | 4,10% | |
Inflazione | 3,70% |
Fed e inflazione USA? Non bisogna dimenticare gli investimenti del tech e i dati di Nvidia
Ma c’è un altro dato macroeconomico fondamentale in arrivo oggi a complicare il quadro: i risultati di NVIDIA.
L’impatto dell’AI sull’economia degli Stati Uniti si sta rivelando più articolato delle attese. Sta già aumentando la produttività e bilanciando in parte la stretta di Trump sull’immigrazione, ma si declina in almeno due modi sull’inflazione:
1) Nel breve è inflazionistica: 1000 miliardi di dollari l’anno di investimenti in AI fanno circa il 3% del Pil USA e gran parte della crescita, ma generano inflazione con l’aumento della domanda di elettricità e di beni tecnologici.
2) Nel lungo periodo l’AI è deflazionistica: l’aumento della produttività riduce i prezzi
Forse è anche più complicato di così e si devono calcolare gli effetti degli shock dell’AI su domanda di lavoro, sui prezzi, sull’adozione, sugli investimenti e sull’intera struttura produttiva, come suggerisce in una nota T. Rowe Price.
Di certo l’intelligenza artificiale è una variabile sempre più presente tra quelle della funzione di reazione della Fed e della BCE. Che si imponga una fiscal dominance, in cui la FED dirige il costo del denaro sulle esigenze di un’economia indebitata (ossia su tassi bassi), o che la circolarità degli investimenti incrociati in AI tra i grandi big dell’AI come Nvidia o Softbank o gli hyperscaler neutralizzi con i risultati i pericoli di un enorme ricorso al debito pubblico e privato negli States (il big tech non ha neanche portato a termine le IPO di Open Ai o di Anthropic, che già si rivolge alle emissioni obbligazionarie…), di certo i prossimi giorni saranno decisivi per un quadro economico statunitense ancora carico di incognite (senza considerare la geopolitica…).
In Europa sembra ormai pacifico un rialzo dei tassi BCE al meeting del 10 settembre fino al 2,5% per il deposit rate, poi una pausa a ottobre e un nuovo rialzo a dicembre fino al 2,75% (quindi fino al 2,90% per il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali).
Una nuova convergenza tra le due sponde dell’Atlantico? Sembra molto improbabile…