Trump, Groenlandia e mercati: tra sollievo immediato e rischio strutturale
pubblicato:Il vero impatto delle politiche di Trump non è nel breve: alleati e imprese iniziano a difendersi da una Casa Bianca imprevedibile, con effetti su dollaro, investimenti e globalizzazione

Trump, Groenlandia e mercati: ignorarlo o prenderlo sul serio?
La vera lezione del mini-crollo visto nel corso dell'ultima settimana legato alla Groenlandia non è affatto scontata. Gli investitori devono imparare a prestare più attenzione a Donald Trump, perché ogni sua esternazione sui social può muovere i mercati?
Oppure meno attenzione, perché – come suggerisce l’acronimo ormai diffuso a Wall Street, TACO (Trump Always Chickens Out) – alla fine fa sempre marcia indietro?
Questa settimana è stata diversa dal sell-off di aprile, quando il presidente fu costretto a ritirare i suoi annunci sui dazi “reciproci” in risposta a una vera e propria scossa dei mercati.
Allora il legame causa-effetto era evidente: il mercato crolla, Trump arretra. Un meccanismo che rassicura poco, perché implica che solo una caduta dolorosa dei prezzi riesce a frenare decisioni potenzialmente distruttive.
Questa volta, invece, la reazione dei mercati è stata più contenuta. Il dollaro ha perso circa l’1,2%, l’S&P 500 è sceso al massimo del 2,1% tra venerdì e martedì. Non un trauma sistemico.
Eppure Trump ha comunque fatto un passo indietro sulle minacce di nuovi dazi all’Europa, dopo che i governi europei avevano mostrato una postura più aggressiva rispetto al passato.
Non solo: i sondaggi indicavano che l’idea di “prendere” la Groenlandia era molto impopolare persino tra gli elettori repubblicani.
Wall Street chiude la settimana in equilibrio precario tra crescita solida e incertezza politica
I principali indici azionari statunitensi hanno chiuso la settimana con variazioni contenute, mostrando pochi segnali del fatto che i mercati abbiano appena evitato uno shock commerciale potenzialmente rilevante. Il Dow Jones ha ceduto lo 0,5%, l’S&P 500 ha registrato un lieve calo dello 0,4%, mentre il Nasdaq ha perso lo 0,1%.
Nel complesso, nell’ultimo mese Wall Street si è mossa in modo sostanzialmente laterale.
Le valutazioni restano elevate, ma continuano a sostenere la fiducia degli investitori e dei consumatori, contribuendo a mantenere l’economia su un sentiero di crescita solida.
I dati macro confermano questo quadro: il Pil statunitense è cresciuto del 4,4% su base annualizzata nel periodo luglio-settembre, mentre l’indagine dell’Università del Michigan indica un miglioramento del sentiment dei consumatori.
Nonostante ciò, l’incertezza politica che arriva da Washington sta spingendo diversi analisti a rivedere le prospettive economiche di medio-lungo termine e sta già lasciando un’impronta sui mercati.
Come sottolineano gli analisti di Wells Fargo, l’impatto macro immediato delle tensioni commerciali può essersi attenuato, ma le conseguenze strategiche restano intatte: la deglobalizzazione non è più solo un’ipotesi teorica, bensì un processo in corso.
Il dollaro perde colpi
Un segnale in questa direzione arriva dal mercato valutario. Il dollaro, dopo una fase di stabilità successiva al sell-off di inizio 2025, ha registrato la peggior performance settimanale contro un paniere di valute da maggio.
Allo stesso tempo, le preoccupazioni per la sostenibilità fiscale degli Stati Uniti hanno spinto gli investitori a ridurre l’esposizione ai Treasury a lunga scadenza, facendo salire i rendimenti e aumentando il costo del debito per Washington.
Sul fronte societario, la settimana è stata segnata anche da forti movimenti su singoli titoli. Intel ha subito un crollo del 17% dopo aver comunicato una perdita trimestrale superiore alle attese e aver ammesso di non aver previsto l’accelerazione della domanda di chip legata ai data center per l’intelligenza artificiale.
Un segnale che, pur in un contesto di mercato complessivamente stabile, la selettività resta elevata e le delusioni sui fondamentali vengono ancora punite con decisione.
Cosa ha spinto Trump a cambiare tono?
Se a Washington si è fatto un passo indietro perché l’Europa ha alzato la voce, allora il rischio è che Bruxelles e le capitali europee si sentano incoraggiate a farlo di nuovo.
Il risultato potrebbe essere un’escalation, con una guerra commerciale transatlantica fatta di ritorsioni reciproche.
Se invece la leva decisiva è stata la politica interna, allora il messaggio è ancora più inquietante: Trump continuerà a usare minacce verso l’estero finché la sua base elettorale non protesta apertamente.
Cuba è il prossimo obiettivo di Trump
In questo schema, nuovi bersagli sono inevitabili. Cuba, per esempio, è già finita nel mirino.
Negli ambienti dell’amministrazione si ritiene che l’economia cubana sia prossima al collasso, resa fragile dalla perdita dell’appoggio venezuelano dopo l’estromissione di Nicolás Maduro.
Trump ha usato toni espliciti: “Niente più petrolio o denaro”. L’operazione venezuelana viene vista come un modello replicabile, una dimostrazione che gli Stati Uniti possono imporre condizioni e ottenere concessioni.
Anche senza minacce militari pubbliche, il messaggio implicito è chiaro.
Non sorprende che il World Economic Forum di Davos sia stato dominato dalla presenza – più che fisica, simbolica – di Trump.
I partecipanti discutevano di tutto: dalla possibile invasione della Groenlandia alla riduzione della dipendenza europea dalla tecnologia statunitense, fino alle prospettive ormai più incerte del dealmaking globale.
Trump ha detto che non userà la forza, ma la sua ombra ha aleggiato su ogni conversazione.
Dal punto di vista dei mercati, il rimbalzo è arrivato puntuale. Il “Taco Thursday” ha visto gli indici recuperare rapidamente.
Novo Nordisk, potenziale vittima di un conflitto USA-Danimarca, è balzata del 4%.
Rheinmetall, che avrebbe potuto beneficiare di una svolta europea lontano dagli Stati Uniti, ha invece perso terreno.
Gli investitori hanno scommesso che tutto tornerà come prima: niente dazi, niente svolte drastiche, affari che continuano.
Eppure non tutto è tornato esattamente al punto di partenza. L’euro resta più forte di circa un centesimo contro il dollaro rispetto a prima della crisi, mentre l’indice del dollaro è ancora in calo di circa lo 0,7%. Un segnale sottile ma significativo.
È qui che si intravede l’effetto di lungo periodo più plausibile: gli alleati degli Stati Uniti inizieranno, lentamente, a costruire difese contro una Casa Bianca percepita come volatile e meno affidabile.
Il dollaro potrebbe fare le spese della politica estera Usa
Questo significa meno dipendenza da fornitori militari americani, meno investimenti negli USA, più tentativi di ridurre il ruolo del dollaro nel commercio internazionale.
Quello che invece ancora non si vede è una vera reazione europea sul piano della crescita.
Le dichiarazioni su deregolamentazione e rilancio dell’economia restano, per ora, più retoriche che operative.
Al contrario, Francia e Regno Unito sembrano muoversi verso politiche che rischiano di comprimere i profitti, non di stimolarli.
Anche le imprese devono fare i conti con l’imprevedibilità
Anche le imprese devono fare i conti con l’imprevedibilità. Di fronte a relazioni commerciali sempre più instabili, i CEO stanno già accorciando le catene di fornitura per ridurre il rischio dazi.
La minaccia di ritorsioni politiche basate sulla nazionalità potrebbe inoltre frenare nuovi investimenti all’estero. Nel lungo periodo, questa deglobalizzazione strisciante rende le economie meno efficienti.
Nel breve, però, il mercato resta sereno. La crescita americana è solida, gli utili sono forti e il rally si è allargato oltre i grandi titoli tecnologici che avevano dominato fino all’autunno. È un mercato che, per ora, preferisce guardare avanti.
Ma la lezione resta lì, sospesa: ogni minaccia presidenziale può tornare a cambiare lo scenario in poche ore. E la prossima volta non è detto che il dietrofront sia così rapido.
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