Pirelli, scenario ancora fluido dopo i recenti allunghi dell'azione

di Giovanni Digiacomo pubblicato:
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Il calendario 2026 della società della Bicocca è tiranno, a maggio scadrà il patto Camfin-Sinochem, ma servirebbe che il disimpegno cinese arrivasse prima per salvare il mercato USA. Ecco il quadro

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Pirelli resta all’attenzione dei mercati. L’azione segna in queste ore un ribasso dello 0,94% a 6,354 euro, ma è reduce da un rialzo del 10% circa che in un paio di settimane ha portato i prezzi di mercoledì 14 gennaio a rivedere quota 6,43 euro, un livello che non si toccava dall’inizio del 2022.

Pirelli, gli azionisti e l'America

L’azione della società della Bicocca da mesi ormai è alle prese con il difficile dossier della partecipazione cinese nel proprio capitale. Attualmente Sinochem, entità cinese sottoposta al controllo dello Stato nella Repubblica Popolare, controlla il 34,1% del capitale della società di pneumatici, e Camfin, holding che rappresenta il ‘lato italiano’ dell’azionariato ed è controllata dal vicepresidente Marco Tronchetti Provera, detiene una partecipazione del 25,3% del capitale.

Ma questa situazione negli ultimi anni si è mostrata non solo instabile, ma persino insostenibile alla luce delle normative statunitensi sui “connected vehicles” entrata in vigore lo scorso gennaio 2025 e in base alla quale il Bureau of Industry and Security (BIS) del Dipartimento del commercio degli Stati Uniti proibisce la vendita dei veicoli connessi da parte di produttori posseduti, controllati o soggetti alla giurisdizione o direzione della Cina o della Russia a partire dal 2027.

In gioco per Pirelli c’è quindi il mercato degli Stati Uniti dove la società ha il 20% circa del proprio fatturato. Un mercato strategico visto che da solo copre il 40% addirittura del mercato mondiale degli pneumatici premium, quella fascia di prodotto high value su cui strategicamente Pirelli concentra l’80% dei propri ricavi mondiali. Una prospettiva irrinunciabile per i piani di lungo periodo del gigante degli pneumatici.

Pirelli, la battaglia nella governance fino a oggi

Si è così generata una battaglia nella governance e tra gli azionisti del gruppo per cercare di risolvere il problema e sterilizzare la partecipazione cinese nel tempo per non minare lo sviluppo del gruppo.

È persino intervenuto il governo italiano con il golden power imponendo in pratica nel 2023 una governance che assegnava le più importanti deleghe operative a Camfin, che, nonostante avesse solo 4 amministratori (uno indipendente) contro gli 8 di Sinochem (incluso il presidente Jiao Jian), guadagnava il diritto di designare l’amministratore delegato (Andrea Casaluci, ma è da ricordare anche che Marco Tronchetti Provera è un vicepresidente esecutivo).

Il dibattito sulla governance è passato attraverso varie vicissitudini senza ad oggi riuscire a bloccare, a quanto risulta, l’inserimento di Pirelli nella lista delle società che, per l’importante partecipazione cinese nel capitale, potrebbero non poter vendere i loro pneumatici connessi dal 2027 negli States.

Lo scorso aprile il cda ha votato a maggioranza il venir meno del controllo di Sinochem (MPI Italy) su Pirelli ai sensi dell’IFRS 10 e poi lo scorso 12 giugno l’assemblea ha deliberato, con il 57,07% del capitale presente, contro le posizioni di Sinochem oppostasi senza successo con il 42,9% del capitale rappresentato.

Sembra sancito a tutti gli effetti il venir meno del controllo di Sinochem sulla società della Bicocca, ma questo ancora non sembra bastare a Washington che potrebbe comunque bocciare i prodotti premium di Pirelli.

Diventa dunque decisivo il calendario di quest’anno che già mostra diverse scadenze di rilievo.

Il patto parasociale del 2023 che recepiva la normativa golden power scadrà il prossimo 19 maggio 2026. Viste le posizioni discordi dell’ultimo anno sembra chiaro che non sarà rinnovato, ma la sua decadenza potrebbe chiamare di nuovo in causa il golden power e il governo che entro 60 giorni dovrebbero di nuovo esprimersi sul caso.

Non è previsto un tacito rinnovo del parto e basta che una delle due parti si tiri indietro, ma i tempi potrebbero essere troppo lunghi per lo scadenziario di questo difficile dossier.

Camfin o Sinochem potrebbero insomma anticipare le mosse dichiarando l’intenzione di non volere rinnovare l’accordo e inviando così un segnale anche all’esecutivo per accelerare sui tempi, magari già entro la fine di questo mese di gennaio.

L’ipotesi di un ritorno il prossimo 25 giugno 2026 all’assemblea con le attuali divisioni tra i soci è abnorme e cozzerebbe anche con la storia istituzionale di Pirelli.

Ma il tempo appunto stringe. Camfin ha già il via libera del consiglio di amministrazione per l’ascesa dal 25,3% al 29,9% del capitale di Pirelli, sulla soglia di un’opa che deve essere comunque scongiurata.

Al tempo stesso Sinochem non avrebbe più l’interesse a penalizzare le prospettive industriali del gruppo partecipato e avrebbe già assegnato a BNP Paribas un mandato esplorativo per la cessione di almeno una parte delle proprie quote attualmente pari appunto al 34,1% del capitale (si tratta per la precisione di rumors più volte ripresi senza smentite da parte dei soggetti interessati).

Appena un paio di settimane fa il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso aveva rivendicato il contributo del governo per un ritorno dei soci al tavolo del dialogo e affermato: “Le parti sono tornate a parlarsi e questo e positivo. So che vi sono contatti in corso fra soci italiani e cinesi finalizzati a rendere Pirelli conforme alle normative e pienamente competitiva nei suoi mercati di riferimento”.

L’anno 2026 si è dunque aperto sotto buoni auspici, ma lo scenario rimane estremamente fluido e i tempi sono ingenerosi.

La scadenza di un anno dall’introduzione della norma statunitense sulle partecipate cinesi cadrà il prossimo 17 marzo 2026, una data che potrebbe fare da spartiacque per le necessarie autorizzazioni Usa.

Una disdetta del patto di sindacato potrebbe non bastare e se il dialogo tra azionisti di cui parlava Urso sembra avere allontanato l’ipotesi iniziale di un congelamento dei voti di Sinochem al 10% da parte del governo, l’evoluzione del caso rimane incerta.

Sinochem potrebbe cedere le proprie quote del 34,1% in tutto o in parte, ma un disimpegno completo trasferirebbe a un socio terzo una quota che farebbe scattare l’offerta pubblica di acquisto (lasciando Camfin poco sotto il 30% dall’altra parte della barricata), uno scenario decisamente improbabile.

Al contrario la vendita di pacchetti del 14% in totale per una riduzione al 10% del capitale da parte di Sinochem potrebbe rendere la società cinese quell’azionista passivo che forse potrebbe sedare i timori del BIS statunitense.

Bisogna fare in fretta però e, anche se secondo i rumors dei fondi sarebbero interessati alle quote, nulla di concreto si è ancora visto.

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