Petrolio in calo nonostante le nuove tensioni, che strumenti monitorare

di Giovanni Digiacomo pubblicato:
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Sia gli ETC sul Brent che sul WTI, sia gli ETF settoriali che i singoli titoli del comparto petrolifero sono buoni proxy del greggio, ma c'è una contraddizione tra le loro indicazioni e quelle che giungono dai fondamentali globali. Ecco il rebus dell'energia

Petrolio in calo nonostante le nuove tensioni, che strumenti monitorare

Ieri a un evento importante del Messaggero l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi ha suonato di nuovo l’allarme, un allarme sull’energia che i mercati per ora continuano a ignorare lasciando in un territorio relativamente moderato le quotazioni del petrolio greggio.

Eppure nell’epoca delle rinnovabili e della transizione elettrica l’oro nero è ancora una variabile macroeconomica indispensabile e condiziona non solo l’inflazione e le politiche delle banche centrali, ma anche l’andamento del dollaro e la crescita delle nazioni.

Petrolio, gli strumenti a portata di mano sono gli ETF/ETC

Senza l’ardire di volare troppo in alto partiamo dalle valutazioni degli ETF più diffusi sul petrolio, per restare vicini al piccolo investitore.

Bisogna considerare a Piazza Affari il Wisdomtree Brent Crude Oil (JE00B78CGV99), quotazioni in dollari per una dimensione da circa 860 milioni di euro replica il Bloomberg Brent Crude ed è il riferimento più vicino al Brent europeo, che – come noto – sta scontando maggiormente la crisi iraniana. Chi c’era dentro a fine febbraio ha guadagnato già quasi il 50%!,  visto che è passato da  47,835 dollari ai 71,16 di oggi (-0,31%). Si sono visti anche massimi sopra quota 83 dollari.

Petrolio in calo nonostante le nuove tensioni, che strumenti monitorare

Altra alternativa ‘facile’ su Borsa Italiana è il Wisdomtree Wti Crude Oil (GB00B15KXV33) che viaggia a 12,958 dollari per contratto (+0,01%) e dalla fine di febbraio si è comunque apprezzato del 48%: questo ETF in dollari (spesso in realtà sulle materie prime si parla però di ETC o di ETN, mentre a livello internazionale di ETP) replica il Bloomberg WTI Crude Oil e ha toccato il 19 maggio un massimo a 14,51 dollari. Da notare che ovviamente non sono i prezzi del sottostante: il Brent ha toccato sull’Ice il 4 maggio un massimo a 108,34 dollari e ora viaggia a 91,47 dollari (-0,94%); il WTI ha toccato il 18 maggio un massimo a 105,23 dollari al barile e oggi tratta a 88,29 dollari (-1,08%).

Petrolio in calo nonostante le nuove tensioni, che strumenti monitorare

Entrambe le strutture di prezzo (che monitoriamo sull’ICE per i future sul petrolio) stanno premendo dall’alto su supporti di peso, a 86,2 dollari per il WTI e in area 89,5 dollari per il Brent: il cedimento coordinato o meno potrebbe portare a deprezzamenti di rilievo per entrambi e gli ETF sui due blend non mostrano orientamenti dissimili (quello sul Brent soprattutto preme dall’alto sui $ 69,8, mentre per quello sul WTI in pressione sui supporti di area $ 12,95 sono vicini i sostegni in area $ 12,6), anche se in questo caso forse sarebbe meglio monitorare le rispettive medie mobili esponenziali a 50 sedute come supporti dinamici.

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C’è anche chi suggerisce di investire sui titoli del petrolio e dell’energia più che sulla commodity per sfruttare proventi accessori come il dividendo, d’altronde il minerario BHP l’anno scorso ha registrato il maggiore aumento di dividendo proprio grazie ai record dell’oro che invece in questa crisi storna. Lo si può fare anche tramite ETF settoriali, come l’iShares STOXX Europe 600 Oil & Gas UCITS ETF (DE) in euro che replica lo STOXX Europe 600 Oil & Gas. Le performance però, per vari motivi, sono assai inferiori: questo ETF ha guadagnato meno del 7% con la crisi e preme anch’esso su supporti di rilievo.

Petrolio in calo nonostante le nuove tensioni, che strumenti monitorare

Proprio per questo sarebbe opportuno guardare ai fondamentali oltreché alle novità dal Golfo. Se nello Stretto di Hormuz le cose vanno male e anzi peggiorano con i nuovi attacchi incrociati tra Stati Uniti e Iran, in realtà a livello globale i prezzi si sono mantenuti lontani dai peggiori scenari tracciati non molto tempo fa dall’IEA, l’Agenzia internazionale dell’energia.

Petrolio, i fondamentali del mercato però sono a rischio e anche la backwardation si attenua

Ma preferiamo partire dai numeri di Descalzi e quindi dell’Eni dati ieri. Il manager ha ricordato i tre ultimi gravi shock energetici: il Covid (quando addirittura il greggio scivolò temporaneamente in territorio negativo), la guerra Russia-Ucraina, che ha tolto dal mercato mondiale circa 100 miliardi di metri cubi di gas, la nuova guerra del Golfo che ne ha tolti altri 130 miliardi di metri cubi. Poi vanno aggiunti nel conteggio della nuova crisi l’ammanco di ben 5 milioni di barili di prodotti petroliferi (i raffinati come gasolio, benzina, ma anche cherosene/jet fuel) e altri 15 milioni teorici di barili al giorno di petrolio greggio, che per fortuna si riducono a circa 7 milioni di barili grazie soprattutto all’East-West Pipeline saudita che trasporta il greggio dall’area del Golfo Persico al Mar Rosso via terra (approdo a Yanbu), il resto all’Habshan–Fujairah Oil Pipeline degli Emirati Arabi Uniti.

Misure alternative salvifiche come l’imprecisato ammontare delle riserve accumulate dalla Repubblica Popolare cinese o la contrazione della domanda decisa da diversi governi asiatici. Sicuramente giova alla moderazione dei prezzi del petrolio anche la decisione dell’IEA di rendere disponibili dallo scorso 11 marzo 400 milioni di barili di petrolio delle riserve strategiche con rilasci graduali a valere sugli stock, studiati proprio per queste emergenze che ammontano secondo l’agenzia a oltre 1,2 miliardi di barili di greggio cui aggiungere circa 600 milioni di barili derivanti da riserve private sottoposte a obbligazioni con i governi.

Sembrano numeri enormi ma il mondo consuma circa 100 milioni di barili al giorno ancora oggi e la domanda di greggio, soprattutto per il trasporto via mare, gli aerei o per l’autotrasporto è spesso ancora incomprimibile con le risorse delle rinnovabili e dell’elettrificazione dei trasporti. Vengono in soccorso anche i rilasci teorici di nuova capacità produttiva per 188 mila barili al giorno decisi dall’Opec+ domenica 7 giugno (che comprende anche la Russia), ma è difficile definire e misurare questi flussi teorici con il blocco delle petroliere sul Golfo e la sanzioni alla Russia.

L’impressione è che anche l’allegra sovrapproduzione di chi può, dagli Stati Uniti al Sudamerica, alla Norvegia, non basti e che il mondo si stia dirigendo gradualmente verso un deficit di offerta che potrebbe significare solo rialzi dei prezzi del petrolio, dei suoi ETF e delle sue imprese.

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Eni ha già detto che se la media dei prezzi quest’anno supererà i 90 dollari pagherà un extra-dividendo.

Le banche centrali stanno tutte assumendo una postura più restrittiva che dà per scontato un aumento strutturale dell’inflazione derivante dai rialzi dei prezzi energetici.

Si scremano i barili di carta che da tempo moltiplicano l’offerta reale, però il mercato sembra scontare una normalizzazione che nei fatti non è in vista.

Il Brent che oggi tratta a poco meno di 90 dollari tra un anno è prezzato a 80 dollari e nel dicembre 2027 a 78 dollari. L’anomala struttura di prezzo per cui i prezzi dei future sulle scadenze più lontane sono più bassi dei prezzi più vicini si chiama backwardation, ma è un’anomalia che si sta alleviando: i future a un anno o oltre erano intorno ai 70 dollari qualche settimana fa.

È lo stesso segnale che viene dai dati sull’inflazione strettamente monitorati (come i future sul petrolio greggio) dalle banche centrali.

Il messaggio è cupo: aumenteremo il costo del denaro, in Europa anche per rafforzare l’euro contro un greggio in dollari, in generale perché se si comprime la domanda, si comprime anche l’inflazione e con il Pil cale anche la richiesta di petrolio greggio.

Un nuovo equilibrio insomma, ma più doloroso.