Welfare state a rischio: la manovra non lo smantella, ma ne accelera l'erosione
pubblicato:Il pericolo non è la scomparsa improvvisa del welfare, bensì il suo progressivo svuotamento: tempi di attesa più lunghi, personale insufficiente, prestazioni acquistate privatamente e pensioni che perdono potere d’acquisto

Il welfare state italiano non verrà abolito con la Manovra 2027. Nessun ospedale pubblico viene formalmente cancellato, la scuola statale rimane e le pensioni continueranno a essere corrisposte.
Sarebbe quindi eccessivo parlare di smantellamento immediato. Ma sarebbe altrettanto fuorviante fermarsi alle cifre nominali rivendicate dal governo.
Il vero interrogativo è un altro: le risorse crescono abbastanza da coprire inflazione, rinnovi contrattuali, energia, farmaci, invecchiamento della popolazione e domanda crescente di assistenza?
Dai numeri disponibili, la risposta sembra essere negativa. È qui che nasce il rischio per il welfare: non da un taglio dichiarato, ma dalla progressiva distanza tra ciò che lo Stato promette e ciò che riesce effettivamente a garantire.
Sanità: più miliardi, ma meno peso sull’economia
Il governo può legittimamente affermare che il Fondo sanitario nazionale raggiungerà nel 2027 il valore nominale più alto di sempre: 146,3 miliardi di euro, con un incremento complessivo di circa 3,4 miliardi rispetto al 2026.
Ma soltanto 2,37 miliardi rappresentano risorse realmente aggiunte dalla nuova Manovra; circa un miliardo era già previsto. Nel 2028 il Fondo salirebbe a 147,1 miliardi e nel 2029 a 148,2 miliardi.
Il problema emerge confrontando queste cifre con i bisogni e con il prodotto interno lordo.
Secondo l’analisi della Fondazione Gimbe, il finanziamento passerebbe dal 6,14% del Pil nel 2026 al 6,11% nel 2027, per poi scendere al 5,98% nel 2028 e al 5,87% nel 2029.
Le risorse aumentano in euro, ma diminuisce la quota della ricchezza nazionale destinata alla sanità pubblica.
Le Regioni avevano richiesto circa 6,8 miliardi aggiuntivi per il solo 2027 e oltre 18 miliardi nel triennio.
Il ministro della Salute Orazio Schillaci ne avrebbe chiesti 5,5 miliardi. La Manovra ne mette a disposizione meno della metà.
Quindi non siamo davanti a un taglio nominale del Fondo. Siamo davanti a un sottofinanziamento rispetto ai costi previsti e alle prestazioni richieste.
Il taglio invisibile arriva nei servizi
Quando i finanziamenti non coprono i costi, le Regioni hanno poche possibilità:
- •
aumentare le imposte locali;
- •
accumulare disavanzi;
- •
rinviare investimenti e manutenzioni;
- •
limitare le assunzioni;
- •
ridurre le prestazioni;
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allungare le liste d’attesa;
- •
acquistare più servizi dal settore privato.
Il taglio non compare necessariamente come una riga negativa nella legge di Bilancio.
Si manifesta quando un reparto non trova medici, una Casa di comunità rimane priva di personale o una visita viene fissata dopo molti mesi.
Il rischio maggiore è la trasformazione silenziosa di un sistema universalistico in un sistema a doppia velocità: chi può permetterselo paga una prestazione privata; chi non può aspetta oppure rinuncia.
Nel 2025, secondo Gimbe, la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie ha superato 42,4 miliardi di euro e 5,6 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una visita o a un esame.
È questa la vera misura dell’indebolimento del welfare: il diritto rimane formalmente universale, ma l’accesso effettivo dipende sempre più dal reddito e dal luogo di residenza.
Medici e infermieri: il problema non è soltanto quanto si spende
La protesta dei professionisti ospedalieri riguarda anche la distribuzione delle risorse.
I medici chiedevano un rafforzamento dell’indennità di esclusività, per rendere più conveniente rimanere nel servizio pubblico, mentre la Manovra concentra l’intervento sui pronto soccorso.
La misura può essere giustificata dall’emergenza esistente in quei reparti, ma non risolve il problema generale dell’attrattività del Servizio sanitario nazionale.
Se stipendi, carichi di lavoro e possibilità di carriera rimangono più favorevoli nel privato o all’estero, il pubblico continua a perdere personale.
Il risultato è un circolo vizioso:
- 1.
gli organici insufficienti aumentano i carichi di lavoro;
- 2.
le condizioni peggiori spingono altri professionisti a lasciare;
- 3.
per coprire i vuoti si ricorre a prestazioni aggiuntive e soluzioni temporanee;
- 4.
cresce la spesa senza rafforzare strutturalmente il sistema.
Finanziare gli edifici senza garantire chi vi lavorerà dentro non significa costruire assistenza sanitaria.
È il rischio delle Case e degli Ospedali di comunità realizzati con il Pnrr ma privi di risorse correnti adeguate per personale e servizi.
Il voucher sanitario rischia di finanziare la fuga dal pubblico
Particolarmente controverso è il fondo da circa 1,6 miliardi per un contributo sanitario di 300 euro destinato a determinate categorie di anziani.
Un sostegno economico può essere utile se copre prestazioni non comprese nei livelli essenziali di assistenza.
Diventa invece discutibile se viene utilizzato per acquistare privatamente cure che il sistema pubblico dovrebbe già garantire.
In quel caso il meccanismo non rafforzerebbe il Servizio sanitario nazionale: utilizzerebbe denaro pubblico per aiutare il cittadino ad aggirarne le inefficienze.
Il rischio è quello di consolidare un modello nel quale lo Stato non offre direttamente il servizio, ma distribuisce un contributo insufficiente a comprarlo sul mercato.
Un bonus una tantum può alleviare una difficoltà; non assume medici, non riduce stabilmente le liste d’attesa e non crea capacità assistenziale.
Scuola: meno personale mentre aumentano le esigenze
Sul fronte dell’istruzione, il testo prevede dal 2027 una riduzione di 4.925 posti nell’organico dell’autonomia e di 2.049 unità tra il personale amministrativo, tecnico e ausiliario: complessivamente quasi 7.000 posti.
Il governo può sostenere che la riduzione demografica comporti un calo degli studenti e renda possibile adeguare gli organici.
Ma meno alunni non significa automaticamente minore bisogno di scuola.
Classi meno affollate potrebbero essere utilizzate per:
- •
migliorare la qualità dell’insegnamento;
- •
contrastare la dispersione scolastica;
- •
aumentare il tempo pieno;
- •
sostenere gli studenti con disabilità;
- •
colmare i divari tra Nord e Sud;
- •
migliorare l’orientamento e le competenze digitali.
Trasformare il calo demografico soltanto in un risparmio impedisce di utilizzare quella stessa dinamica per migliorare il servizio.
Anche in questo caso il punto non è soltanto il numero degli occupati, ma la qualità futura del capitale umano. Risparmiare oggi sulla scuola può produrre costi economici e sociali molto maggiori domani.
Mentre per la scuola statale la Manovra prevede una riduzione di quasi 7.000 posti tra docenti e personale Ata, viene prorogato anche per il 2027 il buono fino a 1.500 euro per le famiglie che scelgono le scuole paritarie, finanziato con 20 milioni di euro.
Pensioni: lo sconto Irpef non compensa la minore rivalutazione
La riduzione dell’Irpef viene presentata come un sostegno al ceto medio, ma per molti pensionati il beneficio rischia di essere più che assorbito dalla stretta sulla rivalutazione degli assegni superiori a quattro volte il trattamento minimo.
Le due misure funzionano in modo diverso:
- •
il beneficio Irpef riguarda soltanto la parte di reddito compresa nello scaglione interessato;
- •
la minore indicizzazione può incidere sull’intero assegno;
- •
la perdita di rivalutazione non si limita a un solo anno, ma si trascina nel tempo perché abbassa la base su cui saranno calcolati gli adeguamenti successivi.
Non si tratta formalmente di una riduzione della pensione nominale.
È però una perdita permanente di potere d’acquisto, particolarmente rilevante se l’inflazione effettiva supera quella utilizzata nelle previsioni della Manovra.
Anche qui il metodo è quello del taglio invisibile: l’assegno non diminuisce in euro, ma compra meno beni e servizi.
Non è solo una questione di destra o sinistra
L’indebolimento del welfare italiano non nasce con questa Manovra. Sanità, scuola e previdenza subiscono da molti anni la pressione congiunta di:
- •
debito pubblico elevato;
- •
crescita economica debole;
- •
invecchiamento della popolazione;
- •
denatalità;
- •
aumento dei costi sanitari;
- •
vincoli europei di bilancio;
- •
incapacità di ridurre sprechi e duplicazioni;
- •
difficoltà nel valutare l’efficacia della spesa.
La responsabilità politica della maggioranza consiste quindi non nell’avere inventato il problema, ma nell’aver scelto come distribuire risorse inevitabilmente limitate.
Se scuola e sanità ricevono meno di quanto richiesto mentre si finanziano bonus temporanei o interventi più spendibili elettoralmente, non siamo più davanti a una semplice necessità contabile: siamo davanti a una scelta di priorità.
Anche il metodo segnala una debolezza politica
Le dichiarazioni di ministri che sostengono di non essere stati informati delle misure riguardanti i propri dicasteri rappresentano un problema ulteriore.
È comprensibile che il ministero dell’Economia difenda i saldi complessivi.
Ma una Manovra che interviene su scuola e sanità senza un confronto sostanziale con i ministri competenti rischia di trattare il welfare come una somma di capitoli da comprimere, anziché come un sistema da programmare.
Le correzioni parlamentari potranno modificare alcune disposizioni, ma difficilmente potranno colmare integralmente il divario senza individuare nuove coperture.
La partita non è dunque chiusa, anche se i margini finanziari restano limitati.
Il welfare non crolla: diventa sempre meno universale
La risposta alla domanda iniziale deve essere precisa: sì, il welfare state è a rischio, ma non nel senso di una sua improvvisa abolizione.
Il rischio è più lento e proprio per questo più insidioso:
- •
la sanità resta pubblica, ma chi può paga per evitare le attese;
- •
la scuola resta gratuita, ma le famiglie con maggiori risorse comprano formazione aggiuntiva;
- •
le pensioni continuano a essere pagate, ma perdono potere d’acquisto;
- •
i diritti rimangono scritti nelle leggi, ma diventano più difficili da esercitare.
È un welfare formalmente intatto ma progressivamente meno capace di ridurre le diseguaglianze.
La formula più corretta potrebbe essere questa:
La Manovra 2027 non smantella il welfare italiano, ma rischia di accelerarne il passaggio da sistema universale a rete minima di protezione, integrata privatamente da chi se lo può permettere.
Ed è qui che la questione diventa politica prima ancora che contabile.
Perché quando salute, istruzione e sicurezza economica dipendono sempre più dal reddito personale, il welfare non scompare: smette semplicemente di essere uguale per tutti.
Nella seconda parte di questo articolo, in uscita sul sito oggi alle 12:20, cercheremo di capire chi può guadagnarci a Piazza Affari e quanto rischiano davvero le banche, chiamate a contribuire in base alla lora capacità di produrre utili.